Chez Nous - 10 settembre 2026, 08:00

Quelle Petite Patrie ?

Quale Petite Patrie?

Ci sono momenti in cui tornare alla propria storia non significa guardare indietro, ma cercare nelle parole di chi ci ha preceduto qualche indicazione per capire il presente. È quello che accade ogni volta che si rilegge la Carta di Chivasso.

Nel dicembre del 1943, in una casa di Chivasso, alcuni uomini provenienti dalle vallate alpine si incontrarono mentre intorno a loro l'Italia era ancora immersa nella guerra e il fascismo sembrava tutt'altro che sconfitto. Eppure ebbero la lucidità di discutere non soltanto di come liberare il Paese, ma di come costruirlo dopo la libertà.

È forse questo l'aspetto che colpisce maggiormente, a distanza di tanti anni. La Carta di Chivasso non era soltanto una rivendicazione delle popolazioni alpine. Era l'idea che un'Italia diversa fosse possibile, un'Italia capace di riconoscere le proprie comunità, le proprie differenze linguistiche e culturali, i propri territori. Un'Italia meno centralizzata e più federale, nella quale l'autonomia non fosse un'eccezione concessa dall'alto, ma una componente naturale della democrazia.

E dentro quella visione c'era già l'Europa.

Non l'Europa che conosciamo oggi, con le sue istituzioni, le sue difficoltà e le sue contraddizioni, ma l'idea di un continente nel quale le piccole comunità potessero continuare a esistere senza essere schiacciate dagli Stati e dalle loro logiche centralizzatrici.

E allora viene spontaneo chiedersi: che cosa scriverebbero oggi quegli uomini?

È una domanda forse più utile di tante celebrazioni.

Perché la Valle d'Aosta di oggi non è quella del 1943. È una terra libera, dotata di uno Statuto speciale, inserita pienamente nella Repubblica italiana e nell'Unione europea. La nostra lingua e la nostra cultura hanno riconoscimenti che allora erano soltanto una speranza. Abbiamo istituzioni autonome che sono parte integrante della nostra storia democratica.

Ma proprio per questo la domanda sulla nostra autonomia non è diventata meno attuale.

È diventata più difficile.

Nel 1943 il problema era conquistare uno spazio di libertà. Oggi il problema è capire che cosa vogliamo fare di quello spazio.

Forse dovremmo partire proprio da qui.

L'autonomia non può essere considerata semplicemente come un insieme di competenze da difendere, né come una condizione finanziaria da preservare. Se la riduciamo a questo, rischiamo di trasformare una grande intuizione politica in una questione amministrativa.

La Carta di Chivasso ci suggerisce invece un'altra strada: l'autonomia ha senso quando permette a una comunità di assumersi la responsabilità del proprio destino.

È questa, probabilmente, la sfida della nostra generazione.

Non chiedersi soltanto quanta autonomia abbiamo, ma quanto siamo capaci di esercitarla.

Non domandarsi continuamente che cosa Roma dovrebbe concederci, ma anche che cosa noi valdostani siamo in grado di costruire con gli strumenti che abbiamo.

Perché una comunità autonoma non può essere soltanto una comunità che difende le proprie prerogative. Deve essere una comunità che dimostra di saper governare meglio il proprio territorio, di saper programmare il proprio futuro, di saper proteggere ciò che ha ricevuto e contemporaneamente di saperlo trasformare.

È qui che la vecchia parola "autonomia" torna ad assumere un significato moderno.

Pensiamo alla montagna. Per troppo tempo le politiche nazionali hanno considerato i territori alpini soprattutto attraverso la lente dello svantaggio: più lontani, più costosi, più difficili da servire.

Ma una valle alpina non è semplicemente una periferia lontana dalla pianura. Ha caratteristiche proprie e problemi propri. La gestione dell'acqua, dell'energia, del territorio, dei trasporti, della sanità, della scuola, della casa e dei servizi non può essere pensata sempre con gli stessi criteri utilizzati per una grande città o per una pianura densamente popolata.

Qui l'autonomia diventa qualcosa di molto concreto. Diventa capacità di adattare le decisioni al territorio.

E forse è proprio questo che dovremmo rivendicare con maggiore forza: non l'idea di essere diversi per il gusto di esserlo, ma il diritto di essere governati secondo ciò che siamo.

La stessa cosa vale per la nostra identità.

Anche qui il rischio è quello di scegliere tra due estremi: da una parte l'idea di conservare la Valle d'Aosta come se il tempo si fosse fermato; dall'altra quella di considerare la specificità valdostana come qualcosa di superato, destinato inevitabilmente a sciogliersi dentro una società sempre più uniforme.

Nessuna delle due strade mi convince.

Una lingua, una cultura, una tradizione non sopravvivono perché vengono semplicemente protette. Sopravvivono se continuano a essere vissute.

La Petite Patrie del futuro non può essere un museo.

Deve essere una comunità viva.

Una comunità capace di accogliere chi arriva senza perdere se stessa, capace di parlare al mondo senza vergognarsi della propria storia, capace di essere profondamente valdostana e, proprio per questo, profondamente europea.

Perché qui sta forse una delle intuizioni più interessanti della Carta di Chivasso.

La piccola patria non veniva immaginata contro qualcosa. Non contro l'Italia, non contro le altre comunità, non contro l'Europa.

Veniva immaginata come una dimensione nella quale una persona potesse sentirsi parte di una comunità concreta e, nello stesso tempo, di una realtà più grande.

Oggi questa idea potrebbe avere un significato ancora più importante.

Viviamo in un'Europa attraversata da guerre, tensioni geopolitiche, grandi trasformazioni economiche e tecnologiche. Gli Stati nazionali tornano a rivendicare con forza il proprio ruolo e, contemporaneamente, molte persone avvertono una distanza crescente dalle grandi istituzioni.

In questo scenario la dimensione locale non è necessariamente il contrario della dimensione europea.

Potrebbe essere, al contrario, uno dei modi per ricostruire un rapporto più umano con la politica.

L'Europa può apparire lontana quando viene raccontata soltanto attraverso i suoi regolamenti e le sue istituzioni. Diventa più vicina quando significa possibilità per una comunità di conservare la propria lingua, governare il proprio territorio, partecipare a reti economiche e culturali più ampie, dialogare con altre comunità alpine e europee.

Forse è questo il senso più moderno della Petite Patrie.

Non una piccola patria che si chiude, ma una comunità che sa da dove viene e proprio per questo non ha paura di aprirsi.

E allora anche il rapporto con l'Italia dovrebbe essere ripensato.

La Valle d'Aosta non ha bisogno di vivere in una continua contrapposizione con Roma. Ma non ha nemmeno bisogno di rinunciare alla propria specificità ogni volta che qualcuno propone di ricondurre tutto a un'unica misura nazionale.

La nostra autonomia potrebbe essere molto più di una condizione particolare della Valle d'Aosta.

Potrebbe essere un'idea per l'Italia.

Un'Italia nella quale le differenze territoriali non vengano considerate un problema da ridurre, ma una ricchezza da organizzare. Un'Italia nella quale lo Stato non debba necessariamente fare tutto, perché molte cose possono essere fatte meglio più vicino ai cittadini.

In questo senso la Valle d'Aosta avrebbe ancora qualcosa da dire al Paese.

Non soltanto da chiedere.

Ed è forse qui che la Carta di Chivasso torna davvero a parlarci.

I suoi autori non si limitarono a immaginare il futuro della Valle. Provarono a immaginare un'Italia diversa.

Noi dovremmo avere almeno la stessa ambizione.

Non possiamo sapere quale sarebbe stata la loro risposta alle sfide del nostro tempo. Possiamo però provare a continuare il loro ragionamento.

Che cosa direbbero di fronte allo spopolamento delle nostre montagne? Che cosa penserebbero della difficoltà di trattenere i giovani? Come immaginerebbero una politica energetica per una regione alpina? Come difenderebbero la nostra identità linguistica in una società profondamente cambiata? Come costruirebbero un rapporto nuovo fra Valle d'Aosta, Italia ed Europa?

Sono domande diverse, ma hanno probabilmente una radice comune.

Quale Petite Patrie vogliamo essere?

Una Petite Patrie che vive di memoria o una che usa la memoria per costruire il futuro?

Una Petite Patrie che difende semplicemente ciò che ha ricevuto o una che considera l'autonomia uno strumento per assumersi nuove responsabilità?

Una Petite Patrie che guarda con diffidenza verso l'esterno o una che sa stare nel mondo senza perdere se stessa?

Forse non dobbiamo scegliere tra identità e apertura, tra autonomia ed Europa, tra Valle d'Aosta e Italia.

Dobbiamo piuttosto trovare il modo di tenere insieme queste dimensioni.

Perché la lezione di Chivasso, riletta oggi, potrebbe essere proprio questa: una comunità è tanto più libera quanto più è capace di decidere di sé, ma è tanto più forte quanto più è capace di dialogare con gli altri.

La Petite Patrie, allora, non è soltanto un luogo.

È una responsabilità.

È il luogo nel quale una comunità decide di non essere anonima, senza per questo diventare chiusa. È la consapevolezza che avere una storia non significa vivere nel passato, ma avere qualcosa su cui costruire il futuro.

Ottant'anni dopo Chivasso, forse non abbiamo bisogno di una nuova Carta.

Abbiamo bisogno di ritrovare il coraggio di porci le domande che quella Carta conteneva.

E di avere, oggi come allora, l'ambizione di dare loro una risposta.

Quale Petite Patrie?

Il est des moments où revenir à son histoire ne signifie pas regarder en arrière, mais chercher dans les paroles de ceux qui nous ont précédés quelques repères pour comprendre le présent. C’est ce qui se produit chaque fois que l’on relit la Charte de Chivasso.

En décembre 1943, dans une maison de Chivasso, quelques hommes venus des vallées alpines se réunirent alors que l’Italie était encore plongée dans la guerre et que le fascisme était loin d’être vaincu. Et pourtant, ils eurent la lucidité de réfléchir non seulement à la manière de libérer le pays, mais aussi à la manière de le reconstruire après la liberté retrouvée.

C’est peut-être cela qui frappe le plus, tant d’années après. La Charte de Chivasso n’était pas seulement une revendication des populations alpines. Elle portait l’idée qu’une autre Italie était possible, une Italie capable de reconnaître ses communautés, ses différences linguistiques et culturelles, ses territoires. Une Italie moins centralisée et davantage fédérale, dans laquelle l’autonomie ne serait pas une exception accordée d’en haut, mais une composante naturelle de la démocratie.

Et, au cœur de cette vision, il y avait déjà l’Europe.

Non pas l’Europe que nous connaissons aujourd’hui, avec ses institutions, ses difficultés et ses contradictions, mais l’idée d’un continent dans lequel les petites communautés pourraient continuer à exister sans être écrasées par les États et leurs logiques centralisatrices.

Alors une question vient naturellement à l’esprit : qu’écriraient aujourd’hui ces hommes ?

C’est peut-être une question plus utile que bien des célébrations.

Car la Vallée d’Aoste d’aujourd’hui n’est plus celle de 1943. C’est une terre libre, dotée d’un Statut spécial, pleinement intégrée à la République italienne et à l’Union européenne. Notre langue et notre culture bénéficient d’une reconnaissance qui, à l’époque, n’était encore qu’une espérance. Nous disposons d’institutions autonomes qui font désormais partie intégrante de notre histoire démocratique.

Mais précisément pour cette raison, la question de notre autonomie n’est pas devenue moins actuelle.

Elle est devenue plus difficile.

En 1943, le problème était de conquérir un espace de liberté. Aujourd’hui, le problème est de savoir ce que nous voulons faire de cet espace.

C’est peut-être par là qu’il faut commencer.

L’autonomie ne peut pas être considérée simplement comme un ensemble de compétences à défendre, ni comme une situation financière à préserver. Si nous la réduisons à cela, nous risquons de transformer une grande intuition politique en une simple question administrative.

La Charte de Chivasso nous suggère au contraire une autre voie : l’autonomie n’a de sens que lorsqu’elle permet à une communauté de prendre en main son propre destin.

C’est probablement le défi de notre génération.

Ne pas se demander seulement quelle autonomie nous avons, mais quelle capacité nous avons à l’exercer.

Ne pas se demander sans cesse ce que Rome devrait nous accorder, mais aussi ce que nous, Valdôtains, sommes capables de construire avec les instruments dont nous disposons.

Car une communauté autonome ne peut pas être seulement une communauté qui défend ses prérogatives. Elle doit être une communauté qui démontre sa capacité à mieux gouverner son territoire, à préparer son avenir, à protéger ce qu’elle a reçu et, en même temps, à le transformer.

C’est là que le vieux mot « autonomie » retrouve une signification profondément moderne.

Pensons à la montagne. Pendant trop longtemps, les politiques nationales ont considéré les territoires alpins essentiellement à travers le prisme du handicap : plus éloignés, plus coûteux, plus difficiles à desservir.

Mais une vallée alpine n’est pas simplement une périphérie éloignée de la plaine. Elle possède ses propres caractéristiques et ses propres problèmes. La gestion de l’eau, de l’énergie, du territoire, des transports, de la santé, de l’école, du logement et des services ne peut pas toujours être pensée selon les mêmes critères que ceux appliqués à une grande ville ou à une plaine densément peuplée.

Ici, l’autonomie devient quelque chose de très concret. Elle devient la capacité d’adapter les décisions au territoire.

Et c’est peut-être précisément ce que nous devrions revendiquer avec le plus de force : non pas l’idée d’être différents pour le simple plaisir de l’être, mais le droit d’être gouvernés en fonction de ce que nous sommes.

Il en va de même pour notre identité.

Là encore, le risque est de choisir entre deux extrêmes : d’un côté, l’idée de conserver la Vallée d’Aoste comme si le temps s’était arrêté ; de l’autre, celle de considérer la spécificité valdôtaine comme quelque chose de dépassé, voué inévitablement à se dissoudre dans une société toujours plus uniforme.

Aucune de ces deux voies ne me convainc.

Une langue, une culture, une tradition ne survivent pas parce qu’elles sont simplement protégées. Elles survivent si elles continuent à être vécues.

La Petite Patrie de demain ne peut pas être un musée.

Elle doit être une communauté vivante.

Une communauté capable d’accueillir ceux qui arrivent sans perdre ce qu’elle est, capable de parler au monde sans avoir honte de son histoire, capable d’être profondément valdôtaine et, précisément pour cette raison, profondément européenne.

Car c’est peut-être là l’une des intuitions les plus intéressantes de la Charte de Chivasso.

La petite patrie n’était pas imaginée contre quelque chose. Ni contre l’Italie, ni contre les autres communautés, ni contre l’Europe.

Elle était imaginée comme un espace dans lequel une personne pouvait se sentir partie prenante d’une communauté concrète et, en même temps, d’une réalité plus vaste.

Aujourd’hui, cette idée pourrait avoir une signification encore plus importante.

Nous vivons dans une Europe traversée par les guerres, les tensions géopolitiques, les grandes transformations économiques et technologiques. Les États nationaux revendiquent à nouveau avec force leur rôle et, dans le même temps, beaucoup de citoyens ressentent une distance croissante à l’égard des grandes institutions.

Dans ce contexte, la dimension locale n’est pas nécessairement l’opposé de la dimension européenne.

Elle pourrait, au contraire, être l’un des moyens de reconstruire un rapport plus humain avec la politique.

L’Europe peut sembler lointaine lorsqu’elle n’est racontée qu’à travers ses règlements et ses institutions. Elle devient plus proche lorsqu’elle signifie qu’une communauté peut préserver sa langue, gouverner son territoire, participer à des réseaux économiques et culturels plus larges, dialoguer avec d’autres communautés alpines et européennes.

C’est peut-être cela, le sens le plus moderne de la Petite Patrie.

Non pas une petite patrie qui se ferme, mais une communauté qui sait d’où elle vient et qui, précisément pour cette raison, n’a pas peur de s’ouvrir.

Et alors, même la relation avec l’Italie devrait être repensée.

La Vallée d’Aoste n’a pas besoin de vivre dans une opposition permanente avec Rome. Mais elle n’a pas davantage besoin de renoncer à sa spécificité chaque fois que quelqu’un propose de tout ramener à une même mesure nationale.

Notre autonomie pourrait être bien davantage qu’une condition particulière de la Vallée d’Aoste.

Elle pourrait être une idée pour l’Italie.

Une Italie dans laquelle les différences territoriales ne seraient pas considérées comme un problème à réduire, mais comme une richesse à organiser. Une Italie dans laquelle l’État ne serait pas obligé de tout faire, parce que beaucoup de choses peuvent être mieux faites au plus près des citoyens.

Dans cette perspective, la Vallée d’Aoste aurait encore quelque chose à dire au pays.

Pas seulement à demander.

Et c’est peut-être ici que la Charte de Chivasso recommence véritablement à nous parler.

Ses auteurs ne se sont pas contentés d’imaginer l’avenir de la Vallée. Ils ont essayé d’imaginer une autre Italie.

Nous devrions avoir au moins la même ambition.

Nous ne pouvons pas savoir quelle aurait été leur réponse aux défis de notre époque. Nous pouvons toutefois essayer de poursuivre leur réflexion.

Que diraient-ils face au dépeuplement de nos montagnes ? Que penseraient-ils de la difficulté à retenir les jeunes ? Comment imagineraient-ils une politique énergétique pour une région alpine ? Comment défendraient-ils notre identité linguistique dans une société profondément transformée ? Comment construiraient-ils une nouvelle relation entre la Vallée d’Aoste, l’Italie et l’Europe ?

Ces questions sont différentes, mais elles ont probablement une racine commune.

Quelle Petite Patrie voulons-nous être ?

Une Petite Patrie qui vit de sa mémoire ou une Petite Patrie qui utilise sa mémoire pour construire son avenir ?

Une Petite Patrie qui se contente de défendre ce qu’elle a reçu ou une Petite Patrie qui considère l’autonomie comme un moyen d’assumer de nouvelles responsabilités ?

Une Petite Patrie qui regarde l’extérieur avec méfiance ou une Petite Patrie qui sait être au monde sans se perdre elle-même ?

Peut-être n’avons-nous pas à choisir entre identité et ouverture, entre autonomie et Europe, entre Vallée d’Aoste et Italie.

Nous devons plutôt trouver le moyen de faire vivre ensemble ces différentes dimensions.

Car la leçon de Chivasso, relue aujourd’hui, pourrait être précisément celle-ci : une communauté est d’autant plus libre qu’elle est capable de décider de son propre avenir, mais elle est d’autant plus forte qu’elle est capable de dialoguer avec les autres.

La Petite Patrie n’est donc pas seulement un lieu.

C’est une responsabilité.

C’est le lieu où une communauté décide de ne pas être anonyme, sans pour autant se refermer. C’est la conscience qu’avoir une histoire ne signifie pas vivre dans le passé, mais disposer de quelque chose sur lequel construire l’avenir.

Des décennies après Chivasso, nous n’avons peut-être pas besoin d’une nouvelle Charte.

Nous avons besoin de retrouver le courage de nous poser les questions que cette Charte contenait.

Et d’avoir, aujourd’hui comme hier, l’ambition d’y apporter une réponse.

piero.minuzzo@gmail.com