Chez Nous - 18 agosto 2026, 08:00

Terre assassinée

Terra assassinata

Mancano ancora cinque mesi alla fine dell’anno, ma il bilancio ecologico del pianeta è già in rosso. Il 30 luglio 2026 è infatti scaduto l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità ha esaurito tutte le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di dodici mesi. Da quella data in poi abbiamo cominciato a vivere consumando ciò che il pianeta non riesce più a ricostituire. Non è una metafora e non è nemmeno l’ennesimo allarme lanciato dagli ambientalisti: è la fotografia, drammatica nella sua semplicità, di un modello di sviluppo che continua a prendere dalla natura molto più di quanto sia disposto a restituire.

La cosa più inquietante, però, non è soltanto il dato. È la nostra capacità di convivere con questo dato senza lasciarcene sconvolgere. Il 30 luglio è passato, i giornali ne hanno parlato per qualche ora, qualcuno ha rilanciato la notizia sui social e poi tutto è tornato come prima. Abbiamo continuato a consumare, a produrre rifiuti, a bruciare energia, a sfruttare suolo e materie prime come se avessimo davanti a noi un pianeta di riserva. Come se da qualche parte, oltre l’orizzonte, ci fosse un’altra Terra pronta ad accoglierci quando avremo finito questa.

Non c’è.

Ed è proprio questa consapevolezza che rende sempre più insopportabile la distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Parliamo continuamente di sostenibilità, di transizione ecologica, di rispetto del creato, di responsabilità verso le generazioni future. Parole bellissime, che rischiano però di diventare vuote quando non sono accompagnate dalla volontà di cambiare qualcosa. Perché il pianeta non si salva con gli slogan, né con le dichiarazioni solenni nelle giornate dedicate all’ambiente. Si salva quando siamo disposti a mettere in discussione un modello economico e, insieme, una parte delle nostre comodità, delle nostre abitudini e delle nostre pretese.

Naturalmente sarebbe ipocrita mettere sullo stesso piano le responsabilità. Le grandi industrie, i governi, i sistemi energetici e produttivi hanno un peso enormemente superiore a quello del singolo cittadino e sarebbe assurdo fingere il contrario. Chi governa ha il dovere di fissare regole, imporre limiti, orientare gli investimenti e impedire che l’interesse economico immediato prevalga continuamente sull’interesse collettivo. Ma c'è un'altra verità, meno comoda, che riguarda tutti noi. Non possiamo continuare a pensare che la crisi ecologica sia sempre colpa di qualcun altro. È colpa di chi inquina su scala industriale, certamente, ma anche di una società che troppo spesso pretende prezzi bassissimi, consumi senza limiti, prodotti usa e getta, consegne immediate e una disponibilità infinita di beni e servizi. Vogliamo un pianeta sano, ma spesso non siamo disposti a rinunciare a nulla di ciò che lo rende malato.

È questa la contraddizione sulla quale dovremmo avere il coraggio di interrogarci. Abbiamo trasformato il consumo in una misura del benessere e la crescita economica in una sorta di dogma davanti al quale tutto il resto deve inchinarsi. Ma se per crescere continuiamo a consumare il capitale naturale che dovrebbe garantire il futuro, quale ricchezza stiamo davvero costruendo? Se un territorio perde acqua, suolo fertile, foreste, biodiversità e qualità dell'aria, possiamo davvero definirlo più ricco soltanto perché il suo prodotto interno lordo è aumentato? E che valore avrà quella crescita quando saranno i nostri figli a dover pagare il conto delle risorse che abbiamo consumato oggi?

Forse è arrivato il momento di smettere anche di raccontarci che la difesa dell’ambiente sia una questione che riguarda soltanto gli ambientalisti. È una distinzione ormai ridicola. L'ambiente non è un settore della politica, così come l'acqua non è un settore della vita o l'aria non è una materia per specialisti. Quando un territorio perde la propria capacità di rigenerarsi, la conseguenza riguarda l'economia, la salute, l'agricoltura, il lavoro, la sicurezza e la qualità della vita. Riguarda tutti. E riguarda anche quei territori che, come le nostre montagne, hanno costruito per secoli il proprio equilibrio sulla capacità di convivere con una natura fragile, senza pretendere di dominarla completamente.

Il paradosso è che ci indigniamo molto davanti alle immagini dei ghiacciai che arretrano, dei boschi che bruciano, dei fiumi in secca o dei mari soffocati dalla plastica. Ci indigniamo, condividiamo, commentiamo, condanniamo. Poi torniamo alla nostra quotidianità e spesso continuiamo a comportarci esattamente come prima. È forse questa la forma più moderna dell'ipocrisia: essere perfettamente consapevoli del problema e riuscire comunque a vivere come se il problema non ci riguardasse. Abbiamo trasformato persino la crisi ambientale in un'immagine da consumare, in una notizia fra le tante, mentre la realtà continua lentamente a presentare il conto.

Il 30 luglio, dunque, non dovrebbe essere soltanto una data sul calendario dell'ambientalismo. Dovrebbe essere una data politica, economica e soprattutto morale. Da quel giorno abbiamo cominciato a vivere a credito nei confronti della Terra. E ogni giorno che passa senza cambiare direzione aumenta quel debito. Possiamo continuare a fingere che sia un problema lontano, oppure possiamo finalmente ammettere che il problema siamo anche noi. Non perché tutti abbiamo la stessa responsabilità, ma perché nessuno può più chiamarsi fuori.

Altro che rispetto del creato. Il creato non ha bisogno delle nostre parole, ha bisogno dei nostri comportamenti. Ha bisogno di una politica capace di pensare oltre il consenso immediato, di imprese che sappiano che il profitto non può essere l'unica misura del successo e di cittadini disposti a capire che la libertà di consumare senza limiti non può trasformarsi nella libertà di distruggere il futuro degli altri. Soprattutto, ha bisogno che smettiamo di considerare la natura come una riserva inesauribile dalla quale prendere ciò che ci serve.

La Terra non è infinita e noi non siamo proprietari del futuro. Siamo soltanto l'ultima generazione che ha ancora la possibilità di scegliere quanto debito lasciare a quelle che verranno. Il 30 luglio abbiamo già consumato la nostra quota annuale. Eppure continuiamo a vivere come se nulla fosse. È questo, alla fine, il dato più sconvolgente.

Perché la Terra non ci sta presentando il conto di ciò che abbiamo fatto.

Ci sta presentando il conto di ciò che continuiamo a fare.

E questa volta non potremo dire di non sapere.

Terra assassinata

Il reste encore cinq mois avant la fin de l’année, mais le bilan écologique de la planète est déjà dans le rouge. Le 30 juillet 2026, l’humanité a atteint l’Earth Overshoot Day, le jour où elle a consommé l’ensemble des ressources naturelles que la Terre est capable de régénérer en douze mois. À partir de cette date, nous avons commencé à vivre au-dessus des capacités de notre planète, en consommant des ressources qu’elle ne peut plus reconstituer. Ce n’est pas une métaphore et ce n’est pas davantage une énième alerte lancée par les défenseurs de l’environnement : c’est la photographie, brutale dans sa simplicité, d’un modèle de développement qui continue de prendre à la nature bien davantage qu’il ne lui rend.

Le plus inquiétant n’est pourtant pas seulement le chiffre. C’est notre capacité à vivre avec ce chiffre sans en être véritablement bouleversés. Le 30 juillet est passé, les journaux en ont parlé pendant quelques heures, certains ont relayé l’information sur les réseaux sociaux, puis tout a repris comme avant. Nous avons continué à consommer, à produire des déchets, à utiliser de l’énergie, à exploiter les sols et les matières premières comme si nous disposions d’une planète de rechange. Comme si, quelque part au-delà de l’horizon, une autre Terre nous attendait une fois que nous aurions épuisé celle-ci.

Elle n’existe pas.

C’est précisément cette évidence qui rend de plus en plus insupportable l’écart entre ce que nous affirmons et ce que nous faisons. Nous parlons sans cesse de développement durable, de transition écologique, de respect de la Création, de responsabilité envers les générations futures. Des mots importants, mais qui risquent de devenir vides de sens lorsqu’ils ne s’accompagnent d’aucune volonté réelle de changer. Car la planète ne sera pas sauvée par les slogans ni par les déclarations solennelles prononcées lors des journées consacrées à l’environnement. Elle le sera lorsque nous accepterons de remettre en question un modèle économique et, avec lui, une partie de nos habitudes, de nos conforts et de nos exigences.

Bien sûr, il serait hypocrite de mettre toutes les responsabilités sur le même plan. Les grandes industries, les gouvernements, les systèmes énergétiques et les modèles de production ont une responsabilité infiniment plus importante que celle d’un simple citoyen. Prétendre le contraire serait absurde. Ceux qui gouvernent ont le devoir de fixer des règles, d’imposer des limites, d’orienter les investissements et d’empêcher que l’intérêt économique immédiat l’emporte systématiquement sur l’intérêt collectif. Mais il existe une autre vérité, moins confortable, qui nous concerne tous. Nous ne pouvons plus continuer à penser que la crise écologique est toujours la faute de quelqu’un d’autre. Elle est la conséquence de la pollution industrielle, certes, mais aussi d’une société qui exige des prix toujours plus bas, une consommation sans limites, des produits jetables, des livraisons immédiates et une disponibilité permanente des biens et des services. Nous voulons une planète en bonne santé, mais nous ne sommes souvent pas prêts à renoncer à quoi que ce soit de ce qui contribue à la rendre malade.

C’est cette contradiction que nous devrions avoir le courage de regarder en face. Nous avons fait de la consommation une mesure du bien-être et de la croissance économique une sorte de dogme devant lequel tout le reste doit s’incliner. Mais si, pour croître, nous continuons à épuiser le capital naturel qui devrait garantir notre avenir, quelle richesse sommes-nous réellement en train de construire ? Lorsqu’un territoire perd son eau, ses sols fertiles, ses forêts, sa biodiversité et la qualité de son air, peut-on vraiment le considérer comme plus riche simplement parce que son produit intérieur brut a augmenté ? Et quelle valeur aura cette croissance lorsque nos enfants devront payer la facture des ressources que nous avons consommées aujourd’hui ?

Il est peut-être temps aussi de cesser de raconter que la défense de l’environnement serait une affaire réservée aux écologistes. Cette distinction n’a plus aucun sens. L’environnement n’est pas un secteur parmi d’autres de l’action politique, pas plus que l’eau n’est un secteur de la vie ou que l’air ne serait une question réservée aux spécialistes. Lorsqu’un territoire perd sa capacité à se régénérer, les conséquences touchent l’économie, la santé, l’agriculture, l’emploi, la sécurité et la qualité de vie. Cela concerne tout le monde. Et cela concerne particulièrement les territoires de montagne, qui ont construit pendant des siècles leur équilibre sur la capacité à vivre avec une nature fragile, sans prétendre la dominer totalement.

Le paradoxe, c’est que nous sommes très prompts à nous indigner devant les images de glaciers qui reculent, de forêts qui brûlent, de rivières à sec ou de mers étouffées par le plastique. Nous nous indignons, nous partageons, nous commentons, nous condamnons. Puis nous retournons à notre quotidien et, bien souvent, nous continuons à agir exactement comme avant. C’est peut-être là la forme la plus moderne de l’hypocrisie : être parfaitement conscients du problème et parvenir malgré tout à vivre comme s’il ne nous concernait pas. Nous avons même transformé la crise environnementale en une image de plus à consommer, en une information parmi tant d’autres, alors que la réalité continue, lentement mais inexorablement, à présenter sa facture.

Le 30 juillet ne devrait donc pas être seulement une date dans le calendrier de l’écologie. Il devrait être une date politique, économique et surtout morale. Depuis ce jour, nous vivons à crédit vis-à-vis de la Terre. Et chaque jour qui passe sans modifier notre trajectoire alourdit cette dette. Nous pouvons continuer à faire semblant qu’il s’agit d’un problème lointain, ou nous pouvons enfin reconnaître que nous faisons aussi partie du problème. Non pas parce que nous portons tous la même responsabilité, mais parce que plus personne ne peut prétendre être totalement extérieur à ce qui se joue.

Alors, parlons moins de respect de la Création et regardons davantage nos actes. La Création n’a pas besoin de nos discours : elle a besoin de nos comportements. Elle a besoin d’une politique capable de penser au-delà du prochain scrutin, d’entreprises qui comprennent que le profit ne peut pas être l’unique mesure de la réussite et de citoyens capables d’admettre que la liberté de consommer sans limites ne peut pas devenir la liberté de détruire l’avenir des autres. Elle a surtout besoin que nous cessions de considérer la nature comme une réserve inépuisable dans laquelle nous pouvons puiser indéfiniment.

La Terre n’est pas infinie et nous ne sommes pas propriétaires de l’avenir. Nous ne sommes que les dépositaires d’un monde que nous avons reçu et que nous devrions transmettre. Le 30 juillet, nous avions déjà consommé notre quota annuel. Et pourtant, nous continuons à vivre comme si de rien n’était. C’est finalement cela, le plus terrifiant.

Car la Terre ne nous présente pas seulement la facture de ce que nous avons fait.

Elle nous présente la facture de ce que nous continuons à faire.

Et cette fois, nous ne pourrons pas dire que nous ne savions pas.

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