Martedì primo settembre, alle 18.30, Papa Leone XIV celebrerà nei Giardini Pontifici di Castel Gandolfo la Messa per la Custodia della Creazione, nel Giardino della Madonnina del Borgo Laudato si’. È un appuntamento della Chiesa, certamente, ma sarebbe un errore considerarlo soltanto un appuntamento per i credenti. Perché la custodia del creato non è una questione di fede. O, almeno, non lo è soltanto. Si può credere in Dio oppure no, si può essere cattolici, appartenere a un’altra confessione religiosa, essere agnostici o dichiararsi atei. Ma nessuno può sottrarsi alla responsabilità verso il mondo che abita. La parola “creazione” appartiene alla fede. La parola “responsabilità”, invece, appartiene a tutti.
E oggi questa responsabilità pesa come non mai. Stiamo consumando il pianeta come se fosse inesauribile, stiamo avvelenando mari, terre e aria, stiamo alterando gli equilibri climatici, devastando territori per inseguire profitti immediati. E, nello stesso tempo, spendiamo somme enormi per costruire armi capaci di distruggere in pochi minuti ciò che l’umanità ha impiegato secoli a costruire. Il messaggio scelto da Leone XIV per la Giornata mondiale di preghiera per la Cura del Creato è un’immagine antichissima che sembra però scritta per il nostro tempo: “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci”. Trasformare gli strumenti della distruzione in strumenti della vita. Non serve credere nel profeta Isaia per capire quanto sia attuale. Basta guardare il mondo.
Ci sono despoti che continuano a considerare la guerra uno strumento normale della politica, governi che sacrificano intere generazioni sull’altare delle proprie ambizioni, potentati economici che sembrano considerare la natura soltanto una miniera da sfruttare e uomini irresponsabili che, pur conoscendo perfettamente le conseguenze delle loro decisioni, continuano a comportarsi come se il futuro non li riguardasse. Stiamo distruggendo tutto e, spesso, lo facciamo con una consapevolezza persino più inquietante della semplice ignoranza. Sappiamo quello che sta accadendo, conosciamo le conseguenze, abbiamo gli strumenti scientifici e tecnologici per intervenire, eppure continuiamo a rimandare, a giustificare, a girarci dall’altra parte. È forse questa la forma più triste della nostra miseria: non quella di chi non sa, ma quella di chi sa e sceglie comunque di non fare nulla.
Naturalmente sarebbe troppo facile scaricare ogni colpa sui grandi della Terra. Anche noi partecipiamo, in misura diversa, a questo modello di sviluppo. Anche noi consumiamo, sprechiamo, pretendiamo comodità, energia, mobilità, beni e servizi senza interrogarci abbastanza sul loro costo ambientale e umano. Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere le responsabilità. Non tutte le responsabilità sono uguali. Un cittadino che cerca semplicemente di vivere la propria vita non può essere messo sullo stesso piano di chi decide di bombardare una città, di chi finanzia una guerra, di chi distrugge deliberatamente un ecosistema per ottenere un profitto o di chi, avendo il potere di cambiare le cose, sceglie consapevolmente di non farlo.
È qui che la custodia diventa una questione profondamente politica e civile. Custodire significa riconoscere che qualcosa non ci appartiene completamente. La terra non è nostra proprietà assoluta. Non lo sono l’acqua, l’aria, le montagne, i boschi. E soprattutto non ci appartiene il futuro. Il futuro appartiene anche a quelli che non sono ancora nati. È forse questa la più grande responsabilità della nostra generazione: lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti un mondo nel quale sia ancora possibile vivere, respirare, coltivare, bere acqua pulita, conoscere la bellezza di una foresta, di una montagna, di un ghiacciaio.
Per un credente, tutto questo può essere letto come custodia del dono di Dio. Per un agnostico può essere il dovere morale di proteggere ciò che non ha creato ma che ha ricevuto. Per un ateo può essere semplicemente il senso della responsabilità verso la specie umana. Le parole cambiano, il dovere resta. E forse sarebbe ora che credenti e non credenti smettessero di dividersi proprio su questo. Perché mentre discutiamo se il creato sia un dono di Dio oppure il risultato di miliardi di anni di evoluzione, il ghiacciaio continua a ritirarsi. Mentre discutiamo di ideologie, le guerre continuano a devastare territori. Mentre ci accapigliamo sulla politica, milioni di persone pagano il prezzo dell’inquinamento, della povertà, della siccità e del degrado ambientale. La natura, semplicemente, non aspetta le nostre discussioni. E nemmeno il tempo.
Per questo la Messa di Castel Gandolfo può parlare anche a chi non entrerà mai in una chiesa. Può parlare a chi non crede, a chi dubita, a chi considera la religione una cosa lontana dalla propria vita. Può parlare soprattutto a chi pensa che la difesa dell’ambiente sia una questione marginale, una moda, una bandiera politica o una faccenda per anime belle. Non lo è. È una questione di sopravvivenza ed è anche una questione di libertà. Perché un uomo che dipende completamente da chi controlla l’acqua, l’energia, il cibo e le risorse naturali è un uomo meno libero. Una comunità che perde il proprio territorio perde una parte della propria autonomia. Un popolo costretto ad abbandonare la propria terra perché resa invivibile perde qualcosa di molto più grande di una casa: perde una storia, una cultura, una memoria.
Anche per questo la custodia del creato dovrebbe essere particolarmente cara a chiunque abbia a cuore l’autonomia dei territori. Custodire una montagna significa custodire una comunità. Custodire un fiume significa custodire un futuro. Custodire una valle significa difendere il diritto di chi la abita a continuare a viverci. La Valle d’Aosta, con le sue montagne, i suoi ghiacciai, le sue acque e i suoi piccoli comuni, dovrebbe comprendere meglio di molti altri luoghi questa verità. Qui la natura non è un’immagine da cartolina: è territorio, economia, agricoltura, turismo, identità, cultura. È vita quotidiana.
E allora forse la parola più importante non è nemmeno “creazione”. È “custodia”. Custodire è l’opposto del possedere. Chi possiede pensa a ciò che può prendere. Chi custodisce pensa a ciò che deve lasciare. È questa la differenza tra una civiltà responsabile e una civiltà che divora se stessa. Il problema è che abbiamo consegnato troppo spesso il destino del mondo a despoti, irresponsabili e uomini miserabili che confondono il potere con il diritto di fare qualsiasi cosa. Ma non possiamo limitarci a indignarci. La responsabilità è anche nostra. Dobbiamo pretendere dalla politica scelte lungimiranti, chiedere che le risorse destinate alla distruzione vengano trasformate in risorse per la vita e smettere di considerare ambiente, pace e dignità umana come questioni separate. Sono pezzi della stessa battaglia.
Martedì il Papa celebrerà una Messa per la Custodia della Creazione. Chi crede potrà viverla come una preghiera. Chi non crede potrebbe viverla come un monito. E forse entrambi, in fondo, stanno dicendo la stessa cosa: questo mondo non è nostro da consumare. È nostro da custodire. Perché dopo di noi verranno altri. E il giudizio più severo sulla nostra generazione potrebbe non arrivare né da Dio né dalla storia, ma dai nostri figli, quando ci chiederanno perché abbiamo avuto la possibilità di salvare il mondo e abbiamo scelto, troppe volte, di lasciarlo andare in rovina.
La custodia del creato
Mardi 1er septembre, à 18 h 30, le pape Léon XIV célébrera, dans les Jardins pontificaux de Castel Gandolfo, la messe pour la Garde de la Création, dans le jardin de la Madonnina du Borgo Laudato si’. Il s’agit, bien évidemment, d’un rendez-vous de l’Église. Mais ce serait une erreur de le considérer comme une célébration réservée aux seuls croyants. Car la protection de la Création n’est pas uniquement une question de foi. On peut croire en Dieu ou ne pas y croire, être catholique, appartenir à une autre confession, être agnostique ou athée. Personne, pourtant, ne peut se soustraire à sa responsabilité envers le monde dans lequel il vit. Le mot « Création » appartient à la foi. Le mot « responsabilité », lui, appartient à tous.
Et aujourd’hui, cette responsabilité pèse plus lourd que jamais. Nous consommons la planète comme si ses ressources étaient infinies, nous empoisonnons les mers, les sols et l’air, nous bouleversions les équilibres climatiques, nous détruisons des territoires au nom de profits immédiats. Dans le même temps, nous consacrons des sommes considérables à la fabrication d’armes capables de détruire en quelques minutes ce que l’humanité a mis des siècles à construire. Le message choisi par Léon XIV pour la Journée mondiale de prière pour la sauvegarde de la Création est une image ancienne qui semble pourtant avoir été écrite pour notre époque : « De leurs épées, ils forgeront des socs de charrue, et de leurs lances, des faucilles ». Transformer les instruments de destruction en instruments au service de la vie. Il n’est pas nécessaire de croire au prophète Isaïe pour comprendre combien ces paroles sont actuelles. Il suffit de regarder le monde.
Il y a des despotes qui continuent de considérer la guerre comme un instrument normal de la politique, des gouvernements qui sacrifient des générations entières à leurs ambitions, des puissances économiques qui semblent considérer la nature comme une simple réserve de ressources à exploiter, et des hommes irresponsables qui, tout en connaissant parfaitement les conséquences de leurs décisions, continuent d’agir comme si l’avenir ne les concernait pas. Nous sommes en train de tout détruire et, souvent, nous le faisons en pleine connaissance de cause. Nous savons ce qui se passe, nous en connaissons les conséquences, nous disposons des connaissances scientifiques et des moyens technologiques pour agir et pourtant nous continuons à remettre les décisions à plus tard, à trouver des excuses, à détourner le regard. C’est peut-être là que réside la forme la plus triste de notre misère : non pas dans l’ignorance, mais dans le fait de savoir et de choisir malgré tout de ne rien faire.
Bien sûr, il serait trop facile de faire porter toute la responsabilité aux puissants de ce monde. Nous participons nous aussi, à des degrés différents, à ce modèle de développement. Nous consommons, nous gaspillons, nous exigeons du confort, de l’énergie, de la mobilité, des biens et des services sans toujours nous interroger suffisamment sur leur coût environnemental et humain. Mais il serait tout aussi injuste de mettre toutes les responsabilités sur le même plan. Elles ne se valent pas. Un citoyen qui cherche simplement à vivre sa vie ne peut être placé sur le même plan que celui qui décide de bombarder une ville, de financer une guerre, de détruire délibérément un écosystème pour réaliser un profit ou de celui qui, ayant le pouvoir de changer les choses, choisit consciemment de ne pas le faire.
C’est là que la garde de la Création devient une question profondément politique et civique. Protéger signifie reconnaître que quelque chose ne nous appartient pas entièrement. La terre n’est pas notre propriété absolue. Pas plus que l’eau, l’air, les montagnes ou les forêts. Et surtout, l’avenir ne nous appartient pas. Il appartient aussi à ceux qui ne sont pas encore nés. C’est peut-être la plus grande responsabilité de notre génération : laisser à nos enfants et à nos petits-enfants un monde dans lequel il soit encore possible de vivre, de respirer, de cultiver, de boire une eau saine et de connaître la beauté d’une forêt, d’une montagne ou d’un glacier.
Pour un croyant, tout cela peut être compris comme la protection d’un don de Dieu. Pour un agnostique, c’est le devoir moral de préserver ce qu’il n’a pas créé mais qu’il a reçu. Pour un athée, c’est tout simplement la responsabilité envers l’humanité et les générations futures. Les mots changent, le devoir demeure. Il serait peut-être temps que croyants et non-croyants cessent de se diviser précisément sur cette question. Car pendant que nous discutons pour savoir si le monde est un don de Dieu ou le résultat de milliards d’années d’évolution, les glaciers continuent de reculer. Pendant que nous débattons d’idéologies, les guerres continuent de ravager des territoires. Pendant que nous nous affrontons politiquement, des millions de personnes paient le prix de la pollution, de la pauvreté, de la sécheresse et de la dégradation de l’environnement. La nature, elle, n’attend pas nos débats. Et le temps non plus.
C’est pourquoi la messe de Castel Gandolfo peut aussi parler à ceux qui ne franchiront jamais la porte d’une église. Elle peut parler à ceux qui ne croient pas, à ceux qui doutent, à ceux qui considèrent la religion comme étrangère à leur vie. Elle peut surtout interpeller ceux qui pensent que la défense de l’environnement est une question secondaire, une mode, un drapeau politique ou une affaire réservée aux idéalistes. Ce n’est pas le cas. C’est une question de survie, mais aussi une question de liberté. Car un homme qui dépend entièrement de ceux qui contrôlent l’eau, l’énergie, la nourriture et les ressources naturelles est un homme moins libre. Une communauté qui perd son territoire perd une part de son autonomie. Un peuple contraint d’abandonner sa terre parce qu’elle est devenue invivable perd bien davantage qu’un foyer : il perd une histoire, une culture, une mémoire.
C’est aussi pour cette raison que la protection de la Création devrait être particulièrement chère à tous ceux qui ont à cœur l’autonomie des territoires. Protéger une montagne, c’est protéger une communauté. Protéger une rivière, c’est protéger un avenir. Protéger une vallée, c’est défendre le droit de ceux qui y vivent à continuer d’y vivre. La Vallée d’Aoste, avec ses montagnes, ses glaciers, ses eaux et ses petites communes, devrait mieux que beaucoup d’autres comprendre cette vérité. Ici, la nature n’est pas une simple image de carte postale : elle est territoire, économie, agriculture, tourisme, identité, culture. Elle est la vie quotidienne.
Et alors, peut-être que le mot le plus important n’est même pas « Création ». C’est « garde », « protection », « responsabilité ». Protéger est l’exact contraire de posséder. Celui qui possède pense à ce qu’il peut prendre. Celui qui protège pense à ce qu’il doit transmettre. C’est là toute la différence entre une civilisation responsable et une civilisation qui finit par se dévorer elle-même. Le problème est que nous avons trop souvent confié le destin du monde à des despotes, à des irresponsables et à des hommes misérables qui confondent le pouvoir avec le droit de tout faire. Mais nous ne pouvons pas nous contenter de nous indigner. La responsabilité est aussi la nôtre. Nous devons exiger de la politique des choix à long terme, demander que les ressources consacrées à la destruction soient progressivement transformées en ressources au service de la vie et cesser de considérer l’environnement, la paix et la dignité humaine comme des questions séparées. Elles sont les différentes facettes d’un même combat.
Mardi, le pape célébrera une messe pour la Garde de la Création. Ceux qui croient pourront la vivre comme une prière. Ceux qui ne croient pas pourront l’entendre comme un avertissement. Et peut-être que, finalement, les uns et les autres disent la même chose : ce monde ne nous appartient pas pour que nous le consommions. Il nous appartient pour que nous en soyons les gardiens. Car après nous, d’autres viendront. Et le jugement le plus sévère porté sur notre génération ne viendra peut-être ni de Dieu ni de l’Histoire, mais de nos enfants, lorsqu’ils nous demanderont pourquoi, alors que nous avions la possibilité de préserver le monde, nous avons trop souvent choisi de le laisser partir à la dérive.