È qui, al centro congressi, che il Mondial des Vins Extrêmes 2026 ha riunito produttori, tecnici, giornalisti e degustatori provenienti da 22 Paesi, confermando la Valle d’Aosta come uno dei luoghi simbolo della viticoltura di montagna internazionale. Una scelta che ha un valore che va ben oltre la semplice organizzazione di un concorso: significa mettere una piccola regione alpina al centro di una rete mondiale di territori nei quali coltivare la vite significa affrontare pendenze, altitudini, condizioni climatiche difficili e una forte componente di lavoro manuale.
I numeri dell'edizione 2026 sono impressionanti. Sono stati 1.175 i vini iscritti, presentati da 432 aziende, con il ritorno del Lussemburgo tra i Paesi partecipanti. A giudicarli, rigorosamente alla cieca e secondo i criteri dell’OIV – Organisation Internationale de la Vigne et du Vin, sono state 11 commissioni, per un totale di 55 giurati tra tecnici, giornalisti ed esperti degustatori italiani e internazionali.
Il bilancio finale parla di 84 Gran Medaglie d’Oro e 295 Medaglie d’Oro. Numeri che fotografano una competizione di livello sempre più elevato e che, soprattutto, certificano la vitalità di una viticoltura spesso costretta a combattere contro condizioni produttive molto più impegnative rispetto a quelle delle grandi pianure viticole.
È proprio questa la chiave indicata dal presidente del CERVIM, Nicola Abbrescia, quando sottolinea che «i numeri di questa edizione raccontano la capacità della viticoltura eroica di mettere in dialogo territori differenti tra loro». Una frase che acquista un significato particolare proprio a Châtillon, perché la Valle d’Aosta è uno di quei territori nei quali la viticoltura non è soltanto produzione agricola, ma diventa difesa del paesaggio, presidio della montagna e parte integrante dell'identità locale.
Abbrescia parla di «una fotografia sempre più articolata del patrimonio viticolo eroico». Ed è probabilmente questa la definizione più efficace per descrivere ciò che il Mondial ha portato in Valle: una gigantesca mappa del vino prodotto nei luoghi difficili, dai pendii alpini alle isole, dai territori vulcanici alle aree mediterranee più estreme.
Dietro quei 1.175 vini non ci sono soltanto bottiglie e punteggi. Ci sono territori che cercano di rimanere vivi. Ci sono aziende che investono dove produrre costa di più. Ci sono giovani che decidono di rimanere o tornare a lavorare la terra. Ci sono paesaggi che vengono mantenuti perché qualcuno continua a coltivarli. E c’è un modello economico nel quale il valore aggiunto non nasce dalla quantità, ma dalla qualità, dalla rarità e dalla riconoscibilità del prodotto.
È anche per questo che il Mondial des Vins Extrêmes assume una dimensione politica. La viticoltura eroica pone infatti una domanda precisa alle istituzioni: quanto vale economicamente, socialmente e ambientalmente un territorio che continua a essere coltivato nonostante condizioni difficili? La risposta non può essere misurata soltanto attraverso il prezzo di una bottiglia. Il vino diventa anche uno strumento per mantenere terrazzamenti, paesaggi, competenze e comunità.
In questa prospettiva, la Valle d’Aosta possiede una carta importante da giocare. La sua dimensione alpina, la tradizione vitivinicola, la frammentazione dei vigneti e la forte identità territoriale la collocano naturalmente all’interno di quella rete internazionale che il CERVIM sta costruendo e consolidando. E il fatto che proprio Châtillon sia il luogo nel quale questa rete si ritrova ogni anno rappresenta un patrimonio di reputazione che può avere ricadute anche turistiche, economiche e culturali.
Il concorso ha inoltre dimostrato quanto il concetto di viticoltura eroica sia ormai globale. Il Gran Premio CERVIM 2026, destinato al vino con il miglior punteggio assoluto, è andato allo spagnolo Valle de Güímar Pico Cho Marcial Afrutado 2025 della SAT Viticultores Comarca de Güímar, di Arafo, a Tenerife. E proprio le Isole Canarie hanno conquistato il premio come zona viticola con il maggior numero di vini presentati.
Ma la geografia dei premi è vastissima. Il Premio Speciale CERVIM è stato assegnato a realtà di Brasile, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Spagna e Svizzera, mentre i cinque Premi Eccellenza CERVIM hanno premiato vini provenienti da Brasile, Germania, Italia, Spagna e Svizzera.
Per l’Italia brilla il Pantelleria DOC Passito Sentivento 2014 di Prosit Srl, capace di conquistare sia il Premio Eccellenza CERVIM sia il Premio CERVIM Piccole Isole. Un riconoscimento che racconta perfettamente lo spirito della manifestazione: valorizzare produzioni nelle quali la difficoltà del territorio non rappresenta un limite, ma diventa parte del carattere del vino.
Ancora più importante per il futuro è il Premio CERVIM Futuro 2026, assegnato al campano Cosimo Capasso, di Tocco Caudio, come miglior viticoltore under 35. Perché se la viticoltura eroica vuole davvero avere un futuro, deve riuscire a conquistare nuove generazioni. E il premio a un giovane produttore dice che quel futuro, nonostante le difficoltà, esiste.
C’è poi il Premio Donna CERVIM, assegnato a Isabella La Rosa, in Sicilia, e all’enologa Ioanna Vamvakouri, di Santorini, in Grecia. Alla Spagna sono andati il Premio CERVIM Originale, per un vino prodotto con uve di varietà a piede franco, e il Premio VINOFED 2026, destinato al vino secco con il miglior punteggio del concorso.
La partita, però, non si chiude a Châtillon. Le 84 Gran Medaglie d’Oro saranno protagoniste di una degustazione alla Sala Sissi del Merano WineFestival, in programma dal 6 al 10 novembre 2026. La cerimonia di premiazione si svolgerà invece il 21 novembre al VINSEUM – Museo delle Culture del Vino della Catalogna, a Vilafranca del Penedès.
Il viaggio dei vini estremi continuerà dunque oltre la Valle d’Aosta. Ma è da qui che è partito il nuovo capitolo di questa storia internazionale. E questo dovrebbe essere motivo di orgoglio non soltanto per il mondo del vino, ma per l’intera regione.
Perché ospitare un appuntamento internazionale significa anche costruire reputazione, attrarre attenzione, creare relazioni e dimostrare che una piccola regione alpina può diventare un punto di riferimento mondiale quando mette a sistema le proprie peculiarità. La montagna, in questo caso, non è periferia: diventa centro.
E forse è proprio questa la lezione più importante del Mondial des Vins Extrêmes 2026. La viticoltura eroica dimostra che non sempre vince chi ha più spazio, più ettari o condizioni più facili. A volte vince chi riesce a trasformare una difficoltà in identità. Come ha ricordato Nicola Abbrescia, dietro ogni campione ci sono «condizioni di coltivazione complesse», ma anche «competenze specifiche e identità territoriali».
È una filosofia che parla direttamente alla Valle d’Aosta e al suo modello di sviluppo: difendere ciò che rende unico un territorio, trasformare la specificità in valore e fare della montagna non un ostacolo, ma una forza competitiva. Châtillon, per due giorni, ha dimostrato che questa scommessa può parlare al mondo.
E allora il Mondial des Vins Extrêmes può essere molto più di un concorso enologico: può diventare una delle grandi vetrine attraverso le quali la Valle d’Aosta racconta se stessa, la propria montagna e la propria capacità di costruire relazioni internazionali. Perché, alla fine, quei filari aggrappati alle rocce sono come sentinelle della montagna: piccoli, tenaci e capaci di guardare molto più lontano di quanto sembri possibile.