L’antico adagio che potrebbe valere anche per il vecchio pud
C’è un antico adagio che, a volte, torna sorprendentemente attuale: chi tace acconsente.
E viene da chiedersi se non debba valere anche per la vicenda del vecchio pub, al centro di una discussione che rischia di diventare emblematica del modo in cui questa città affronta le proprie scelte urbanistiche.
Perché la cosa che più colpisce, alla fine, è una: il silenzio della politica.
Oggi il comitato Quartiere Dora Verde e Confcommercio hanno deciso di riportare l’attenzione sul destino di quell’area, mettendo in discussione l’ipotesi di una nuova trasformazione edilizia e chiedendo, con motivazioni diverse ma convergenti su alcuni punti, che si tenga conto della sensibilità ambientale e delle esigenze di una città profondamente cambiata.
E la politica?
Tace.
Non una posizione chiara. Non un sì. Non un no. Non una proposta alternativa. Non un confronto pubblico.
Silenzio.
Eppure la storia di quell’area non comincia oggi.
Oltre vent’anni fa il Comune approvò un PUD, Piano Urbanistico di Dettaglio, che prevedeva la realizzazione di un nuovo complesso residenziale.
Un intervento che, per dimensioni e soprattutto per altezza, sarebbe stato molto più impattante dell’attuale immobile commerciale.
Eppure, allora, non si ricordano le stesse proteste, le stesse campagne contro il cemento, la stessa attenzione pubblica che oggi accompagna la discussione.
Poi quel progetto non è andato avanti e il terreno è rimasto abbandonato.
Ed è qui che emerge una prima, inevitabile domanda: perché in tutti questi anni nessuno ha chiesto con forza di trasformare quell’area in un parco?
Perché il tema della de-cementificazione, oggi così presente nel dibattito pubblico, non è stato posto prima?
La risposta forse sta proprio nel fatto che vent’anni sono un’eternità quando si parla di città.
Nel frattempo è cambiato tutto.
È cambiata l’economia. È cambiata la società. Sono cambiate le esigenze dei quartieri. È cresciuta enormemente la sensibilità verso il consumo di suolo, il verde urbano e la qualità degli spazi pubblici.
E allora non è scandaloso chiedersi se una previsione urbanistica approvata oltre vent’anni fa debba necessariamente essere considerata ancora attuale.
Anzi, sarebbe strano il contrario.
Un PUD non è una tavola della legge scolpita nella pietra.
È uno strumento urbanistico che nasce in un determinato contesto e risponde a determinate esigenze. Se quel contesto cambia radicalmente, è legittimo – e forse doveroso – interrogarsi sulla sua attualità.
Ma proprio qui la politica dovrebbe entrare in campo.
E invece non lo fa.
Il comitato Quartiere Dora Verde ha sollevato il problema. Confcommercio ha espresso le proprie valutazioni. Ci sono cittadini, operatori economici e soggetti del territorio che discutono del futuro di quell’area.
Ma le forze politiche dove sono?
Perché nessuno dice chiaramente che cosa pensa?
È possibile che il problema sia proprio il peso delle decisioni prese quattro lustri fa?
Che nessuno voglia mettere in discussione scelte urbanistiche già approvate, per evitare di dover ammettere che oggi quelle scelte potrebbero non essere più coerenti con la città che nel frattempo è cambiata?
Oppure dobbiamo concludere che il tema della de-cementificazione interessa soltanto quando riguarda qualcun altro?
Perché sarebbe davvero curioso scoprire che tutti sono favorevoli al verde, alla tutela del territorio e alla rigenerazione urbana in linea di principio, ma poi, quando arriva il momento di prendere posizione su un caso concreto, improvvisamente cala il silenzio.
La politica, però, non dovrebbe essere una gara a chi evita meglio le questioni scomode.
Dovrebbe fare esattamente il contrario.
Dovrebbe affrontarle.
Dire se quel PUD è ancora attuale.
Dire se l’area debba essere edificata.
Dire se sia possibile immaginare un parco.
Dire chi dovrebbe sostenerne i costi.
Dire quali siano le ricadute economiche e commerciali.
Dire quale soluzione sia migliore per il quartiere e per l’intera città.
E soprattutto spiegare perché.
Perché non basta invocare genericamente la sostenibilità.
E non basta nemmeno appellarsi a una decisione urbanistica presa più di vent’anni fa.
Tra questi due estremi c’è la politica: quella che dovrebbe valutare il presente e progettare il futuro.
C’è poi un altro aspetto che non può essere ignorato.
La presenza di Confcommercio nel dibattito ricorda che ogni trasformazione urbanistica produce effetti anche sul tessuto economico. Un’area urbana non è fatta soltanto di volumetrie, metri quadrati e altezze: è fatta di persone, attività, servizi, commercio, mobilità e qualità della vita.
E proprio per questo il confronto dovrebbe essere ampio, trasparente e pubblico.
Il comitato Quartiere Dora Verde può avere ragione oppure torto. Confcommercio può avere ragione oppure torto.
Ma almeno hanno scelto di esporsi.
La politica, invece, sembra aver scelto la soluzione più semplice: stare alla finestra.
E qui ritorna l’antico proverbio.
Chi tace acconsente.
Ma acconsente a cosa?
Al vecchio PUD?
A una nuova edificazione?
Al mantenimento dell’attuale situazione?
Alla trasformazione dell’area in verde pubblico?
Oppure, più semplicemente, alla propria irrilevanza?
Perché il vero problema, alla fine, non è soltanto cosa sorgerà al posto del vecchio pub.
Il vero problema è capire se questa città abbia ancora una politica capace di discutere delle proprie scelte urbanistiche.
Vent’anni fa si approvava un PUD per costruire un complesso residenziale molto più alto e impattante dell’edificio oggi esistente.
Nessuno sembrava particolarmente scandalizzato.
Oggi il mondo è cambiato, la sensibilità è cambiata e qualcuno chiede di ripensare quella scelta.
Benissimo.
Ma allora la politica abbia almeno il coraggio di dire cosa ne pensa.
Perché continuare a tacere non è una posizione.
È una scelta.
E, come dice l’antico adagio, chi tace acconsente.
Chi tace acconsente
Le vieil adage qui pourrait aussi s’appliquer à l’ancien Pud
Il est un vieil adage qui, parfois, retrouve une étonnante actualité : qui ne dit mot consent.
Et l’on peut se demander s’il ne pourrait pas également s’appliquer à l’affaire de l’ancien pub, au cœur d’un débat qui risque de devenir emblématique de la manière dont cette ville aborde ses choix en matière d’urbanisme.
Car ce qui frappe le plus, au bout du compte, c’est une chose : le silence de la politique.
Aujourd’hui, le comité Quartiere Dora Verde et Confcommercio ont décidé de remettre sur la table le devenir de cette zone, en contestant l’hypothèse d’une nouvelle transformation immobilière et en demandant que l’on tienne compte de la sensibilité environnementale ainsi que des besoins d’une ville qui a profondément changé.
Et la politique ?
Elle se tait.
Pas de position claire. Pas de oui. Pas de non. Pas de proposition alternative. Pas de véritable débat public.
Le silence.
Et pourtant, l’histoire de cette zone ne commence pas aujourd’hui.
Il y a plus de vingt ans, la Commune avait approuvé un PUD, Plan urbain de détail, qui prévoyait la construction d’un nouveau complexe résidentiel.
Un projet qui, par ses dimensions et surtout par sa hauteur, aurait été beaucoup plus impactant que l’actuel bâtiment commercial.
Et pourtant, à l’époque, on ne se souvient pas des mêmes protestations, des mêmes campagnes contre le béton, ni de la même attention publique qu’aujourd’hui.
Puis le projet n’a pas vu le jour et le terrain est resté à l’abandon.
C’est ici qu’une première question, inévitable, se pose : pourquoi, pendant toutes ces années, personne n’a-t-il demandé avec force de transformer cette zone en parc ?
Pourquoi la question de la désartificialisation des sols, aujourd’hui si présente dans le débat public, n’a-t-elle pas été posée auparavant ?
La réponse tient peut-être précisément au fait que vingt ans représentent une éternité lorsqu’il s’agit de penser la ville.
Entre-temps, tout a changé.
L’économie a changé. La société a changé. Les besoins des quartiers ont changé. La sensibilité à la consommation des sols, aux espaces verts urbains et à la qualité des espaces publics s’est considérablement accrue.
Dès lors, il n’est pas scandaleux de se demander si une prévision urbanistique approuvée il y a plus de vingt ans doit nécessairement être considérée comme toujours d’actualité.
Au contraire, ce serait plutôt l’inverse qui serait surprenant.
Un PUD n’est pas une table de la loi gravée dans le marbre.
C’est un instrument d’urbanisme conçu dans un contexte donné et pour répondre à des besoins précis. Si ce contexte a profondément changé, il est légitime – et peut-être même nécessaire – de s’interroger sur son actualité.
Mais c’est précisément à ce moment-là que la politique devrait entrer en scène.
Et pourtant, elle ne le fait pas.
Le comité Quartiere Dora Verde a soulevé le problème. Confcommercio a fait connaître ses positions. Des citoyens, des acteurs économiques et différents représentants du territoire débattent du devenir de cette zone.
Mais où sont les forces politiques ?
Pourquoi personne ne dit-il clairement ce qu’il en pense ?
Est-il possible que le problème réside précisément dans le poids des décisions prises il y a quatre lustres ?
Que personne ne veuille remettre en question des choix urbanistiques déjà approuvés, de peur de devoir reconnaître qu’aujourd’hui, ces choix pourraient ne plus être cohérents avec une ville qui, entre-temps, a changé ?
Ou devons-nous conclure que la question de la désartificialisation des sols n’intéresse que lorsqu’elle concerne les autres ?
Car il serait pour le moins curieux de découvrir que tout le monde est favorable, en principe, aux espaces verts, à la protection du territoire et à la régénération urbaine, mais que lorsqu’il faut prendre position sur un cas concret, le silence tombe soudainement.
La politique, pourtant, ne devrait pas être une compétition pour savoir qui évite le mieux les questions embarrassantes.
Elle devrait faire exactement le contraire.
Les affronter.
Dire si ce PUD est toujours d’actualité.
Dire si cette zone doit être construite.
Dire s’il est possible d’imaginer un parc.
Dire qui devrait en supporter les coûts.
Dire quelles seraient les conséquences économiques et commerciales.
Dire quelle solution serait la meilleure pour le quartier et pour l’ensemble de la ville.
Et surtout expliquer pourquoi.
Car il ne suffit pas d’invoquer de manière générale la durabilité.
Et il ne suffit pas non plus de se réfugier derrière une décision urbanistique prise il y a plus de vingt ans.
Entre ces deux extrêmes se trouve la politique : celle qui devrait évaluer le présent et construire l’avenir.
Il y a également un autre aspect qui ne peut être ignoré.
La présence de Confcommercio dans ce débat rappelle que toute transformation urbaine produit également des effets sur le tissu économique. Une zone urbaine n’est pas faite uniquement de volumes, de mètres carrés et de hauteurs : elle est faite de personnes, d’activités, de services, de commerces, de mobilité et de qualité de vie.
C’est précisément pour cette raison que le débat devrait être large, transparent et public.
Le comité Quartiere Dora Verde peut avoir raison ou tort. Confcommercio peut avoir raison ou tort.
Mais au moins, ils ont choisi de prendre position.
La politique, en revanche, semble avoir choisi la solution la plus simple : rester à la fenêtre.
Et c’est ici que revient le vieil adage.
Qui ne dit mot consent.
Mais consent-il à quoi ?
À l’ancien PUD ?
À une nouvelle construction ?
Au maintien de la situation actuelle ?
À la transformation de cette zone en espace vert public ?
Ou, plus simplement, à sa propre insignifiance ?
Car le véritable problème, au fond, n’est pas seulement de savoir ce qui remplacera l’ancien pub.
Le véritable problème est de savoir si cette ville dispose encore d’une politique capable de débattre de ses propres choix urbanistiques.
Il y a vingt ans, on approuvait un PUD destiné à construire un complexe résidentiel beaucoup plus haut et plus impactant que le bâtiment existant aujourd’hui.
Personne ne semblait particulièrement choqué.
Aujourd’hui, le monde a changé, les sensibilités ont changé et certains demandent de repenser cette décision.
Très bien.
Mais alors que la politique ait au moins le courage de dire ce qu’elle en pense.
Car continuer à se taire n’est pas une position.
C’est un choix.
Et, comme le dit le vieil adage, qui ne dit mot consent.