Ci sono notizie che raccontano più di un episodio di cronaca. Raccontano un pezzo della società nella quale viviamo e, soprattutto, ci costringono a porci domande che spesso preferiremmo evitare.
Quando nelle scuole aumentano gli episodi di aggressività, le difficoltà nel rispetto delle regole, il rapporto sempre più complicato tra studenti e insegnanti, o quando un docente viene messo in discussione non soltanto per le sue decisioni didattiche ma per il semplice fatto di aver richiamato un ragazzo alle proprie responsabilità, il problema non riguarda più soltanto quella singola classe. Riguarda tutti noi.
La scuola è diventata, sempre più spesso, il luogo al quale chiediamo di risolvere problemi che nascono altrove.
Ci sono ragazzi che arrivano in classe con grandi difficoltà nel rapporto con gli altri, incapaci di accettare un limite, una sconfitta, un rimprovero. Giovani che hanno bisogno non soltanto di imparare una materia, ma anche di capire che nella vita esistono regole, doveri, rispetto e conseguenze.
E qui emerge una questione che non possiamo continuare a eludere: qual è oggi la responsabilità educativa degli insegnanti?
La risposta non può essere quella di chiedere alla scuola di diventare una seconda famiglia. Non è questo il suo compito e sarebbe ingiusto pretendere dai docenti ciò che spetta innanzitutto ai genitori.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che la scuola debba limitarsi a trasmettere nozioni, interrogare, correggere compiti e assegnare voti.
La scuola è una parte fondamentale della filiera educativa. Non l'unica, ma una parte fondamentale.
Un insegnante, nel momento in cui entra in una classe, non incontra soltanto studenti che devono imparare matematica, italiano, storia o una lingua straniera. Incontra persone in formazione. Ragazzi e ragazze che stanno imparando anche come stare insieme agli altri, come confrontarsi con l'autorità, come rispettare chi è diverso, come affrontare un fallimento e come assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
È inevitabile, dunque, che il docente abbia anche una responsabilità educativa.
Ma perché questa responsabilità possa essere esercitata servono condizioni precise.
Prima di tutto servono regole chiare. Un ragazzo deve sapere cosa può fare e cosa non può fare. E deve sapere che quelle regole valgono per tutti.
Serve poi autorevolezza. Che non significa autoritarismo. Un docente autorevole non è quello che impone la propria volontà con la paura, ma quello che viene riconosciuto come una figura adulta capace di indicare una direzione.
E soprattutto serve che l'insegnante non venga lasciato solo.
Perché non possiamo chiedere ai docenti di educare se, alla prima difficoltà, mettiamo in discussione ogni loro decisione. Non possiamo pretendere che insegnino il rispetto delle regole e contemporaneamente tollerare che il loro ruolo venga sistematicamente delegittimato.
Qui torna in gioco la famiglia.
Negli ultimi anni si è parlato molto della difficoltà dei genitori nel rapporto con i figli. Non è una colpa che possa essere attribuita genericamente alle famiglie: viviamo in una società cambiata, nella quale gli adulti sono spesso impegnati, preoccupati, sottoposti a pressioni economiche e lavorative e nella quale crescere un figlio è diventato più complesso.
Ma proprio per questo non possiamo far finta che il problema non esista.
Educare significa anche dire dei "no". Significa mettere dei limiti. Significa spiegare che non tutto è dovuto, che non ogni desiderio deve essere soddisfatto e che ogni comportamento ha delle conseguenze.
Se queste cose non vengono insegnate in famiglia, diventa molto più difficile pretenderle dalla scuola.
Il rischio, altrimenti, è quello di una pericolosa delega: la famiglia delega alla scuola, la scuola chiede aiuto ai servizi, i servizi si trovano a gestire situazioni sempre più complesse e, alla fine, il ragazzo rischia di non trovare più una figura adulta capace di dirgli con chiarezza quale strada seguire.
È una situazione che non possiamo permetterci.
Perché un giovane ha bisogno di adulti che gli dicano anche ciò che non vuole sentirsi dire. Ha bisogno di limiti tanto quanto ha bisogno di opportunità. Ha bisogno di essere ascoltato, ma anche di essere responsabilizzato.
La scuola, naturalmente, non può risolvere tutto. Non può sostituire i genitori, non può sostituire le istituzioni, non può sostituire la comunità. Ma può e deve fare la propria parte.
E per farla bene ha bisogno di essere riconosciuta nel suo ruolo.
Questo significa anche restituire agli insegnanti la possibilità di esercitare la propria funzione educativa senza trasformare ogni richiamo in un conflitto e ogni provvedimento disciplinare in una guerra tra adulti.
Un ragazzo che viene richiamato non è necessariamente una vittima. Un insegnante che impone una regola non è necessariamente un nemico.
A volte un "no" detto al momento giusto è una forma di educazione.
E forse è proprio questo il punto da cui ripartire.
Dobbiamo smettere di considerare l'educazione come una responsabilità che appartiene a qualcun altro. È della famiglia, certamente. È della scuola. È delle istituzioni. È anche della comunità nella quale i nostri ragazzi crescono.
La scuola è una delle principali palestre della vita sociale. È il luogo nel quale un giovane impara non soltanto ciò che troverà sui libri, ma anche che esistono gli altri, che gli altri hanno diritti, che esistono doveri e che la libertà non può essere separata dalla responsabilità.
Per questo servono docenti preparati, rispettati e messi nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro. Servono famiglie presenti e capaci di collaborare con la scuola. Servono regole comprensibili e conseguenze certe quando quelle regole vengono violate.
Soprattutto, serve una comunità adulta che torni ad assumersi la responsabilità di educare.
Perché lasciare soli i nostri giovani davanti a un mondo sempre più complesso non significa renderli più liberi. Significa lasciarli senza una bussola.
E una società che rinuncia a indicare una direzione ai propri ragazzi rischia, prima o poi, di ritrovarsi a pagare il prezzo di quella rinuncia.
Docenti e responsabilità educativa
Certaines informations vont bien au-delà du simple fait divers. Elles racontent une partie de la société dans laquelle nous vivons et, surtout, elles nous obligent à nous poser des questions que nous préférerions parfois éviter.
Lorsque les établissements scolaires sont confrontés à une multiplication des comportements agressifs, à des difficultés croissantes dans le respect des règles, à une relation toujours plus compliquée entre élèves et enseignants, ou lorsqu’un professeur est remis en cause non seulement pour ses choix pédagogiques, mais simplement parce qu’il a rappelé à un jeune ses responsabilités, le problème ne concerne plus seulement une classe ou un établissement. Il nous concerne tous.
L’école est devenue, de plus en plus souvent, le lieu auquel nous demandons de résoudre des problèmes qui prennent naissance ailleurs.
Certains jeunes arrivent en classe avec de grandes difficultés dans leur relation aux autres, incapables d’accepter une limite, un échec ou une remarque. Des jeunes qui ont besoin non seulement d’apprendre une matière, mais aussi de comprendre que la vie est faite de règles, de devoirs, de respect et de conséquences.
Et c’est là qu’apparaît une question que nous ne pouvons plus continuer à éviter : quelle est aujourd’hui la responsabilité éducative des enseignants ?
La réponse ne peut pas consister à demander à l’école de devenir une seconde famille. Ce n’est pas sa mission, et il serait injuste d’exiger des enseignants ce qui relève avant tout de la responsabilité des parents.
Mais il serait tout aussi erroné de considérer que l’école doit se limiter à transmettre des connaissances, à interroger les élèves, à corriger leurs travaux et à attribuer des notes.
L’école est un maillon essentiel de la chaîne éducative. Elle n’en est pas le seul élément, mais elle en constitue une composante fondamentale.
Lorsqu’un enseignant entre dans une classe, il ne rencontre pas uniquement des élèves qui doivent apprendre les mathématiques, l’italien, l’histoire ou une langue étrangère. Il rencontre des personnes en construction. Des jeunes filles et des jeunes garçons qui apprennent aussi à vivre avec les autres, à se confronter à l’autorité, à respecter ceux qui sont différents, à faire face à un échec et à assumer les conséquences de leurs actes.
Il est donc naturel que l’enseignant ait également une responsabilité éducative.
Mais pour pouvoir exercer cette responsabilité, certaines conditions sont indispensables.
Tout d’abord, il faut des règles claires. Un jeune doit savoir ce qu’il peut faire et ce qu’il ne peut pas faire. Et il doit savoir que ces règles s’appliquent à tous.
Il faut également de l’autorité. Ce qui ne signifie pas autoritarisme. Un enseignant qui fait autorité n’est pas celui qui impose sa volonté par la peur, mais celui qui est reconnu comme une figure adulte capable de montrer une direction.
Et surtout, il ne faut pas laisser l’enseignant seul.
Nous ne pouvons pas demander aux enseignants d’éduquer si, à la première difficulté, chacune de leurs décisions est remise en question. Nous ne pouvons pas leur demander d’enseigner le respect des règles tout en acceptant que leur rôle soit systématiquement remis en cause ou affaibli.
C’est ici que la famille retrouve toute sa place.
Ces dernières années, on a beaucoup parlé des difficultés rencontrées par les parents dans leur relation avec leurs enfants. Il ne s’agit pas de mettre toutes les familles en accusation : nous vivons dans une société qui a profondément changé, où les adultes sont souvent pris par leurs responsabilités, leurs préoccupations et leurs contraintes professionnelles et économiques, et où élever un enfant est devenu plus complexe.
Mais précisément pour cette raison, nous ne pouvons pas faire comme si le problème n’existait pas.
Éduquer, c’est aussi savoir dire « non ». C’est fixer des limites. C’est expliquer que tout n’est pas dû, que chaque désir ne peut pas nécessairement être satisfait et que chaque comportement entraîne des conséquences.
Si ces principes ne sont pas transmis au sein de la famille, il devient beaucoup plus difficile de demander à l’école de les faire respecter.
Le risque est alors celui d’une délégation dangereuse : la famille délègue à l’école, l’école demande l’aide des services compétents, les services se retrouvent confrontés à des situations toujours plus complexes et, au bout du compte, le jeune risque de ne plus trouver autour de lui une figure adulte capable de lui montrer clairement une direction.
Nous ne pouvons pas nous permettre une telle situation.
Car un jeune a besoin d’adultes capables de lui dire aussi ce qu’il n’a pas envie d’entendre. Il a besoin de limites autant que d’opportunités. Il a besoin d’être écouté, mais aussi d’être responsabilisé.
L’école, bien évidemment, ne peut pas tout résoudre. Elle ne peut pas remplacer les parents, elle ne peut pas remplacer les institutions et elle ne peut pas remplacer la communauté. Mais elle peut et elle doit jouer pleinement son rôle.
Et pour pouvoir le faire correctement, son rôle doit être reconnu.
Cela signifie aussi redonner aux enseignants la possibilité d’exercer leur fonction éducative sans transformer chaque remarque en conflit et chaque mesure disciplinaire en affrontement entre adultes.
Un jeune qui fait l’objet d’un rappel à l’ordre n’est pas nécessairement une victime. Un enseignant qui fait respecter une règle n’est pas nécessairement un ennemi.
Parfois, un « non » prononcé au bon moment est aussi une forme d’éducation.
Et c’est peut-être précisément par là qu’il faut recommencer.
Nous devons cesser de considérer l’éducation comme une responsabilité qui appartient toujours à quelqu’un d’autre. Elle appartient à la famille, bien sûr. Elle appartient à l’école. Elle appartient aux institutions. Elle appartient également à la communauté dans laquelle nos jeunes grandissent.
L’école est l’un des principaux lieux où se construit la vie en société. C’est là qu’un jeune apprend non seulement ce qu’il trouvera dans les livres, mais aussi que les autres existent, qu’ils ont des droits, qu’il existe des devoirs et que la liberté ne peut pas être séparée de la responsabilité.
C’est pourquoi nous avons besoin d’enseignants formés, respectés et placés dans des conditions qui leur permettent d’exercer pleinement leur métier. Nous avons besoin de familles présentes et capables de travailler avec l’école. Nous avons besoin de règles compréhensibles et de conséquences claires lorsque ces règles sont transgressées.
Mais surtout, nous avons besoin d’une communauté adulte qui accepte à nouveau d’assumer sa responsabilité éducative.
Car laisser nos jeunes seuls face à un monde toujours plus complexe ne signifie pas les rendre plus libres. Cela signifie les laisser sans boussole.
Et une société qui renonce à montrer une direction à sa jeunesse risque, tôt ou tard, de devoir payer le prix de ce renoncement.