La salute mentale non si misura soltanto nel momento in cui una persona arriva in ospedale o chiede aiuto dopo una crisi. Si misura anche nella capacità di riconoscere prima i segnali di sofferenza, accompagnare chi attraversa una fase di fragilità, mantenere un contatto dopo una dimissione e costruire intorno alla persona una rete che non lasci spazio all’isolamento. È dentro questa prospettiva che assumono particolare significato i dati diffusi dall’Assessorato regionale alla Sanità, Salute e Politiche sociali e dall’Azienda USL Valle d’Aosta sulle attività del Dipartimento Strutturale di Salute Mentale e, in particolare, della Struttura Complessa Psichiatria diretta dalla dottoressa Anna Maria Beoni.
Nei primi otto mesi del 2026 gli Ambulatori per la prevenzione dei suicidi hanno effettuato complessivamente 336 prestazioni: 123 rivolte direttamente ai pazienti per attività di prevenzione e supporto e 213 colloqui con i familiari. È un dato che supera già le 246 prestazioni registrate nell’intero 2025, a conferma di un'attività che si sta progressivamente strutturando e ampliando.
Parallelamente è cresciuto il lavoro di monitoraggio telefonico. Tra gennaio e agosto 2026 sono state effettuate 860 telefonate, contro le 669 dello stesso periodo del 2025, con un incremento del 28,6%. Il nuovo sistema di monitoraggio ha coinvolto finora 56 pazienti: 14 provenienti dall’SPDC, il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, nell’ambito della prevenzione suicidi, 8 dall’SPDC per il monitoraggio telefonico, 1 su segnalazione dello psichiatra e 33 attraverso accesso spontaneo.
Dietro questi numeri c’è un cambiamento importante nell’organizzazione dell’assistenza. Il monitoraggio dopo la dimissione prevede richiami telefonici programmati dagli infermieri del Centro di Salute Mentale, visite domiciliari, verifica dell’aderenza alle terapie e attivazione tempestiva degli interventi quando emergono segnali di rischio. A questo si aggiunge un’équipe dedicata che si riunisce ogni settimana per condividere i casi più complessi, aggiornare le procedure tra SPDC e CSM e coordinare le risposte dei diversi servizi.
Nei primi otto mesi del 2026 sono stati inoltre registrati 383 accessi al triage infermieristico del Centro di Salute Mentale. Il numero complessivo degli accessi è inferiore rispetto allo stesso periodo del 2025, ma il dato va letto insieme alla crescita dell’attività di monitoraggio telefonico, che indica una progressiva evoluzione verso forme di assistenza capaci di seguire la persona anche oltre il momento dell’accesso.
Particolarmente significativo è il rapporto tra accesso e presa in carico. Tra marzo e agosto 2026, su 275 accessi per i quali è disponibile l’esito, 212, pari al 77,1%, si sono trasformati in un vero percorso assistenziale. Se si considerano soltanto le persone che non erano mai state precedentemente seguite dal Centro di Salute Mentale, la percentuale sale all’84,9%: 90 prese in carico su 106 nuovi accessi. Nella fascia d’età compresa tra 26 e 45 anni raggiunge addirittura il 94,4%.
È un elemento che racconta una sanità che prova a spostare il proprio baricentro: dalla sola gestione dell’emergenza alla costruzione di percorsi di continuità. E proprio questa capacità di accompagnare le persone può diventare decisiva in un ambito nel quale arrivare prima significa spesso poter intervenire prima che una situazione di disagio si trasformi in una crisi.
«L’attività che stiamo sviluppando si muove su due direttrici complementari», spiega la dottoressa Anna Maria Beoni, direttrice della SC Psichiatria e del Dipartimento di Salute Mentale. Da una parte, sottolinea, occorre «rafforzare la capacità dei nostri servizi di accogliere, prendere in cura e seguire nel tempo le persone», anche attraverso il monitoraggio successivo alla dimissione e il coinvolgimento delle famiglie. Dall’altra, però, la prevenzione «riguarda tutta la comunità» e richiede una rete non soltanto sanitaria, capace di intercettare il disagio prima che diventi emergenza.
È probabilmente questo il passaggio più delicato dell’intera strategia. Una quota significativa delle persone che muoiono per suicidio, osserva Beoni, non è mai arrivata ai servizi specialistici, «forse anche per l’assenza di una malattia psichiatrica». Da qui la necessità di coinvolgere medicina generale, servizi sociali, scuole, famiglie e territorio: non soltanto per curare una patologia, ma per riconoscere situazioni di sofferenza che possono avere origini molto diverse.
La dimensione sanitaria, infatti, si intreccia inevitabilmente con quella sociale. Dal 2024 il Dipartimento di Salute Mentale ha avviato un percorso di integrazione con i Punti Unici di Accesso, i PUA, servizio regionale gratuito di accoglienza, ascolto e orientamento ai servizi socio-assistenziali e socio-sanitari, articolato in otto sportelli territoriali e attraverso un numero verde. Quando gli assistenti sociali del PUA individuano situazioni caratterizzate da disagio psichico o da un’urgenza clinica, la persona può essere indirizzata direttamente al triage infermieristico del Centro di Salute Mentale. Nei primi otto mesi del 2026 sono state 12 le segnalazioni provenienti dal PUA verso il servizio sociale della SC Psichiatria.
La rete si estende inoltre alle scuole, con interventi dedicati all’intercettazione del disagio adolescenziale, attività sulla gestione dell’ansia e formazione del personale docente e degli operatori sanitari sul rischio suicidario. A questa dimensione si affiancano le collaborazioni con il volontariato e con gli altri soggetti della comunità. Una strategia che, sul piano politico, significa riconoscere che la salute mentale non può essere confinata dentro le strutture sanitarie e che la prevenzione richiede un investimento stabile sull’intero tessuto sociale.
È dentro questo quadro che vanno letti anche i dati epidemiologici. Dal 1° gennaio al 31 agosto 2026 in Valle d’Aosta sono stati registrati 14 suicidi, 9 uomini e 5 donne. Delle persone decedute, 7 risultavano seguite dai servizi di Psichiatria o dal SerD, mentre altre 7 non risultavano in carico ai servizi specialistici.
Tra giugno e agosto si sono verificati 7 dei 14 episodi registrati dall’inizio dell’anno. Un dato che impone attenzione, ma che deve essere interpretato con prudenza, soprattutto in una realtà demografica come quella valdostana, dove numeri assoluti molto contenuti possono determinare oscillazioni percentuali rilevanti. L’analisi epidemiologica del Dipartimento richiama infatti la necessità di utilizzare serie pluriennali e di non attribuire a un singolo anno un significato che può essere valutato soltanto nel tempo.
La serie più recente indica 22 casi nel 2023, 20 nel 2024 e 15 nel 2025. Non emerge dunque un andamento progressivamente crescente. Più interessante, per comprendere la natura del fenomeno, è osservare quanti fossero conosciuti dai servizi di salute mentale: 8 su 22 nel 2023, 11 su 20 nel 2024, 6 su 15 nel 2025 e 7 su 14 nei primi otto mesi del 2026.
Il dato suggerisce una considerazione che va oltre la semplice organizzazione sanitaria. Il suicidio è un fenomeno multifattoriale, nel quale possono convergere condizioni psicologiche e psichiatriche, fragilità familiari e relazionali, difficoltà economiche, solitudine, trasformazioni sociali e culturali. Per questo la prevenzione non può limitarsi alla capacità dei servizi specialistici di prendere in carico chi arriva alla loro porta. Deve interrogare il modo in cui una comunità riconosce e affronta il disagio.
È la linea sulla quale insiste l’assessore alla Sanità, Salute e Politiche sociali Carlo Marzi, ricordando che il fenomeno è affrontato in Valle d’Aosta da anni attraverso un percorso strutturato. «Una prevenzione efficace non è solo sanitaria, ma passa attraverso la capacità di tutta la comunità di saper intercettare precocemente il disagio e sostenere le persone nelle diverse fasi della vita», afferma l’assessore. In questa prospettiva, nel 2022 è stato avviato il Progetto regionale per la prevenzione del suicidio con la costituzione di un Tavolo interistituzionale destinato a coordinare in maniera stabile gli ambiti sanitari, sociali, educativi e territoriali, insieme agli organismi di presidio e sicurezza.
Il Tavolo, riunitosi da ultimo il 6 maggio 2026, mette attorno allo stesso tavolo Assessorati regionali, Azienda USL, volontariato, Forze dell’ordine, Vigili del fuoco, Corpo forestale, Diocesi di Aosta, Università della Valle d’Aosta, CELVA, Chambre Valdôtaine e organi di informazione. Una composizione ampia che rivela la scelta politica di affrontare il fenomeno non come una questione esclusivamente sanitaria, ma come una responsabilità collettiva.
«Il grande lavoro messo in piedi ha come primo obiettivo anche quello di combattere lo stigma e parlare di un tema spesso considerato un tabù», sottolinea ancora Marzi. Parlare di suicidio, spiega l’assessore, significa far crescere «la coscienza collettiva e la volontà di contrastare insieme questo fenomeno». E soprattutto significa non ridurre tutto a una questione di statistiche: «anche dietro un solo caso si cela una tragedia familiare». La Valle d’Aosta, rivendica Marzi, «ha scelto di dotarsi di una politica specifica e programmata» e di costruire una rete sempre più ampia.
Un’impostazione che trova un ulteriore elemento di lettura nelle parole del direttore sanitario dell’Azienda USL Mauro Occhi, che colloca la questione valdostana dentro una crisi più ampia. «È da oltre vent’anni che l’Organizzazione Mondiale della Sanità individua nel problema della salute mentale un’emergenza epidemiologica planetaria», osserva, evidenziando tuttavia come le organizzazioni sanitarie fatichino a mantenere il passo con la crescente domanda di assistenza. Uno dei nodi riguarda il personale, a partire dalla difficoltà di reperire psichiatri e altre figure professionali.
La Valle d’Aosta, spiega Occhi, presenta problemi di salute mentale simili a quelli degli altri territori dell’arco alpino, ma condivide con il resto d’Italia nuove forme di disagio, «quelle degli adolescenti in primo luogo». A incidere sono «l’intero ventaglio delle insicurezze epocali» e la precarietà dei tradizionali assetti sociali e relazionali. Anche per questo, secondo il direttore sanitario, il tema non può essere separato dalle scelte della politica e dall’organizzazione complessiva della società: costruire condizioni di convivenza migliori, sostenere il benessere e intervenire sui contesti di vita significa fare, indirettamente ma concretamente, anche prevenzione.
Il quadro che emerge, dunque, non è quello di una semplice crescita delle prestazioni. È il racconto di una trasformazione culturale e organizzativa che coinvolge sanità, politica e società. I 336 interventi degli Ambulatori per la prevenzione suicidi, le 860 telefonate di monitoraggio, l’84,9% di presa in carico tra i nuovi accessi e la costruzione di collegamenti sempre più stretti con scuole, servizi sociali, famiglie e territorio indicano una direzione precisa: provare ad arrivare prima.
In una piccola regione, dove la vicinanza tra istituzioni, servizi e comunità può rappresentare una risorsa straordinaria, la sfida è trasformare questa prossimità in una vera capacità di ascolto. La difficoltà nel reperire personale qualificato resta un problema concreto e riguarda la possibilità stessa di rendere stabile nel tempo questo modello. Ma altrettanto importante è non confondere la prevenzione con la sola risposta sanitaria. Se metà delle persone coinvolte negli episodi più gravi non era conosciuta dai servizi specialistici, significa che il confine decisivo si trova spesso prima dell’ospedale, prima della diagnosi, prima dell’emergenza.
Ed è forse proprio qui che la Valle d’Aosta può misurare l’ambizione della propria autonomia anche nel campo delle politiche sociali e sanitarie: nella capacità di costruire un sistema vicino alle persone, capace di utilizzare le proprie dimensioni contenute non come limite, ma come occasione per coordinare meglio le risposte. Perché, come ricordano le parole di Marzi, «anche dietro un solo caso si cela una tragedia familiare». E perché la salute mentale, nella lettura proposta da Occhi, non è più una questione confinata agli specialisti, ma una delle grandi sfide della convivenza contemporanea. La prevenzione, in definitiva, comincia molto prima che una persona chieda aiuto: comincia da una comunità capace di accorgersi che qualcuno sta facendo fatica e di non voltarsi dall’altra parte.