Nell'estate 2026 la maggioranza di centrodestra ha varato una nuova legge elettorale, lo «Stabilicum», presentata come il ritorno delle preferenze dopo anni di liste bloccate. Il testo, depositato da Fratelli d'Italia insieme a Noi Moderati e Udc, prevede che l'elettore possa indicare fino a tre preferenze tra i candidati di ogni collegio plurinominale.
C'è un dettaglio, però, che ridimensiona parecchio l'entusiasmo: il capolista resta bloccato. In ogni collegio, il primo nome del listino entra comunque in Parlamento, a prescindere da quante preferenze riceva: anche zero, anche una sola, anche molte meno di un candidato piazzato più in basso nella stessa lista.
Le tre preferenze si esprimono infatti solo sugli altri sei nomi del listino, non sul capolista. Lo hanno fatto notare, con toni anche molto duri, sia le opposizioni di sinistra sia gli alleati di governo più critici. Futuro Nazionale di Vannacci ha definito la misura un'operazione che dà l'illusione di scegliere i parlamentari, mentre di fatto lascia il potere di decisione nelle segreterie di partito.
È una critica tecnicamente fondata: finché anche un solo nome per lista entra automaticamente, non si può onestamente dire che il Parlamento sia scelto «dai voti».
Esiste già, in Italia, un consiglio elettivo dove le preferenze non sono un'aggiunta di facciata: la Valle d'Aosta.
Anche lì, come nella riforma romana, le liste hanno un capolista: un primo nome, storicamente il segretario di partito o il candidato presidente. Ma la somiglianza finisce qui.
In Valle d'Aosta il capolista non è blindato: se prende meno preferenze di un altro candidato della sua stessa lista, resta fuori dal Consiglio. Punto. Nessuna eccezione, nessun seggio garantito a prescindere.
Il meccanismo, in vigore dal 2019 (L.R. 7/2019), funziona in due passaggi: prima i 35 seggi si distribuiscono tra le liste in proporzione ai voti; poi, dentro ogni lista, quei seggi vanno letteralmente ai candidati più votati in base alle preferenze personali.
I dati delle elezioni del 28 settembre 2025 lo dimostrano bene: il consigliere più votato di tutti, Renzo Testolin (Union Valdôtaine), ha ottenuto 3.808 preferenze, ma l'ultimo eletto della sua stessa lista, Michel Martinet, è entrato con 1.264 voti solo perché ha battuto tutti gli altri candidati UV rimasti fuori, non perché occupava una casella protetta in cima alla scheda.
È questa la differenza che a Roma si continua a evitare: avere un capolista non è di per sé un problema, se quel capolista deve comunque conquistarsi il seggio sul campo, voto dopo voto, come chiunque altro nella sua lista. È il fatto di renderlo intoccabile a trasformare la «preferenza» in una parola vuota.
Va detto con altrettanta chiarezza, però, che nemmeno l'estremo opposto — un sistema dove contano solo i voti individuali, senza alcuna mediazione tra liste — sarebbe automaticamente più giusto.
Una simulazione condotta sui dati reali valdostani lo mostra bene: se i 35 seggi del Consiglio Valle andassero semplicemente ai 35 candidati più votati in assoluto, ignorando le percentuali di lista, Fratelli d'Italia — che con l'11% dei voti regionali ha oggi 4 seggi — sparirebbe completamente dal Consiglio, mentre l'Union Valdôtaine, primo partito al 32%, salirebbe da 12 a 22 seggi su 35, conquistando la maggioranza assoluta.
Un sistema di puro conteggio individuale premia chi ha già un bacino di consenso personale enorme e consolidato e può cancellare dalla rappresentanza forze politiche che pure hanno un seguito reale, ma più diffuso.
Non è un dettaglio da poco: la proporzionalità tra le forze politiche è un valore democratico tanto quanto la libertà di scelta del singolo elettore. Un sistema che sacrifica del tutto il primo per massimizzare il secondo produce le sue distorsioni, solo di segno diverso.
Il modello valdostano funziona proprio perché tiene insieme le due cose, senza sacrificarne nessuna: la lista determina quanti seggi spettano a ciascun partito — rappresentanza proporzionale —, mentre la preferenza determina chi, tra i candidati di quella lista, li occupa — scelta dell'elettore.
Nessuna delle due cose è lasciata in mano alle segreterie.
Ecco il punto centrale, ed è anche la spiegazione più semplice di un fenomeno che gli elettori italiani conoscono bene: con il capolista bloccato, un partito può ricandidare la stessa persona, capolista dopo capolista, elezione dopo elezione, senza che il giudizio degli elettori abbia mai la possibilità di intervenire su quel nome specifico.
Non serve convincere nessuno, non serve costruire consenso personale, non serve nemmeno essere popolari nel proprio territorio: basta restare nelle grazie della segreteria che compila le liste.
È un meccanismo che protegge strutturalmente la carriera del politico dal giudizio dell'elettorato, qualunque sia la sua reale utilità o capacità.
In Valle d'Aosta questo non può accadere: ogni consigliere, capolista compreso, deve ogni volta ottenere personalmente più voti di preferenza dei suoi stessi compagni di lista per restare in Consiglio.
Non è un sistema perfetto — nessun sistema elettorale lo è —, ma almeno garantisce che la poltrona non sia mai un diritto acquisito, bensì qualcosa che va riconquistato, voto dopo voto, elezione dopo elezione.
È esattamente ciò che manca alla riforma elettorale discussa a Roma, ed è la lezione più semplice — e più scomoda per chi scrive le liste — che la piccola Valle d'Aosta potrebbe insegnare al Parlamento nazionale.