ATTUALITÀ - 29 agosto 2026, 12:18

«Chiare, fresche et dolci acque» recitava il Petrarca

Acqua alpina, sapore di dubbio: quando bollire diventa prima un'ordinanza e poi un'abitudine da Aosta a Quart, passando per Saint-Christophe: cronaca di un'estate in cui il rubinetto ha smesso di essere una certezza

C'è un suono nuovo che accompagna le sere valdostane di questa estate 2026, e non è il campanaccio delle mucche al rientro dall'alpeggio: è il bollore della pentola sul fuoco, acceso non per la pasta, ma per rendere potabile quella che fino a ieri chiamavamo, con un certo orgoglio regionale, «la nostra acqua».

Il 27 agosto il sindaco di Aosta ha firmato un'ordinanza di bollitura precauzionale dopo che le analisi hanno trovato Escherichia coli, enterococchi intestinali e coliformi oltre i limiti in diversi serbatoi cittadini — Montfleury, Pont d'Avisod, Tramail, Excenex, Arpuilles, Talapé, Bornyon.

Non è un episodio isolato: gli stessi serbatoi di Bornyon e Tramail erano già stati sanificati e riaperti solo poche settimane prima. Sei giorni prima, il 21 agosto, toccava a Saint-Christophe: undici frazioni, da Sorreley a Nicolin, sotto obbligo di bollitura dopo i prelievi ai fontanili.

E anche qui, non è la prima volta: un anno fa, quasi la stessa storia, quasi lo stesso mese. A inizio agosto, infine, Quart si è ritrovata senz'acqua del tutto, tra autocisterne d'emergenza e docce di fortuna alla palestra comunale.

Comuni diversi, acquedotti diversi, gestore unico — eppure il refrain è lo stesso e si ripete con una puntualità quasi liturgica. Se fosse una serie TV, la definiremmo «stagionale». Se fosse un'indagine statistica, qualcuno comincerebbe a chiedersi se sia davvero solo coincidenza.

Il retrogusto alpino

«Che buona, la nostra acqua»: chi scrive non ha nostalgie complottiste, ma ha il diritto — anzi, il dovere, da cittadino che paga la bolletta — di farsi due domande.

Le sorgenti che per generazioni ci hanno fornito quell'acqua «pura e cristallina» da cartolina turistica nascono, spesso, a ridosso di pascoli e alpeggi. Piogge intense, disgelo, presenza di bestiame: sono gli ingredienti classici di una contaminazione batteriologica, altro che complotto.

Le reti che portano quell'acqua ai rubinetti hanno decenni sulle spalle, tubature spesso posate quando «razionalizzazione» era una parola che nessuno usava.

Semplice, forse persino banale. E allora perché la sensazione, diffusa da Aosta a Quart, è che il problema sia esploso tutto insieme, proprio ora?

Chi tiene le chiavi dell'acquedotto

Un dato utile, per chi vuole farsi un'opinione informata prima di indossare i panni del sospettoso: dal 2024 il servizio idrico di tredici comuni della zona — tra cui Quart, Saint-Christophe e Saint-Marcel — è passato in gestione a Services des Eaux Valdôtaines Srl (SEV), con tariffe fissate dal Consorzio BIM su delibera della Giunta regionale.

Una razionalizzazione, appunto: un gestore unico al posto di tante amministrazioni comunali che per decenni si erano occupate, con mezzi e tariffe diversissimi, dei propri fontanili.

Ed è qui che il buon senso — o, se preferite, il sano «pensar male» di andreottiana memoria — si accende: ogni volta che un servizio pubblico viene «accorpato», «efficientato», «messo a sistema», puntualmente arriva anche il capitolo tariffe.

Non è un teorema, è quasi un genere letterario italiano: prima si scopre che tutto va rifatto, poi si rifà e, alla fine, si paga. Magari giustamente, perché le reti vanno davvero rifatte e i soldi devono uscire da qualche tasca.

Ma la coincidenza tra «il nuovo gestore mappa le criticità ereditate» e «le criticità ereditate saltano fuori tutte in un colpo solo» è il tipo di dettaglio che a un cronista viene naturale sottolineare, senza per questo trasformarlo in un'accusa.

Il diritto di chiedere, senza il dovere di credere

Non c'è, va detto con onestà, alcuna prova che qualcuno abbia lasciato deteriorare gli acquedotti per giustificare rincari futuri.

Le cause più probabili restano quelle più prosaiche: infrastrutture vecchie, eventi meteo, un gestore nuovo che sta ancora facendo l'inventario dei problemi che si porta in dote.

Ma proprio perché non c'è prova del contrario, ai valdostani — che intanto continuano a far bollire l'acqua come se fosse un rito propiziatorio serale — resta il diritto di chiedere trasparenza: quali investimenti sono previsti, con quali tempi e, soprattutto, con quale impatto sulle bollette dei prossimi anni.

Chiederlo non è complottismo. È, semplicemente, quello che dovrebbe fare chiunque paghi un servizio essenziale.

«Se davvero arriveremo a pagare l'acqua del rubinetto più di una Perrier d'annata, il vecchio monito di Andreotti — quell'ironia romana che arriva fin quassù, nelle nostre valli — torna utile: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. E quest'estate, in Valle d'Aosta, c'è già chi comincia a pensarlo anche dell'acqua.»

Vittore Lume-Rezoli