Chez Nous - 17 agosto 2026, 08:00

Des remontées mécaniques sans neige

Funivie senza neve

I ghiacciai arretrano, la neve dura sempre meno e gli inverni diventano più caldi e imprevedibili. Eppure la politica turistica continua a ragionare come se il futuro della montagna fosse ancora quello degli anni Settanta. Il problema non è essere contro lo sci: è avere il coraggio di chiedersi quanto sia miope continuare a costruire impianti sempre più costosi in un territorio che sta cambiando sotto i nostri occhi.

C’è qualcosa di profondamente surreale nell’immagine di una montagna che perde neve e ghiaccio mentre noi continuiamo a progettare funivie per andare sempre più in alto. È come se, davanti a una casa che brucia, invece di spegnere l’incendio ci mettessimo a costruire un nuovo piano sul tetto.

La domanda, prima o poi, bisognerà pur farsela: quanto ancora può durare questa ostinazione?

Perché il problema non è essere contro lo sci, contro gli impianti a fune o contro il turismo invernale. Il problema è molto più serio e riguarda la qualità delle decisioni pubbliche: continuare a investire denaro, infrastrutture e aspettative economiche in un modello che si fonda su una risorsa, la neve naturale, la cui disponibilità sta diminuendo.

I ghiacciai alpini arretrano. Il manto nevoso tende a ridursi e a durare meno. Gli inverni sono diventati più caldi e la neve si presenta in maniera sempre più irregolare. Uno studio pubblicato nel 2021, al quale ha partecipato anche Luca Mercalli, ha analizzato oltre 800 stazioni alpine utilizzate per valutare le tendenze della neve tra 1971 e 2019, confermando il quadro di una progressiva trasformazione del regime nivologico alpino.

Eppure, davanti a questa realtà, la risposta della politica sembra spesso essere sempre la stessa: se la neve manca più in basso, portiamo gli impianti più in alto.

È una risposta che può sembrare logica soltanto se si guarda al problema con gli occhi di ieri. Ma la montagna non è un ascensore sul quale basta salire per sfuggire al cambiamento climatico. Anche a quote elevate la temperatura aumenta, i ghiacciai si ritirano, gli equilibri idrologici cambiano e le condizioni ambientali diventano diverse.

E soprattutto, più si sale, più aumenta il costo economico e ambientale dell'operazione.

Qui entra in gioco Luca Mercalli, meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico e presidente della Società Meteorologica Italiana. La sua storia professionale è profondamente legata alle Alpi e allo studio del loro clima. Nel 1993 ha fondato la rivista Nimbus e nel 2003 ha coordinato l’Atlante climatico della Valle d’Aosta, realizzato dalla Società Meteorologica Subalpina e pubblicato nell’ambito delle attività della Regione autonoma Valle d’Aosta.

Non è quindi uno che ha scoperto ieri il cambiamento climatico guardando un termometro.

Mercalli studia da decenni neve, ghiacciai e clima alpino. Già nel 1998, in un articolo dedicato al futuro della neve, ragionava sulle trasformazioni del regime nivologico delle Alpi. E negli anni successivi ha continuato a mettere in guardia dalla progressiva perdita di affidabilità della neve come fondamento dell’economia sciistica.

Nel 2019, parlando della diminuzione della neve sulle Alpi, spiegava che guardando le serie storiche dall’inizio del Novecento si osserva una riduzione sia della quantità sia della durata del manto nevoso. E davanti alla continua progettazione di nuovi impianti aveva già individuato il vero problema: non tanto chi gli impianti li propone, quanto una politica che continua a sostenerli nonostante le evidenze climatiche.

Questa è la parte che dovrebbe interessarci maggiormente.

Perché significa che non siamo davanti a un fenomeno improvviso, imprevedibile, comparso ieri. Da almeno trent'anni la comunità scientifica avverte che il clima della montagna sta cambiando. Lo stesso Mercalli ha ricordato che già nel 1994, a un convegno dell’Università di Ginevra, venivano indicate la necessità di ripensare lo sci alle quote basse e medie e l’urgenza di adattare il modello turistico.

Trent'anni.

È un periodo enorme nella vita di una politica pubblica.

In trent'anni si costruiscono infrastrutture, si cambiano modelli economici, si formano generazioni di lavoratori, si progettano comprensori turistici e, soprattutto, si dovrebbe avere il tempo necessario per capire che il mondo è cambiato.

E invece eccoci ancora qui a discutere di nuovi impianti, nuovi collegamenti, nuovi comprensori e nuove infrastrutture per inseguire la neve.

È questa la vera miopia politica: non voler vedere ciò che è già davanti agli occhi.

Naturalmente c'è una replica facile: le stagioni nevose continueranno a esistere, gli anni molto nevosi non sono scomparsi e lo sci, soprattutto alle quote più elevate, può ancora rappresentare una componente importante dell'economia alpina. Ed è vero.

Ma proprio per questo il ragionamento dovrebbe essere serio e non ideologico.

Non serve decretare oggi la fine dello sci. Serve chiedersi quale sci avremo tra 20, 30 o 40 anni, quali comprensori saranno economicamente sostenibili, quali impianti avranno senso e quali invece rischieranno di diventare gigantesche strutture inutilizzate.

Perché una funivia non è soltanto una cabina che sale e scende.

È cemento, acciaio, energia, manutenzione, personale, viabilità, parcheggi, opere accessorie, finanziamenti pubblici e spesso trasformazione irreversibile del territorio.

Se poi per tenere aperta una pista bisogna produrre sempre più neve artificiale, il problema diventa ancora più evidente. La neve artificiale non crea un inverno: consente semplicemente di tamponare artificialmente una parte degli effetti del riscaldamento. E lo fa consumando acqua ed energia e trasferendo costi sempre maggiori sugli operatori e, in molti casi, sulla collettività.

Il dossier Nevediversa di Legambiente ha fotografato negli ultimi anni proprio questa contraddizione: impianti dismessi, strutture aperte a singhiozzo e impianti mantenuti in vita attraverso consistenti investimenti, mentre cresce anche il ricorso ai bacini per l’innevamento artificiale. Nel rapporto del 2024 venivano censiti 260 impianti dismessi, 93 aperti a singhiozzo e 241 sottoposti a quello che il dossier definisce “accanimento terapeutico”.

Sono numeri che dovrebbero almeno imporre una pausa di riflessione.

Anche perché la Valle d'Aosta non vive fuori dalla crisi climatica. L'Atlante climatico regionale coordinato da Mercalli aveva già messo a disposizione dati sulla neve, sulle precipitazioni e sulle temperature, mentre documenti regionali più recenti collocano l'isoterma media annua degli 0 °C attorno ai 2.500 metri, richiamando proprio i dati di Mercalli e collaboratori.

E allora forse la domanda non dovrebbe essere: come facciamo a portare lo sci ancora più in alto?

Dovrebbe essere: come prepariamo la Valle d'Aosta alla montagna del futuro?

È una domanda molto più difficile, perché obbliga la politica a uscire dalla logica dell'inaugurazione. Un nuovo impianto si inaugura, si fotografa, si taglia un nastro. La riconversione economica di un territorio invece non produce necessariamente una fotografia da prima pagina.

Ma è proprio questo il compito della politica: guardare oltre la prossima legislatura.

Una classe dirigente lungimirante dovrebbe cominciare oggi a costruire un modello turistico nel quale l'inverno sia importante, ma non indispensabile. Dovrebbe investire molto di più sulle stagioni intermedie, sull'escursionismo, sul cicloturismo, sulla cultura, sul benessere, sull'enogastronomia, sui borghi, sul patrimonio storico, sull'educazione ambientale e su un turismo capace di vivere la montagna senza consumarla.

Non significa rinunciare allo sci.

Significa smettere di mettere tutte le uova nello stesso paniere.

E significa soprattutto smettere di confondere l'adattamento climatico con la fuga verso l'alto.

Perché c'è una domanda che prima o poi tornerà a presentarci il conto: se oggi dobbiamo costruire impianti sempre più alti perché sotto non c'è più neve, cosa faremo quando anche quelle quote non saranno più sufficientemente affidabili?

Costruiremo ancora più in alto?

E poi ancora?

Fino a dove?

Fino al cielo?

La risposta seria è evidentemente un'altra. Bisogna accettare che il cambiamento climatico non si combatte costruendo funivie. E che l'economia della montagna non può essere affidata per sempre alla speranza che il prossimo inverno sia quello giusto.

Mercalli, ancora nel 2022, a proposito del progetto di Cime Bianche, sosteneva una posizione tutt'altro che estremista: utilizzare gli impianti già esistenti finché la neve lo consente, ma considerare poco razionale l'espansione continua dei comprensori e investire maggiormente sul turismo nelle altre stagioni.

È una posizione che meriterebbe un confronto politico serio.

Non lo scontro tra “amanti della montagna” e “nemici dello sci”. Non la solita guerra ideologica tra sviluppo e ambientalismo.

La questione è molto più concreta: dove mettiamo i soldi pubblici?

Se sappiamo che il clima sta cambiando, dobbiamo finanziare soltanto opere che funzionano oggi oppure anche quelle che dovranno funzionare tra 30 anni?

Se sappiamo che la neve sarà sempre più incerta, dobbiamo continuare a costruire un'economia dipendente dalla neve oppure usare le risorse disponibili per diversificare?

E se sappiamo che i ghiacciai stanno arretrando, vogliamo davvero trasformare la montagna in una gigantesca corsa all'inseguimento dell'ultima neve?

Queste non sono domande da ambientalisti radicali. Sono domande di buon governo.

La vera scommessa per la Valle d'Aosta non dovrebbe essere riuscire a costruire la funivia più alta. Dovrebbe essere riuscire a costruire il turismo più intelligente.

Un turismo capace di continuare a creare lavoro e ricchezza senza fingere che il clima sia rimasto quello del secolo scorso. Un turismo che non debba essere salvato ogni inverno dalla neve artificiale, dai contributi pubblici o da infrastrutture sempre più imponenti. Un turismo che sappia valorizzare la montagna quando è innevata, ma anche quando non lo è.

Perché la neve può diminuire.

I ghiacciai possono continuare a ritirarsi.

Il clima continuerà a cambiare.

Quello che non dovrebbe cambiare è la capacità della politica di guardare in faccia la realtà.

Altrimenti rischiamo di lasciare alle prossime generazioni una montagna piena di funivie senza neve, di strutture costose da mantenere e di decisioni prese quando i segnali erano già evidenti.

E allora non potremo dire che nessuno ci aveva avvertito.

Lo avevano fatto gli scienziati.

Da decenni.

Il problema, forse, è che la politica li ha ascoltati troppo poco.

Funivie senza neve

Les glaciers reculent, la neige se fait plus rare et les hivers deviennent plus doux et imprévisibles. Pourtant, les politiques touristiques continuent souvent à raisonner comme si la montagne de demain était encore celle des années 1970. Le problème n’est pas d’être contre le ski : le véritable enjeu est d’avoir le courage de se demander jusqu’où il est raisonnable de continuer à investir dans des infrastructures toujours plus hautes, alors que le climat de la montagne est déjà en train de changer sous nos yeux.

Il y a quelque chose de profondément surréaliste dans l’image d’une montagne qui perd sa neige et ses glaciers tandis que nous continuons à construire des remontées mécaniques pour aller toujours plus haut. C’est un peu comme si, face à une maison en feu, au lieu d’éteindre l’incendie, nous décidions de construire un nouvel étage sur le toit.

La question devra bien finir par être posée : combien de temps encore pouvons-nous continuer ainsi ?

Car le problème n’est pas d’être contre le ski, contre les remontées mécaniques ou contre le tourisme hivernal. Le problème est beaucoup plus sérieux. Il concerne la qualité des choix publics : continuer à investir de l’argent, des infrastructures et des perspectives économiques dans un modèle qui repose sur une ressource, la neige, dont la disponibilité diminue et dont la fiabilité devient de plus en plus incertaine.

Les glaciers alpins reculent. Le manteau neigeux tend à diminuer et à persister moins longtemps. Les hivers sont plus doux et la neige apparaît de manière de plus en plus irrégulière. Une étude publiée en 2021, à laquelle a également participé Luca Mercalli, a analysé plus de 800 stations alpines afin d’étudier l’évolution de l’enneigement entre 1971 et 2019. Le constat est sans ambiguïté : le régime nivologique des Alpes est en train de se transformer profondément.

Et pourtant, face à cette réalité, la réponse politique semble souvent rester la même : si la neige manque plus bas, montons les remontées mécaniques plus haut.

Cette réponse peut sembler logique uniquement si l’on regarde le problème avec les yeux d’hier. Mais la montagne n’est pas un ascenseur qu’il suffirait de prendre pour échapper au changement climatique. Même à haute altitude, les températures augmentent, les glaciers reculent, les équilibres hydrologiques se transforment et les conditions environnementales deviennent différentes.

Et surtout, plus on monte, plus le coût économique et environnemental de l’opération augmente.

C’est ici qu’intervient Luca Mercalli, météorologue, climatologue, vulgarisateur scientifique et président de la Société météorologique italienne. Son parcours professionnel est profondément lié aux Alpes et à l’étude de leur climat. Il a notamment coordonné en 2003 l’Atlas climatique de la Vallée d’Aoste, réalisé dans le cadre des activités de la Région autonome Vallée d’Aoste.

Mercalli n’est donc pas quelqu’un qui aurait découvert hier le changement climatique en regardant un thermomètre.

Depuis des décennies, il étudie la neige, les glaciers et le climat alpin. Dès la fin des années 1990, ses travaux mettaient déjà en évidence les transformations du régime neigeux des Alpes. Dans les années suivantes, il n’a cessé d’alerter sur la diminution progressive de la fiabilité de la neige comme fondement du modèle économique du ski.

Et c’est précisément cela qui devrait nous interpeller.

Nous ne sommes pas face à un phénomène soudain, imprévisible, apparu hier matin. Depuis au moins trente ans, la communauté scientifique avertit que le climat de montagne est en train de changer.

Trente ans.

C’est une période considérable dans la vie d’une politique publique.

En trente ans, on construit des infrastructures, on modifie des modèles économiques, on forme des générations de travailleurs, on développe des territoires touristiques et, surtout, on dispose du temps nécessaire pour comprendre que le monde a changé.

Et pourtant, nous voilà encore en train de discuter de nouvelles remontées mécaniques, de nouvelles liaisons, de nouveaux domaines skiables et de nouvelles infrastructures pour poursuivre la neige.

C’est cela, la véritable myopie politique : refuser de voir ce qui est déjà devant nos yeux.

Bien sûr, une réponse simple existe : les saisons enneigées continueront d’exister, les années très neigeuses ne vont pas disparaître et le ski, notamment à haute altitude, peut encore représenter une composante importante de l’économie alpine.

C’est vrai.

Mais c’est précisément pour cette raison que le débat devrait être sérieux et non idéologique.

Il ne s’agit pas de décréter aujourd’hui la fin du ski. Il s’agit de nous demander quel ski nous aurons dans 20, 30 ou 40 ans, quels domaines resteront économiquement viables, quelles infrastructures auront encore un sens et lesquelles risqueront de devenir des installations gigantesques, coûteuses et sous-utilisées.

Car une remontée mécanique n’est pas simplement une cabine qui monte et qui descend.

C’est du béton, de l’acier, de l’énergie, de la maintenance, du personnel, des routes, des parkings, des infrastructures annexes, des financements publics et souvent une transformation durable du territoire.

Et si, pour maintenir une piste ouverte, il faut produire toujours davantage de neige artificielle, la contradiction devient encore plus évidente. La neige de culture ne crée pas un hiver : elle permet seulement de compenser artificiellement une partie des effets du réchauffement climatique. Elle nécessite de l’eau et de l’énergie et entraîne des coûts toujours plus importants pour les exploitants et, dans de nombreux cas, pour la collectivité.

Les rapports consacrés à l’évolution des domaines skiables montrent d’ailleurs une réalité de plus en plus difficile à ignorer : installations abandonnées, domaines ouverts de manière intermittente, infrastructures maintenues à grands frais et investissements croissants pour garantir l’enneigement.

Ce sont des signaux qui devraient au minimum nous imposer une pause et une réflexion.

La Vallée d’Aoste ne vit évidemment pas en dehors du changement climatique. Les travaux climatiques réalisés à l’échelle régionale ont depuis longtemps documenté l’évolution des températures, des précipitations et de l’enneigement.

Alors, peut-être que la question ne devrait plus être : comment faire monter le ski toujours plus haut ?

Elle devrait être : comment préparer la Vallée d’Aoste à la montagne de demain ?

C’est une question beaucoup plus difficile, car elle oblige la politique à sortir de la logique de l’inauguration. Une nouvelle remontée mécanique s’inaugure, se photographie, fait l’objet d’un discours et d’une cérémonie. La reconversion économique d’un territoire, elle, produit rarement une belle photo de première page.

Mais c’est précisément le rôle de la politique : regarder au-delà de la prochaine législature.

Une classe dirigeante véritablement prévoyante devrait commencer dès aujourd’hui à construire un modèle touristique dans lequel l’hiver reste important, mais ne soit plus indispensable. Il faudrait investir davantage dans les saisons intermédiaires, la randonnée, le vélo, la culture, le bien-être, la gastronomie, les villages, le patrimoine historique et un tourisme capable de vivre la montagne sans l’épuiser.

Cela ne signifie pas renoncer au ski.

Cela signifie cesser de mettre tous nos œufs dans le même panier.

Et surtout, cela signifie arrêter de confondre adaptation au changement climatique et fuite vers l’altitude.

Car une question finira forcément par nous rattraper : si aujourd’hui nous devons construire des installations toujours plus hautes parce que la neige disparaît en dessous, que ferons-nous lorsque ces altitudes elles-mêmes ne seront plus suffisamment fiables ?

Construirons-nous encore plus haut ?

Et encore plus haut ?

Jusqu’où ?

Jusqu’au ciel ?

La réponse sérieuse est évidemment ailleurs. Il faut accepter que le changement climatique ne se combat pas en construisant des remontées mécaniques. Et que l’économie de la montagne ne peut pas être éternellement fondée sur l’espoir que le prochain hiver sera celui qui sauvera la saison.

La véritable ambition pour la Vallée d’Aoste ne devrait pas être de construire la remontée mécanique la plus haute.

Elle devrait être de construire le tourisme le plus intelligent.

Un tourisme capable de continuer à créer de l’emploi et de la richesse sans faire semblant que le climat est resté celui du siècle dernier. Un tourisme qui valorise la montagne lorsqu’elle est enneigée, mais aussi lorsqu’elle ne l’est pas.

Parce que la neige peut diminuer.

Les glaciers peuvent continuer à reculer.

Le climat continuera à changer.

Ce qui ne devrait pas changer, en revanche, c’est la capacité de la politique à regarder la réalité en face.

Sinon, nous risquons de laisser aux générations futures une montagne remplie de remontées mécaniques sans neige, d’infrastructures coûteuses à entretenir et de décisions prises alors que les signaux d’alerte étaient déjà là.

Et nous ne pourrons pas dire que personne ne nous avait prévenus.

Les scientifiques l’avaient fait.

Depuis des décennies.

Le problème est peut-être simplement que la politique les a trop peu écoutés.

piero.minuzzo@gmail.com