Ho dovuto sedermi e prendere fiato quando ho letto la notizia. Alex, 35 anni, sindacalista, se n'è andato per la puntura di una vespa. Una crisi anafilattica, fulminea, che non ha lasciato scampo. E il motivo per cui quella notizia mi ha colpito così nel profondo è semplice: solo cinque giorni prima, era capitato anche a me. Una puntura di vespa, un dolore bruciante durato ore, la parte del corpo gonfia e dolorante. A me, però, è andata bene.
Conoscevo Alex, non benissimo, ma abbastanza da incrociarlo e scambiarci due parole. La sua morte ha rattristato tante persone, e credo abbia lasciato a tutti la stessa domanda sospesa: è davvero possibile, nel 2026, morire per la puntura di un insetto?
È la stessa domanda, in fondo, che si pongono in molti quando sentono parlare di un caso di una malattia che pensavamo di esserci lasciati alle spalle da decenni. Come si può, con tutti i progressi della medicina moderna, morire ancora per cause del genere?
È qui che la vicenda di Alex mi ha spinto a una riflessione più ampia. La stessa specie di insetto che a me ha lasciato solo un gonfiore passeggero, a un'altra persona è costata la vita. Non è una questione di sfortuna, o almeno non solo. È una questione di come siamo fatti, ciascuno di noi, nel profondo del nostro corredo genetico.
E attorno a episodi come questo, puntualmente, si accende la stessa polemica: i medici sono superficiali, la medicina è incapace, qualcuno ha sbagliato.
Sentiamo dire, sempre più spesso, che un vaccino ha causato danni gravi a qualcuno, che una cura ritenuta sicura si è rivelata fatale per un'altra persona. E il sospetto, la rabbia, ricadono quasi sempre sulla stessa figura: il medico.
La scienza non è una scienza esatta e questo è risaputo, ma invece di sempre cercare il capro espiatorio credo invece che dovremmo guardare a questi episodi con occhi diversi. Nessun medico augura il male al proprio paziente. Ma i medici non sono onnipotenti: sono persone che lavorano con gli strumenti che la scienza mette loro a disposizione, e la scienza, per quanto avanzata, non è una scienza esatta.
Basti pensare a qualcosa di banale come una pastiglia per il mal di testa: a una persona fa effetto, a un'altra non fa nulla, a una terza può addirittura provocare un danno.
Se questo vale per un semplice analgesico, immaginiamo cosa può significare per un vaccino somministrato a milioni di persone, o per una terapia che nel 99% dei casi salva la vita e in un caso su un milione, per ragioni che la scienza ancora non riesce sempre a prevedere, si rivela fatale.
La medicina cerca, giustamente, la cura che vada bene per tutti. Ma sappiamo, se siamo onesti, che una soluzione del genere non esiste. Siamo tutti diversi, in un modo che va ben oltre il colore degli occhi o l'altezza: siamo diversi nel modo in cui il nostro corpo risponde a un farmaco, a un vaccino, persino al veleno di un insetto.
La morte di Alex è un fatto che fa male, e che va accettato con dolore, perché la morte fa parte della vita, anche quando arriva in modo così assurdo e improvviso. Ma non credo che vada sempre accompagnata dalla ricerca di un colpevole. A volte non è il medico che sbaglia: è la nostra genetica, che reagisce in modo imprevedibile anche davanti alla cura giusta, alla terapia corretta, alla puntura di un insetto che per chiunque altro sarebbe stata solo un fastidio passeggero.
Questa storia, la mia piccola disavventura di pochi giorni prima accostata al destino di Alex, mi ha insegnato una cosa che forse tutti dovremmo ricordarci più spesso: siamo fragili, siamo diversi, e i limiti della medicina non sono sempre colpa di chi la pratica. Sono, semplicemente, i limiti dell'essere umano.