CULTURA - 26 agosto 2026, 14:44

Il Palazzo Vescovile ritrova il suo volto settecentesco: ad Aosta torna a splendere la decorazione degli Albertolli

Il restauro dell’atrio del Palazzo Vescovile restituisce leggibilità e splendore alla decorazione neoclassica realizzata nel Settecento dagli artisti ticinesi Michele e Alberto Albertolli. I risultati dell’intervento saranno presentati giovedì 3 settembre 2026, alle ore 18, nel Salone del Vescovado. Un recupero che non riguarda soltanto le superfici decorate, ma riconsegna alla città una pagina significativa della sua storia artistica, ecclesiastica e culturale

Ingresso Palazzo vescovile ph Regione VdA

C’è un momento, nel restauro di un edificio storico, in cui la conservazione smette di essere soltanto una questione tecnica e diventa un modo per restituire alla comunità una parte della propria memoria. È quello che accadrà con la presentazione dei lavori di restauro e risanamento conservativo dell’atrio del Palazzo Vescovile di Aosta, uno degli ambienti più significativi dell’architettura ecclesiastica cittadina.

L’appuntamento è fissato per giovedì 3 settembre 2026 alle ore 18, presso il Salone del Vescovado. Sarà l’occasione per illustrare un intervento che ha permesso di recuperare la decorazione neoclassica realizzata circa 260 anni fa e legata alla presenza ad Aosta della famiglia Albertolli, una delle dinastie artistiche ticinesi che tra Settecento e Ottocento contribuirono in maniera rilevante alla diffusione del nuovo gusto classicista nell’Italia settentrionale.

Dopo i saluti istituzionali di monsignor Franco Lovignana, vescovo della Diocesi di Aosta, e di Erik Lavevaz, assessore all’Istruzione, cultura e politiche identitarie, la serata entrerà nel merito della storia dell’edificio, delle sue trasformazioni e delle diverse fasi dell'intervento. Interverranno Roberta Bordon, direttrice dell’Ufficio Diocesano Beni Culturali, con un contributo dedicato a “La storia del Palazzo”; Mauro Cortellazzo, archeologo, che affronterà il tema “…Prima del Palazzo”; Diana Costantini, architetto e restauratrice, che illustrerà “Le fasi del restauro”; e Laura Pizzi, storica dell’arte e restauratrice, chiamata a ricostruire il ruolo di “Michele e Alberto Albertolli: l’edificazione e la decorazione”.

Il valore dell’intervento emerge ancora di più se si guarda alla storia del luogo. Il Palazzo Vescovile non è infatti un edificio isolato, ma costituisce una parte essenziale del cuore storico e istituzionale di Aosta, città che per secoli ha rappresentato una sorta di piccola capitale delle vallate valdostane. Accanto al vescovo e al Capitolo della Cattedrale vi avevano sede numerose istituzioni religiose e culturali, dai canonici regolari di Sant’Orso ai Canonici del Gran San Bernardo, fino al Collegio Saint-Bénin. La stessa Diocesi, con una storia che affonda le proprie radici nella tarda antichità, ha rappresentato nei secoli uno dei principali centri di produzione e conservazione della cultura valdostana.

La stagione nella quale il Palazzo venne rinnovato coincide con una fase particolarmente interessante della storia artistica della Valle. Nel XVIII secolo Aosta guardava infatti alle nuove forme del gusto europeo, abbandonando progressivamente alcune impostazioni decorative precedenti per avvicinarsi a un linguaggio nel quale il riferimento all’antichità classica diventava sempre più evidente. Gli Albertolli, originari del Ticino, furono tra gli interpreti più importanti di questa trasformazione.

La loro presenza ad Aosta è documentata in diverse opere. La famiglia era composta da architetti, decoratori, stuccatori e artisti capaci di lavorare tanto sulla struttura architettonica quanto sull'apparato ornamentale. Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani di Treccani, Francesco Saverio Albertolli, insieme al figlio Michele, ebbe un ruolo nella costruzione del Palazzo Vescovile di Aosta, mentre ad Alberto, figlio di Michele, viene attribuita la decorazione del salone e dell’atrio.

È un elemento che permette di leggere il restauro odierno non semplicemente come il recupero di una decorazione antica, ma come la riscoperta di una precisa stagione culturale. Gli Albertolli furono infatti protagonisti di quel passaggio dal tardobarocco e dal rococò verso il neoclassicismo che avrebbe segnato profondamente l’arte italiana tra la seconda metà del Settecento e l’Ottocento. Il loro linguaggio privilegiava eleganza, equilibrio, simmetria e repertori ornamentali ispirati all’antico, contribuendo alla costruzione di un nuovo gusto destinato a diventare dominante.

Anche la vicina Cattedrale testimonia questa trasformazione. Nel 1758 il nuovo altare maggiore marmoreo venne realizzato dallo stesso Francesco Saverio Albertolli, al quale il vescovo Pierre-François de Sales aveva affidato in quegli anni importanti lavori di ampliamento e ristrutturazione del Palazzo Vescovile. La presenza degli Albertolli nel cuore religioso di Aosta appare dunque come parte di un progetto complessivo di rinnovamento dell'insieme monumentale costituito dal Vescovado e dalla Cattedrale.

In questo quadro si inserisce anche l’episcopato di Paolo Giuseppe Solaro di Villanova Solaro, vescovo di Aosta dal 1784 al 1804, al quale è legata la decorazione settecentesca oggetto dell’attuale recupero. Fu un periodo tutt’altro che marginale per la storia valdostana ed europea. Il vecchio ordine politico e sociale stava entrando in una fase di profonde trasformazioni e, nel giro di pochi decenni, l’arrivo della Rivoluzione francese e l’età napoleonica avrebbero modificato radicalmente anche l’organizzazione ecclesiastica della Valle.

La parabola di Solaro è particolarmente significativa. La Diocesi di Aosta venne soppressa nel 1805 e incorporata a quella di Ivrea, mentre il vescovo venne trasferito. Soltanto il 17 luglio 1817 la diocesi sarebbe stata ricostituita. Il Palazzo Vescovile attraversò dunque, insieme alla comunità religiosa e civile valdostana, una delle fasi più tormentate della storia contemporanea della regione.

Anche per questo il recupero dell’atrio assume un significato che va oltre l'estetica. Restaurare significa restituire leggibilità a una stratificazione di vicende nella quale arte, religione, politica e società si sono intrecciate per secoli. Ogni decorazione, ogni scelta architettonica, ogni intervento successivo racconta infatti un'epoca e il modo in cui una comunità ha rappresentato se stessa e il proprio rapporto con le istituzioni.

C’è poi un ulteriore elemento di valore: il Palazzo Vescovile è tuttora legato alla conservazione della memoria documentaria della Diocesi. L’Archivio Storico della Diocesi di Aosta custodisce un patrimonio di straordinaria ampiezza, con documenti che attraversano secoli di storia valdostana. Le fonti archivistiche testimoniano inoltre l'attenzione dedicata all'archivio episcopale proprio durante l’episcopato di Solaro.

Il restauro dell’atrio diventa così anche una riflessione sul rapporto tra patrimonio e identità. In una regione come la Valle d’Aosta, dove la dimensione storica e quella culturale sono profondamente intrecciate con la particolare identità istituzionale e linguistica del territorio, la conservazione dei beni monumentali non può essere considerata una semplice operazione di manutenzione. È una forma concreta di trasmissione della memoria.

E proprio la presenza degli Albertolli offre una chiave di lettura interessante anche sul piano più ampio dei rapporti alpini. Gli artisti ticinesi si muovevano infatti attraverso un'area che non coincideva con gli attuali confini politici: il mondo delle Alpi occidentali e centrali era attraversato da maestranze, artisti, architetti e decoratori che portavano tecniche e linguaggi da una valle all'altra. Aosta, collocata lungo uno dei grandi corridoi alpini europei, era naturalmente parte di questi circuiti. La decorazione del Vescovado racconta dunque anche una Valle d’Aosta aperta agli scambi culturali e artistici transalpini.

La presentazione del 3 settembre sarà quindi qualcosa di più della conclusione pubblica di un cantiere. Sarà l'occasione per riportare l'attenzione su un patrimonio che spesso rischia di essere dato per scontato proprio perché inserito nella quotidianità della città. Un atrio può apparire come uno spazio di passaggio; in realtà, quello del Palazzo Vescovile è un luogo nel quale si incontrano oltre due secoli e mezzo di storia, il lavoro di artisti provenienti dal mondo ticinese, la vicenda dei vescovi di Aosta, le trasformazioni politiche dell'età rivoluzionaria e napoleonica e la continuità della memoria ecclesiastica valdostana.

Restituire quelle decorazioni alla loro leggibilità significa quindi restituire alla città un frammento della propria identità. Ed è forse questo il significato più profondo di un restauro: non riportare semplicemente un edificio al suo antico splendore, ma permettere alle generazioni presenti di comprendere meglio ciò che hanno ricevuto in eredità e, soprattutto, di assumersi la responsabilità di consegnarlo alle generazioni future.

je.fe.