INTEGRAZIONE E SOLIDARIETÀ - 28 agosto 2026, 16:59

Rifugio Massi, la chiusura apre una ferita nell’accoglienza in Alta Valle: Repole, “possiamo e dobbiamo lavorare insieme con speranza”

Il Rifugio Massi di Oulx si avvia alla chiusura dopo anni di accoglienza e assistenza ai migranti lungo la rotta alpina. Il cardinale Roberto Repole, vescovo di Susa e Torino, ringrazia volontari, istituzioni e realtà del territorio e richiama la necessità di garantire continuità al soccorso. La Prefettura di Torino ha annunciato soluzioni alternative per i mesi autunnali e invernali, ma resta aperto il tema delle risorse e della tenuta della rete territoriale

Rifugio Massi

La chiusura del Rifugio Massi di Oulx non è soltanto la fine, almeno nella sua forma attuale, di un'esperienza di accoglienza. È anche il passaggio di consegne di una vicenda che negli ultimi anni ha messo il territorio dell'Alta Valle di Susa davanti a una delle questioni più difficili del nostro tempo: come garantire assistenza e dignità a persone migranti che attraversano una delle principali direttrici alpine verso la Francia, senza scaricare sulle comunità locali responsabilità che richiedono una risposta istituzionale più ampia.

A poche ore dalla notizia della chiusura, il cardinale Roberto Repole, vescovo di Susa e di Torino, ha voluto intervenire pubblicamente per esprimere riconoscenza a chi, nel corso degli anni, ha reso possibile l'attività del Rifugio. Il messaggio, diffuso con un comunicato stampa del 28 agosto 2026, assume così anche il valore di un riconoscimento a una rete fatta di volontariato, istituzioni, Chiesa, Diaconia valdese e associazioni del territorio.

Repole sottolinea innanzitutto la «grande riconoscenza ai tantissimi volontari e alle istituzioni che hanno collaborato per anni nell’accoglienza dei migranti presso il Rifugio Massi». Una rete che, secondo il vescovo, ha rappresentato concretamente l'impegno per affermare la dignità delle persone più fragili. Nel suo messaggio il cardinale cita espressamente la Chiesa di Susa, la Diaconia valdese e le associazioni locali, riconoscendo il ruolo assunto da soggetti diversi, anche per storia e sensibilità, nella costruzione di una risposta comune.

Il punto più delicato riguarda però il motivo della chiusura. «Purtroppo al momento mancano risorse economiche per proseguire», afferma Repole. È una frase che porta la discussione immediatamente oltre il destino di una singola struttura. Perché quando un servizio di questo tipo viene meno per ragioni finanziarie, la questione non riguarda soltanto la disponibilità di un edificio o la capacità organizzativa dei volontari: riguarda il modello con cui vengono sostenute le politiche di accoglienza e, soprattutto, la distribuzione delle responsabilità tra Stato, enti locali, realtà ecclesiali e Terzo settore.

Il Rifugio Massi si trova infatti in un territorio particolare. Oulx è collocata lungo una direttrice alpina interessata negli ultimi anni dal passaggio di persone intenzionate a raggiungere la Francia, dopo aver attraversato l'Italia. La presenza di migranti in transito ha avuto conseguenze concrete sulla comunità locale, mettendo alla prova servizi, volontari e amministrazioni, ma producendo anche una rete di solidarietà che nel tempo è diventata parte della realtà sociale della valle.

Il tema, dunque, non può essere letto soltanto attraverso la contrapposizione fra favorevoli e contrari all'accoglienza. C'è una dimensione molto più concreta: quella delle persone che arrivano, spesso dopo viaggi difficili, e necessitano almeno temporaneamente di un luogo sicuro, di cibo, assistenza, informazioni e orientamento. E c'è, dall'altra parte, la necessità di evitare che un fenomeno di portata internazionale finisca per essere gestito quasi esclusivamente attraverso la disponibilità dei territori di confine e del volontariato.

Proprio su questo punto assume particolare rilievo il riferimento del cardinale alle alternative annunciate dalla Prefettura di Torino per i mesi autunnali e invernali. Repole osserva che «altre soluzioni di accoglienza per i mesi autunnali e invernali sono state annunciate dalla Prefettura di Torino» e assicura che anche in questo nuovo scenario continuerà la collaborazione della Chiesa. Il messaggio, quindi, non è quello di una resa di fronte alla chiusura, ma di una trasformazione della modalità con cui l'accoglienza potrà essere garantita.

Resta tuttavia da capire quanto queste nuove soluzioni saranno strutturate, finanziate e soprattutto capaci di rispondere alle esigenze concrete che si presenteranno nei prossimi mesi. L'autunno e l'inverno rappresentano infatti una fase particolarmente delicata per chi percorre le vie alpine. La dimensione meteorologica si intreccia con quella umanitaria e rende ancora più importante la disponibilità di strutture adeguate e di una rete organizzata in grado di intervenire rapidamente.

La questione economica è destinata a rimanere centrale. Il volontariato può rappresentare una straordinaria risorsa sociale, ma non può diventare l'unico pilastro di un sistema che affronta un fenomeno strutturale. La sostenibilità dell'accoglienza richiede risorse certe, personale, coordinamento e responsabilità istituzionali definite. Altrimenti il rischio è che la qualità della risposta dipenda dalla capacità, variabile nel tempo, delle singole realtà locali di raccogliere fondi e mobilitare volontari.

Ed è proprio il riconoscimento rivolto da Repole ai volontari a raccontare una delle dimensioni meno visibili della vicenda. Dietro una struttura di accoglienza non ci sono soltanto stanze, pasti e servizi: ci sono persone che dedicano tempo, energie e competenze a un'attività spesso complessa e non priva di tensioni. La chiusura del Rifugio Massi rappresenta quindi anche la conclusione di un'esperienza comunitaria che ha coinvolto una parte significativa della società civile della valle.

Sul piano politico, il caso di Oulx ripropone inoltre una domanda destinata a tornare con forza nel dibattito pubblico: chi deve farsi carico dell'accoglienza lungo le frontiere italiane? La risposta non può essere lasciata soltanto ai territori di confine. Le comunità alpine sono chiamate quotidianamente a confrontarsi con dinamiche determinate da guerre, crisi internazionali, rotte migratorie e politiche europee. Sono fenomeni che superano largamente la dimensione comunale e regionale.

Questo non significa ignorare le esigenze delle comunità locali. Al contrario, proprio il coinvolgimento dei territori dovrebbe essere accompagnato da risorse e strumenti adeguati. La solidarietà, per essere efficace nel lungo periodo, ha bisogno anche di organizzazione. E la responsabilità pubblica non può essere sostituita indefinitamente dalla buona volontà di associazioni e cittadini.

Nel suo messaggio, Repole prova infine a spostare lo sguardo dal momento della chiusura a quello che verrà dopo. «Continueranno a vedere la nostra collaborazione e dicono la volontà di proseguire nel soccorso ai disperati», afferma il cardinale, prima di concludere con un appello tanto semplice quanto impegnativo: «Possiamo e dobbiamo lavorare insieme con speranza».

È forse proprio questo il significato più ampio della vicenda del Rifugio Massi. Una struttura può chiudere, un modello organizzativo può cambiare, una rete può essere costretta a reinventarsi. Ma il problema che l'ha resa necessaria non scompare con la sua chiusura. Al contrario, la vera sfida dei prossimi mesi sarà capire se le nuove soluzioni annunciate dalle istituzioni riusciranno a garantire continuità, dignità e sicurezza senza disperdere il patrimonio umano costruito in questi anni.

La storia di Oulx ricorda così che le grandi questioni internazionali, quando arrivano sulle Alpi, assumono volti, nomi e bisogni concreti. E che una politica dell'accoglienza realmente sostenibile non può limitarsi né alla sola emergenza né alla sola contrapposizione ideologica: deve tenere insieme dignità delle persone, sicurezza delle comunità, responsabilità delle istituzioni e sostenibilità economica. È su questo equilibrio che si misurerà la capacità del territorio di affrontare l'inverno che sta arrivando.

Il Rifugio Massi, presidio di accoglienza ai piedi della rotta alpina

Il Rifugio Fraternità Massi si trova a Oulx, in Alta Valle di Susa, in provincia di Torino, lungo una delle direttrici utilizzate dalle persone migranti che, dopo essere arrivate in Italia, tentano di raggiungere la frontiera con la Francia attraverso i valichi alpini. Oulx dista circa 90 chilometri da Torino e una ventina di chilometri dal confine italo-francese: una posizione che ha trasformato il paese in una tappa strategica della rotta migratoria verso il Nord Europa.

Il rifugio è nato nel 2018, inizialmente come punto di prima accoglienza per le persone in transito, e nel corso degli anni ha progressivamente ampliato la propria capacità e i propri servizi. La gestione è affidata alla Fondazione Talità Kum Budrola ETS, mentre il progetto è stato sostenuto anche dalla Fondazione Magnetto e da una rete composta da realtà ecclesiali, associazioni, operatori sanitari e volontari. Nel 2021 l'acquisizione di un nuovo immobile ha consentito di portare la capacità di accoglienza fino a 70 posti, mentre altre fonti descrivono una struttura arrivata a disporre complessivamente di circa 80 posti letto.

Dal punto di vista logistico, il Massi è un edificio attrezzato con camere dotate di bagno distribuite su tre piani, cucina, refettorio e un ampio spazio esterno. Nel corso della sua attività ha garantito alle persone in transito servizi essenziali come un posto letto, un pasto caldo, la colazione e una doccia, oltre a forme di assistenza sanitaria e socio-legale realizzate attraverso la collaborazione con diverse organizzazioni.

La sua funzione, però, non è mai stata quella di un tradizionale centro di accoglienza destinato a permanenze prolungate. Il Massi è stato concepito soprattutto come punto di approdo temporaneo per persone che arrivano a Oulx prima di affrontare il tratto più difficile del viaggio verso la Francia. La permanenza era normalmente limitata a uno o due giorni, il tempo necessario per riposare, alimentarsi, ricevere assistenza e recuperare vestiti o equipaggiamento adeguato prima di proseguire.

Questa caratteristica spiega anche l'importanza della sua ubicazione. In una zona montana dove, nei mesi invernali, il freddo e la neve possono trasformare il percorso verso il confine in un rischio concreto per persone spesso prive dell'equipaggiamento necessario, il rifugio ha rappresentato un presidio di sicurezza oltre che di solidarietà. Nei primi sei mesi del 2026, secondo quanto riferito dopo il vertice in Prefettura, sono passate dal Massi circa 2.500 persone, circa il 20% delle quali minorenni.

La collocazione di Oulx, dunque, è parte integrante della storia del Rifugio Massi. Non si tratta semplicemente di una struttura collocata in un comune alpino, ma di un presidio situato lungo una rotta di frontiera dove la dimensione umanitaria si intreccia inevitabilmente con quella della sicurezza, dei controlli alle frontiere, della gestione dei flussi migratori e della tutela delle persone vulnerabili.

Anche per questo la chiusura annunciata dal 1° settembre 2026 non equivale soltanto alla cessazione di un servizio. Significa interrompere, almeno temporaneamente e nella sua configurazione attuale, una presenza costruita in otto anni proprio nel punto in cui il bisogno di assistenza si manifesta con maggiore evidenza. La prospettiva annunciata di una successiva riqualificazione e di un possibile reinserimento della struttura nei progetti di accoglienza finanziati dalle istituzioni lascia aperta una possibilità di continuità.

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