Cinquanta anni di sacerdozio possono essere un traguardo da celebrare, ma possono anche diventare un’occasione per guardare indietro, riconoscere le persone incontrate lungo il cammino e, soprattutto, riscoprire il valore di una comunità capace di ritrovarsi. È quanto accaduto domenica pomeriggio all’area Lessert di Bionaz, dove una partecipazione numerosa e sentita ha accompagnato don Ivano Reboulaz nel giorno del suo 50° anniversario di ordinazione sacerdotale.
Attorno a lui si sono ritrovate le cinque comunità parrocchiali affidate alla sua cura, insieme a confratelli, famiglie, amministratori, bambini e giovani. Una presenza corale che ha dato alla celebrazione un significato più ampio rispetto alla semplice ricorrenza: non soltanto il ricordo di mezzo secolo trascorso nel ministero, ma la testimonianza concreta di un legame costruito nel tempo tra un sacerdote e le persone che gli sono state affidate.
Durante la Messa, don Ivano non ha nascosto l'emozione. Anzi, ha scelto di partire dal silenzio e dal ricordo di chi lo aveva preceduto a Bionaz, don Emile Gorret. Richiamando una sua celebre espressione pronunciata durante una celebrazione sul Monte Chaligne, ha ricordato che «di fronte a questo panorama, di fronte a queste montagne, ogni parola è di troppo». Da qui l'invito, rivolto idealmente a tutti i presenti, a fermarsi per un momento e lasciare che fossero le montagne, la fede e i ricordi a parlare.
La celebrazione ha assunto così un carattere profondamente comunitario. Per la prima volta le parrocchie si sono presentate insieme anche attraverso un unico coro, accompagnando la liturgia con i canti e con intenzioni specifiche. Durante l'Offertorio sono stati portati all'altare alcuni doni dal forte valore simbolico: un lenzuolo disegnato dai bambini delle scuole, un libro fotografico capace di ripercorrere i 50 anni di vita sacerdotale e oltre, la Benedizione Apostolica di Papa Leone XIV e un assegno frutto di offerte particolarmente significative.
Proprio davanti a tanta partecipazione, don Ivano ha reagito con quella semplicità che ha caratterizzato il suo intervento. «Avete esagerato!», ha detto sorridendo, prima di lasciare spazio a una riflessione più profonda. Di fronte all'affetto ricevuto, ha parlato di emozione ma anche di responsabilità, arrivando a dire: «Non sono degno!». Subito dopo, però, ha riportato l'attenzione dal sacerdote alla comunità, ricordando come anche il vescovo Franco Lovignana sarebbe stato contento di quella giornata. Il motivo, ha spiegato, è concreto: quelle persone, provenienti da realtà diverse, stavano realizzando proprio quella «giornata della Comunità» che il vescovo ha più volte invitato a promuovere.
È forse questo uno degli aspetti più significativi dell'anniversario. In un'epoca nella quale le comunità locali devono confrontarsi con lo spopolamento, l'invecchiamento della popolazione e la progressiva rarefazione dei momenti collettivi, una celebrazione religiosa può diventare anche un'occasione di coesione sociale. La parrocchia, soprattutto nei piccoli centri di montagna, non rappresenta soltanto un luogo di culto: può continuare a essere uno spazio nel quale generazioni differenti si incontrano, le famiglie si riconoscono e una comunità conserva memoria di se stessa.
Accanto a don Ivano hanno concelebrato diversi confratelli, arrivati dal comprensorio del Buthier e da altre zone. Tra loro anche alcuni sacerdoti che durante l'anno, e in particolare nei mesi estivi, collaborano con lui sostituendolo nelle celebrazioni delle 4 parrocchie. Una presenza che ha sottolineato un altro elemento del suo ministero: il sacerdozio non come esperienza isolata, ma come servizio condiviso, fatto di collaborazione, amicizia e disponibilità reciproca. Alla celebrazione ha preso parte anche il Priore dei Canonici del Gran San Bernardo.
Nell'omelia, tuttavia, il pensiero di don Ivano è tornato alle origini della sua vocazione. Ha ricordato mamma e papà e il momento nel quale aveva manifestato il desiderio di diventare sacerdote. Non lo ostacolarono, ma nemmeno lo spinsero in quella direzione. Gli dissero semplicemente, nella lingua della sua terra, «fit sen que te semble bien», cioè «fai quello che ti sembra meglio». Una frase semplice, quasi domestica, che dopo mezzo secolo assume il peso di una scelta rispettata e affidata alla libertà.
È stato allora soprattutto ai più giovani che don Ivano ha rivolto il suo messaggio, con parole essenziali: «Lasciatevi conquistare da Cristo». Un invito che va oltre la celebrazione e che tocca una delle questioni più delicate per la Chiesa contemporanea: come trasmettere la fede alle nuove generazioni senza imporla, ma proponendola come un incontro capace di dare senso alla vita. In quelle parole c'è anche il ricordo della propria vocazione, nata da una scelta libera e sostenuta da una famiglia che seppe accompagnarla senza condizionarla.
Al termine della Messa sono arrivati i saluti e i ringraziamenti degli organizzatori e del sindaco di Valpelline, intervenuto a nome delle amministrazioni del comprensorio. Anche la presenza delle istituzioni locali ha confermato il carattere trasversale della giornata: la dimensione religiosa e quella civile, senza confondersi, si sono incontrate nel riconoscimento di una figura che da 50 anni rappresenta un punto di riferimento per una parte importante del territorio.
Ed è forse proprio questo il significato più autentico dei 50 anni di sacerdozio di don Ivano: non soltanto il tempo trascorso da un uomo davanti all'altare, ma il tempo condiviso con le persone. Per i credenti, una vita donata a Cristo e alle comunità; per chi vive la fede con maggiore distanza, la testimonianza di un uomo che ha scelto di dedicare una parte così lunga della propria esistenza agli altri. In una società sempre più individuale, ritrovarsi insieme attorno a una persona e a una storia può diventare un gesto controcorrente e, proprio per questo, profondamente civile.
Le parole pronunciate durante la Messa sembrano racchiudere tutto questo: «Che meraviglia!». E insieme a quel sentimento è rimasto anche il «non sono degno» pronunciato da don Ivano davanti all'affetto ricevuto. Due espressioni apparentemente lontane, ma in realtà unite dalla stessa consapevolezza: quella di chi comprende che una vita sacerdotale non appartiene mai soltanto a chi la vive, perché è fatta delle persone incontrate, delle famiglie accompagnate, dei bambini cresciuti, delle gioie condivise e dei momenti difficili attraversati insieme. Cinque comunità hanno scelto di dirgli grazie. E quel grazie, credenti o laici, può essere letto come il riconoscimento più semplice e più grande per chi ha fatto della propria vita una presenza al servizio degli altri.