La montagna, in questo caso, non è soltanto uno scenario naturale estremo: diventa anche il luogo nel quale si confrontano libertà individuale, responsabilità e doveri delle istituzioni. È quanto sta accadendo sul versante francese del Monte Bianco, dove 32 alpinisti sono rimasti al rifugio del Goûter, a circa 3.800 metri di quota, dopo che il sindaco di Saint-Gervais ha disposto la chiusura dell'itinerario a causa delle condizioni di pericolo legate soprattutto alla caduta di massi.
La decisione di Jean-Marc Peillex, primo cittadino di Saint-Gervais e da anni particolarmente severo nei confronti dei comportamenti che considera imprudenti in alta montagna, è stata netta: nessun elicottero di soccorso gratuito per riportare a valle persone che, a suo giudizio, non si trovavano in una situazione di emergenza tale da giustificare l'intervento pubblico. Gli alpinisti, secondo la ricostruzione riportata dall'ANSA, avevano raggiunto il rifugio prima della chiusura e si sono poi trovati nella necessità di organizzare autonomamente il rientro.
Il sindaco ha sostenuto che, nella mattinata di ieri, le condizioni del Couloir du Goûter erano tornate relativamente calme e che, quindi, gli alpinisti avrebbero potuto affrontare la discesa a piedi. Peillex ha inoltre sottolineato che le compagnie delle guide di Saint-Gervais, Chamonix e Courmayeur, insieme all'ufficio di alta montagna, avevano già raccomandato di rinunciare all'ascensione o comunque di tenere conto del concreto rischio rappresentato dalle scariche di pietre. Secondo il primo cittadino, dunque, non si sarebbe trattato di persone sorprese da un evento imprevedibile, ma di alpinisti che avevano scelto di proseguire nonostante gli avvertimenti.
La vicenda assume particolare rilievo perché il Couloir du Goûter non è un passaggio qualsiasi. È uno dei punti più delicati della via normale francese al Monte Bianco, l'itinerario più frequentato per raggiungere la vetta dal versante francese. Il rifugio del Goûter si trova a circa 3.835 metri, mentre la vetta del Monte Bianco raggiunge i 4.805,59 metri. Il couloir, stretto e ripido, è esposto alla caduta di massi e rappresenta da decenni uno dei principali fattori di rischio dell'ascensione. Studi e ricostruzioni storiche hanno documentato una concentrazione particolarmente elevata di incidenti proprio in questo settore.
A rendere ancora più evidente la gravità della situazione è il video diffuso dal Comune di Saint-Gervais, relativo a una frana verificatasi martedì 11 agosto. Le immagini mostrano una notevole quantità di materiale roccioso precipitare lungo il couloir, offrendo una rappresentazione concreta di un pericolo che, dall'esterno, può essere facilmente sottovalutato. Il problema delle cadute di pietre è inoltre aggravato dalle temperature elevate: il progressivo riscaldamento dell'alta montagna può contribuire a rendere instabili pareti e pendii rocciosi e a modificare condizioni che in passato potevano essere considerate più prevedibili. Il fenomeno delle alte temperature e delle conseguenti scariche di pietre sul Goûter è documentato da anni.
Alla fine, il problema pratico è stato risolto senza un intervento gratuito dello Stato: gli alpinisti sono scesi a valle con un elicottero privato, sostenendone direttamente il costo, mentre soltanto alcuni hanno scelto di affrontare il rientro a piedi. È proprio questo aspetto ad aver spinto Peillex a trasformare un episodio di cronaca in una questione politica. «Questa fermezza deve aprire una nuova era e fare giurisprudenza», ha sostenuto il sindaco, spiegando di voler arrivare a una riforma delle regole francesi sul soccorso affinché gli interventi pubblici siano riservati alle situazioni di reale necessità e gli episodi riconducibili a imprudenza vengano, almeno in determinati casi, fatti pagare a chi li provoca.
La proposta apre inevitabilmente un dibattito più ampio. Il soccorso in montagna è infatti un servizio pubblico essenziale, ma le risorse impiegate per raggiungere persone in difficoltà in ambiente alpino sono spesso ingenti: elicotteri, equipaggi specializzati, soccorritori, guide e personale sanitario possono essere mobilitati in condizioni operative particolarmente complesse. Stabilire quando una persona sia realmente vittima di un'emergenza e quando, invece, abbia consapevolmente assunto un rischio evitabile è però tutt'altro che semplice.
Il confine è delicato. Un alpinista può trovarsi in una situazione pericolosa anche dopo aver adottato tutte le precauzioni necessarie; allo stesso tempo, l'esistenza di un'allerta ufficiale non significa automaticamente che ogni successiva difficoltà debba essere considerata una conseguenza dell'imprudenza. La montagna rimane un ambiente nel quale le condizioni possono cambiare rapidamente e nel quale anche una scelta inizialmente ragionevole può trasformarsi in un'emergenza.
La posizione di Peillex si inserisce comunque in una linea politica che il sindaco ha perseguito da anni. Già in passato Saint-Gervais aveva adottato provvedimenti restrittivi sulla via del Goûter durante periodi caratterizzati da forte caldo e aumento delle cadute di pietre, arrivando anche alla chiusura dei rifugi lungo l'itinerario. Nel 2022, per esempio, il Comune aveva chiuso i rifugi di Tête Rousse e del Goûter proprio a causa dell'elevato rischio di crolli e scariche di massi.
C'è poi un elemento che va oltre la singola controversia tra il sindaco e i 32 alpinisti. Il Monte Bianco è uno dei simboli più importanti dell'arco alpino e rappresenta contemporaneamente un patrimonio naturale, una risorsa turistica e un ambiente di lavoro per guide, rifugi, operatori del turismo e servizi di soccorso. Il numero crescente di frequentatori, insieme alla maggiore esposizione ai fenomeni legati al cambiamento climatico, sta mettendo in discussione un modello nel quale l'accesso alla montagna è stato progressivamente ampliato senza che sempre le regole e la percezione del rischio si siano adeguate.
La questione riguarda anche il rapporto tra i diversi versanti del massiccio. Le raccomandazioni citate dal sindaco provenivano infatti da realtà operative di Francia, Italia e Svizzera, a conferma del carattere transfrontaliero della gestione della sicurezza alpina. Guide e soccorritori non si fermano davanti ai confini amministrativi quando devono valutare un pericolo naturale che interessa un intero ambiente montano. Anche per questo la discussione sul costo dei soccorsi, sulla prevenzione e sulla responsabilità degli alpinisti non può essere affrontata esclusivamente a livello comunale o nazionale.
Il caso del Goûter pone quindi una domanda destinata a diventare sempre più attuale: fino a che punto la libertà di affrontare un rischio in montagna può comportare un costo per la collettività? E, soprattutto, come si può distinguere una scelta consapevole e imprudente da una vera emergenza?
Non esiste una risposta semplice. La linea proposta da Peillex — far ricadere sui singoli almeno una parte del costo quando l'intervento sia conseguenza di una condotta deliberatamente contraria alle allerte — può apparire ragionevole sul piano della responsabilità individuale, ma deve essere applicata con criteri estremamente rigorosi per evitare che il principio del soccorso venga trasformato in una sorta di sanzione per chi pratica attività ad alto rischio.
Il Monte Bianco, intanto, resta lì, con le sue regole molto più antiche di quelle degli uomini. Ma il cambiamento climatico sta rendendo alcuni itinerari più instabili e imprevedibili, mentre la crescita del turismo alpino aumenta il numero di persone esposte. La vicenda dei 32 alpinisti potrebbe allora essere soltanto l'ennesimo episodio di una discussione destinata a diventare centrale sulle Alpi: non tanto se la montagna debba essere resa sicura — obiettivo impossibile — quanto su chi debba assumersi la responsabilità quando un rischio annunciato si trasforma in un'emergenza.