ATTUALITÀ - 24 agosto 2026, 12:00

Vaccinare per obbligo o per scelta: due Europe a confronto

Con l'avvicinarsi dell'inizio dell'anno scolastico, il caso della bimba deceduta per sospetta difterite ha riportato al centro dell'attenzione un tema che ciclicamente ritorna: le vaccinazioni obbligatorie e la sicurezza negli ambienti educativi

Non è un dibattito nuovo, ma ogni volta si ripresenta con la stessa intensità, come se la società non riuscisse mai davvero a elaborarlo. E ogni volta, purtroppo, si trasforma in un terreno di scontro più che di riflessione.

In queste settimane si è visto un fenomeno che ormai conosciamo bene: la tendenza a giudicare le scelte degli altri con una rapidità che non lascia spazio alla complessità. Si etichetta, si accusa, si aggredisce. Chi decide diversamente da noi diventa automaticamente "irresponsabile", "incapace", "pericoloso".

E lo stesso meccanismo si applica alla politica: se un politico prende la decisione che avremmo preso noi, allora è competente; se prende una decisione diversa, allora è un criminale o un incapace. Una logica binaria che riduce la realtà a una caricatura.

Eppure, le scelte sono facili solo quando riguardano noi stessi. Quando non hanno conseguenze su nessuno, quando non mettono in gioco la salute, la sicurezza o la serenità di altri. Ma diventano un tormento quando la nostra decisione può influire sulla vita di qualcun altro: un figlio, un familiare fragile, un compagno di classe immunodepresso, un bambino che non può scegliere.

La scuola, in questo senso, è un luogo particolare. Non è un ambiente libero, dove si può decidere con chi stare o da chi tenersi lontani. È un luogo di convivenza obbligata, dove centinaia di bambini condividono spazi, tempi, aria, routine. E dove la responsabilità individuale si intreccia inevitabilmente con quella collettiva.

Vale la pena fermarsi un momento su un dato che spesso resta sullo sfondo del dibattito italiano, ma che aiuta a inquadrare la questione con più onestà: l'Italia non affronta questo tema da sola, e non lo affronta come tutti gli altri.

Nell'Unione Europea le strade percorse sono, ancora oggi, profondamente diverse. Circa la metà dei Paesi membri non prevede alcuna vaccinazione obbligatoria: tra questi Germania, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Austria, Danimarca e Svezia. L'altra metà, invece, include almeno un vaccino obbligatorio nel proprio calendario, con l'Italia che, insieme alla Croazia, si colloca ai vertici per numero di vaccinazioni obbligatorie, seconda solo alla Lettonia.

Non è solo una differenza di numeri, ma di filosofia. Alcuni Paesi, come il Regno Unito o la Finlandia, hanno scelto la strada della volontarietà accompagnata da un'offerta capillare e da incentivi, sia per i medici vaccinatori sia per le famiglie, puntando sulla fiducia e sull'informazione più che sulla sanzione.

Altri, come Stati Uniti, Canada e, in parte, la Germania, hanno scelto una via intermedia: nessuna sanzione per chi non si vaccina, ma un certificato necessario per l'ammissione a scuola — una soglia, non un divieto assoluto.

L'Italia, con la legge Lorenzin del 2018, ha invece optato per un obbligo esplicito, con conseguenze concrete sull'accesso ai servizi educativi.

Nessuno di questi modelli è "quello giusto" in senso assoluto: sono risposte diverse a uno stesso problema, elaborate da contesti sanitari, culturali e politici diversi, e ciascuna porta con sé compromessi diversi tra libertà individuale e tutela collettiva.

Ma proprio questa varietà di approcci dovrebbe suggerirci qualcosa: se anche in Europa, tra Paesi che condividono standard sanitari altissimi, non esiste un'unica risposta condivisa, forse la domanda giusta non è "chi ha ragione", ma "quali valori un Paese decide di far prevalere quando due diritti legittimi entrano in tensione".

Per questo, quando la politica deve decidere, non esiste la scelta "facile". Non esiste la soluzione che accontenta tutti. Non esiste la decisione che non scontenta nessuno.

Esiste solo il tentativo — spesso faticoso, spesso contestato — di trovare un equilibrio tra diritti che non sono mai perfettamente compatibili: il diritto di scegliere per sé e il diritto degli altri a essere protetti.

In un contesto del genere, giudicare è semplice. Decidere, invece, è difficilissimo. E chi deve farlo porta sulle spalle un peso che raramente viene riconosciuto: il peso della responsabilità, non quello della popolarità.

Forse, prima di puntare il dito — verso chi sceglie diversamente da noi, o verso chi in altri Paesi ha scelto un modello diverso dal nostro — dovremmo ricordare che le scelte che riguardano la collettività non sono mai scelte a cuor leggero.

Sono scelte che richiedono prudenza, ascolto, competenza e, soprattutto, rispetto reciproco. Un rispetto che, negli ultimi anni, sembra essere diventato la risorsa più scarsa.

E allora forse dovremmo avere un briciolo di ottimismo e scacciare i brutti pensieri.

Tra pochi giorni le scuole riapriranno. I bambini torneranno a correre nei corridoi, a scambiarsi merende, a raccontarsi le vacanze, a litigare per un pennarello blu.

E forse, almeno per un momento, potremmo ricordarci che la loro leggerezza è la cosa che stiamo cercando di proteggere.

Il resto — le polemiche, le accuse, le certezze assolute, persino il confronto tra modelli e Paesi — può aspettare.

Vittore Lume-Rezoli