CRONACA - 03 settembre 2026, 16:41

Luca Mauri, la montagna come vita: l’ultimo saluto a uno dei pionieri della mountain bike valdostana

Venerdì 4 settembre il Santo Rosario alla camera mortuaria del cimitero di Aosta, sabato 5 settembre alle 15 i funerali nella chiesa di Roisan. L’ingegnere di 56 anni, morto dopo una caduta nel Vallone dell’Urtier sopra Cogne, lascia il ricordo di un atleta che ha attraversato una stagione decisiva dello sport valdostano, dalla mountain bike pionieristica degli anni Novanta al trail, ai vertical e alle lunghe escursioni in montagna

ph tratta da facebook

La morte di Luca Mauri assume, con l’avvicinarsi dell’ultimo saluto, una dimensione ancora più profondamente legata alla comunità nella quale aveva vissuto. Dopo la tragedia avvenuta martedì 1° settembre 2026 nel Vallone dell’Urtier, sopra Cogne, saranno infatti due i momenti nei quali amici, conoscenti, compagni di sport e comunità potranno stringersi attorno alla sua famiglia. Il Santo Rosario sarà celebrato venerdì 4 settembre alle ore 18 alla camera mortuaria del cimitero di Aosta, mentre il funerale si terrà sabato 5 settembre alle ore 15 nella chiesa di Roisan, il paese al quale Mauri era profondamente legato.

Luca Mauri aveva 56 anni ed era ingegnere. È morto in seguito a una caduta in bicicletta lungo un sentiero in quota nella zona dell’Invergneux, nel Vallone dell’Urtier. A dare l’allarme erano stati alcuni escursionisti che, nella mattinata, avevano notato il corpo nei pressi del sentiero. Sul posto era intervenuto il Soccorso alpino valdostano, mentre le operazioni di identificazione erano state affidate alla Guardia di finanza di Courmayeur.

Un incidente autonomo, avvenuto durante un’escursione in solitaria. Una circostanza che rende ancora più doloroso il racconto della sua scomparsa, perché la montagna non era per Mauri un ambiente occasionale, ma uno spazio di vita frequentato per decenni, prima attraverso la competizione e poi attraverso una pratica sportiva diventata sempre più personale, fatta di sentieri, salite, discese, vertical e lunghe giornate in quota.

La sua storia sportiva affonda le radici nella Valle d’Aosta degli anni Novanta, quando la mountain bike era ancora lontana dall’essere il fenomeno conosciuto oggi. Mauri aveva iniziato a gareggiare nel 1992, entrando in una disciplina che in quegli anni stava rapidamente conquistando spazio anche nel panorama sportivo italiano. Era la stagione nella quale la mountain bike cominciava a strutturarsi, con biciclette sempre più specifiche, competizioni dedicate e atleti che diventavano veri protagonisti di un movimento ancora largamente pionieristico.

Mauri arrivò fino alla categoria Elite e si confrontò anche con il circuito della Coppa del Mondo, costruendo in Valle d’Aosta una reputazione importante in una fase nella quale gli atleti non erano soltanto concorrenti, ma anche, in qualche modo, esploratori di un nuovo modo di vivere la bicicletta.

È proprio questo uno degli aspetti che rendono significativa la sua figura. La mountain bike valdostana di quegli anni non aveva ancora l’organizzazione, la popolarità e l’indotto che avrebbe raggiunto successivamente. Non esisteva l’attuale sistema di eventi, percorsi, competizioni e turismo legato all’outdoor. C’erano soprattutto gli atleti, la passione, la conoscenza del territorio e la voglia di spingersi oltre l’asfalto.

Mauri apparteneva a quella generazione. Una generazione che ha contribuito a costruire una cultura sportiva destinata a diventare, negli anni successivi, anche una componente dell’immagine turistica ed economica della Valle d’Aosta. Oggi mountain bike, trail running, skyrunning e attività outdoor rappresentano infatti una parte importante dell’offerta legata alla montagna, ma prima che diventassero anche strumenti di promozione territoriale ci sono stati uomini e donne che hanno iniziato a percorrere quei sentieri quando tutto era ancora da costruire.

Per Mauri, tuttavia, la fine dell’agonismo non avrebbe significato la fine dello sport. Al contrario, avrebbe rappresentato soltanto un cambiamento di prospettiva. Dalla mountain bike sarebbe passato progressivamente alle discipline della corsa in montagna, al trail e ai vertical, continuando a misurarsi con la fatica e con l’ambiente alpino.

Nel 2011 era stato tra i protagonisti della seconda edizione del Tor des Géants, una delle competizioni che avrebbero contribuito a rendere la Valle d’Aosta un punto di riferimento internazionale per l’endurance in ambiente alpino. Nelle fasi iniziali della gara il suo nome compariva immediatamente alle spalle di specialisti di livello internazionale come Salvador Calvo Redondo, Christophe Le Saux, Ulrich Gross e Dennis Brunod.

Anche i risultati nei vertical testimoniano la continuità del suo rendimento. Nel 2014, al Vertical della Becca di Viou, aveva conquistato il 3° posto con il tempo di 1 ora, 30 minuti e 53 secondi. Nel 2015, al GranParadiso Vertical di Valsavarenche, gara di 3,8 chilometri e 1.000 metri di dislivello, aveva chiuso al 2° posto assoluto in 42'50", alle spalle di Dennis Brunod e davanti ad atleti di valore come Henri Grosjacques, Roberto Maguet e Massimo Gerard.

Sono numeri che raccontano più di una semplice carriera sportiva. Raccontano la continuità di un rapporto con la montagna che non si era interrotto con il passaggio dall’agonismo alla pratica personale. Cambiavano le discipline, cambiavano gli obiettivi e cambiavano le modalità di affrontare la fatica, ma rimaneva lo stesso ambiente.

Accanto allo sport c’era poi la professione. Mauri era un ingegnere e il suo percorso lavorativo era legato anch’esso a competenze tecniche e al territorio valdostano. Ancora recentemente la documentazione regionale lo indicava come responsabile tecnico del Centro di trattamento dei rifiuti liquidi di Brissogne.

Anche questa dimensione contribuisce a delineare una figura nella quale sport e professione sembrano essersi sviluppati lungo binari paralleli, entrambi caratterizzati da preparazione, metodo e conoscenza tecnica. Da una parte la bicicletta, i sentieri e le gare; dall’altra il lavoro e le responsabilità professionali. Due mondi diversi, ma accomunati dalla necessità di affrontare problemi concreti e di conoscere profondamente l’ambiente nel quale si opera.

La sua scomparsa riporta inevitabilmente anche alla complessità del rapporto tra uomo e montagna. La Valle d’Aosta ha costruito negli ultimi decenni una parte crescente della propria identità turistica ed economica proprio sulla possibilità di vivere il territorio attraverso lo sport: dalla mountain bike al trekking, dal trail running allo sci alpinismo, fino alle numerose forme di escursionismo che permettono di conoscere la regione lontano dai circuiti più tradizionali.

Questa evoluzione ha prodotto opportunità economiche, nuove professioni, eventi internazionali e una diversa percezione della montagna. Ma la vicenda di Mauri ricorda anche che la familiarità con l’ambiente alpino, per quanto profonda, non cancella il rischio. La montagna rimane un ambiente nel quale esperienza e preparazione sono fondamentali, ma nel quale l’imprevisto può comunque assumere conseguenze drammatiche.

Per questo il dolore della comunità sportiva si intreccia con una riflessione più ampia. La Valle d’Aosta ha bisogno di continuare a promuovere la propria montagna come luogo di sport, turismo e vita, ma anche di conservarne la consapevolezza e il rispetto. La crescita dell’outdoor non può essere separata dalla cultura della sicurezza, dalla conoscenza dei percorsi e dalla capacità di riconoscere i limiti personali e ambientali.

Luca Mauri, paradossalmente, ha trascorso gran parte della propria vita proprio dentro questa contraddizione: la montagna come luogo di libertà e la montagna come ambiente nel quale nulla può essere dato per scontato. Prima atleta Elite nella mountain bike, poi protagonista del trail e dei vertical, infine appassionato frequentatore dei sentieri, aveva continuato a cercare nella montagna quella dimensione di libertà che aveva conosciuto fin dagli anni Novanta.

Ora saranno il 4 settembre e il 5 settembre a segnare il tempo dell’ultimo saluto. Prima il Rosario ad Aosta, poi il funerale nella chiesa di Roisan. Saranno momenti diversi, ma uniti dallo stesso sentimento: quello di una comunità che saluta non soltanto un professionista e uno sportivo, ma un uomo che ha attraversato una parte importante della storia recente della Valle d’Aosta.

La sua vicenda personale si chiude tragicamente proprio sulle montagne che aveva frequentato per tutta la vita. Ma il significato della sua storia va oltre l’incidente e oltre i risultati ottenuti nelle gare. Mauri apparteneva a quella generazione che ha contribuito a trasformare la mountain bike da disciplina quasi pionieristica in una delle espressioni della nuova cultura sportiva alpina.

E forse è proprio questo il modo più autentico per ricordarlo: non soltanto attraverso le classifiche, i tempi e le competizioni, ma attraverso quella continuità che ha unito tutta la sua vita. «La montagna», sembra raccontare il suo percorso, «non era soltanto il luogo nel quale gareggiare, ma il luogo nel quale vivere».

Ed è una dimensione che oggi assume un valore ancora più forte. Perché mentre la Valle d’Aosta continua a interrogarsi su come valorizzare le proprie montagne, trasformandole in una risorsa turistica, sportiva ed economica, la storia di Luca Mauri ricorda che dietro ogni sentiero, ogni gara e ogni grande evento ci sono persone che hanno costruito quella cultura prima che diventasse un sistema.

Il suo nome resta così legato a una stagione pionieristica dello sport valdostano e a un rapporto con la montagna rimasto intatto per oltre trent’anni. Un rapporto fatto di fatica, passione, tecnica e libertà. E anche se l’ultima salita si è conclusa nel modo più doloroso, il segno lasciato da quella lunga storia continuerà a vivere nei sentieri, nelle biciclette e nella memoria di chi quella montagna l’ha condivisa con lui.

pi.mi.