AMBIENTE - 03 settembre 2026, 12:00

Cieli lattiginosi e polveri sahariane: il deserto arriva sull’Italia e alza il PM10

Il trasporto di polveri dal Sahara ha interessato diverse aree italiane negli ultimi giorni di agosto, provocando aumenti del PM10 e numerosi superamenti del valore giornaliero di riferimento. Il fenomeno, favorito dalle correnti provenienti dal Nord Africa, è stato seguito attraverso i modelli del sistema CAMS NCP e dalle reti regionali di monitoraggio. Dalla Liguria alla Campania, fino alle aree montane dell’Appennino, la presenza della polvere desertica è stata rilevata sia al suolo sia in quota. Un fenomeno naturale che, in un clima sempre più caldo e caratterizzato da una maggiore frequenza di episodi estremi, assume anche un significato ambientale e sanitario

ph. Consiglio nazionale delle ricerche

Il cielo lattiginoso, la luce giallastra e quella patina quasi irreale che negli ultimi giorni di agosto ha avvolto molte zone d’Italia non erano soltanto una conseguenza dell’ennesima ondata di caldo. A rendere opaca l’atmosfera è stato anche il trasporto di grandi quantità di particolato proveniente dal Sahara, sospinto verso il Mediterraneo e poi sull’Italia dalle correnti meridionali.

L’episodio, sviluppatosi nell’ultima settimana di agosto, è stato individuato con chiarezza dalle previsioni combinate dei tre modelli nazionali di qualità dell’aria elaborati nell’ambito del programma CAMS NCP, al quale partecipa il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, all’interno del servizio europeo Copernicus. Le mappe hanno consentito di seguire l’avanzata delle masse di polvere e di distinguere il contributo del particolato naturale da quello legato alle altre sorgenti di inquinamento.

Il passaggio del pulviscolo non è rimasto un fenomeno soltanto visivo. In diverse regioni le concentrazioni di PM10 sono aumentate sensibilmente, fino a determinare numerosi superamenti del valore giornaliero di 50 microgrammi per metro cubo. In Campania, per esempio, l’episodio è stato particolarmente evidente tra il 28 e il 30 agosto, dopo un trasporto sahariano iniziato già il 22 agosto. L’Arpa regionale ha rilevato un incremento significativo del particolato su gran parte della rete di monitoraggio, mettendo in relazione l’aumento con la ventilazione persistente dai quadranti meridionali alle quote più elevate.

Anche più a nord il fenomeno è stato tutt’altro che trascurabile. In Liguria il trasporto sahariano è stato osservato a partire dal 27 agosto e seguito anche attraverso il lidar, uno strumento capace di analizzare la distribuzione verticale delle particelle nell’atmosfera. La polvere, inizialmente presente intorno ai 3.000 metri, si è progressivamente abbassata verso gli strati più vicini al suolo, accompagnata da un aumento delle concentrazioni di PM10.

Particolarmente significativa è stata l’osservazione effettuata dal CNR-ISAC sul Monte Cimone. A 2.165 metri di quota, l’Osservatorio climatico “Ottavio Vittori” ha registrato dalla mattina del 27 agosto un rapido aumento delle particelle grossolane riconducibili alle polveri sahariane. Il PM10 è arrivato a valori prossimi ai 100 microgrammi per metro cubo, mentre il numero delle particelle grossolane ha raggiunto circa 5 particelle per centimetro cubo, un valore di un ordine di grandezza superiore alla soglia normalmente osservata presso l’osservatorio. Per il CNR si è trattato di un episodio che «assume rilievo anche dal punto di vista della qualità dell’aria».

Il dato scientificamente più interessante è proprio questo: la polvere sahariana non resta necessariamente confinata alle quote elevate. Le particelle possono essere trasportate per migliaia di chilometri e, quando le condizioni atmosferiche lo consentono, raggiungere gli strati prossimi al terreno, contribuendo all’aumento del PM10 misurato dalle centraline. Si tratta tuttavia di particelle con caratteristiche diverse rispetto al particolato più fine prodotto prevalentemente dalle combustioni e dal traffico. Nel caso ligure, per esempio, l’Arpa ha sottolineato che l’arrivo della sabbia non ha determinato un analogo incremento del PM2,5.

La Valle d’Aosta rappresenta, sotto questo profilo, un osservatorio particolarmente interessante. L’ARPA Valle d’Aosta partecipa infatti alle attività scientifiche nazionali dedicate alla valutazione dell’impatto delle polveri desertiche sulla qualità dell’aria. Un lavoro presentato nel 2026 nell’ambito del convegno nazionale sul particolato atmosferico ha coinvolto proprio ricercatori e tecnici dell’ARPA valdostana nello studio dell’integrazione tra dati CAMS e misure delle reti nazionali.

Ancora più significativo è il ruolo delle osservazioni effettuate ad alta quota. Uno studio pubblicato nel 2026 sulle misure aerosolistiche della stazione di Testa Grigia, a 3.480 metri, ha identificato differenti tipologie di aerosol che raggiungono l’alta montagna alpina. La componente di particelle grossolane è stata associata al trasporto a lunga distanza dal Sahara: gli episodi di polvere desertica sono risultati presenti per circa il 6% del periodo osservato. È un dato che mostra quanto i collegamenti atmosferici tra Nord Africa e arco alpino siano concreti e misurabili.

La questione non riguarda quindi soltanto il colore del cielo o la sabbia che può depositarsi sulle automobili. C’è un tema di qualità dell’aria, di salute pubblica e di corretta interpretazione dei dati. Un superamento del limite giornaliero del PM10 durante un episodio sahariano non può essere automaticamente attribuito alle emissioni prodotte localmente: una parte rilevante del particolato può avere infatti origine naturale e arrivare da migliaia di chilometri di distanza. È proprio per questo che la capacità di distinguere le diverse sorgenti diventa sempre più importante anche per le amministrazioni pubbliche.

C’è poi una questione più ampia, che riguarda il clima e la frequenza di questi episodi. Il trasporto di polveri sahariane verso l’Europa meridionale non è certamente un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni la sua presenza è stata osservata con particolare attenzione e con strumenti di monitoraggio sempre più sofisticati. L’episodio di fine agosto 2026 si è inoltre inserito in una fase caratterizzata da temperature eccezionalmente elevate e da una nuova ondata di calore alimentata proprio dalle correnti nord-africane.

Il quadro suggerisce dunque di guardare oltre la semplice immagine del “cielo rosso”. Le polveri sahariane raccontano infatti quanto siano interconnesse le dinamiche atmosferiche del Mediterraneo: ciò che nasce nel deserto africano può essere rilevato poche ore dopo sulle Alpi e contribuire ai valori registrati dalle centraline delle città italiane. E la Valle d’Aosta, con le sue stazioni di monitoraggio in quota e con la ricerca condotta dall’ARPA, è uno dei luoghi in cui questo collegamento tra atmosfera, territorio e cambiamento climatico può essere osservato con particolare chiarezza.

Il messaggio, in definitiva, è che la qualità dell’aria non si ferma ai confini amministrativi e nemmeno a quelli nazionali. Come dimostrano i dati raccolti dal sistema CAMS NCP, dalle agenzie ambientali e dai centri di ricerca, «le sorgenti naturali e biogeniche possono svolgere un ruolo significativo» nel determinare la composizione del particolato atmosferico.

In un’epoca nella quale il Mediterraneo sta diventando sempre più caldo e gli episodi di trasporto di polveri desertiche vengono osservati con crescente frequenza, quel cielo lattiginoso diventa quindi qualcosa di più di una curiosità meteorologica. È un promemoria della dimensione globale dei fenomeni ambientali: il deserto può arrivare sulle Alpi, e comprenderne il percorso significa anche capire meglio come sta cambiando l’atmosfera nella quale viviamo.

je.fe.