È ricominciata la campagna elettorale permanente: promesse, slogan, miracoli annunciati e una gara a chi la spara più grossa. Poi, quando arriva il momento di fare i conti, restano gli annunci e aumentano le bollette. L'Italia reale, quella delle famiglie e dei ceti medi, paga il conto.
Eccoli di nuovo. Puntuali come le tasse, le promesse elettorali sono tornate a occupare il palcoscenico della politica nazionale. Non importa se siano credibili, realizzabili o già smentite dai fatti: l'importante è pronunciarle con la faccia seria, il tono solenne e possibilmente davanti a una telecamera.
È iniziata la nuova stagione dei Pinocchietti di lungo corso. Quella nella quale ogni ministro diventa improvvisamente un dispensatore di buone notizie, ogni esponente di maggioranza scopre di avere in tasca la soluzione a tutti i problemi degli italiani e ogni intervento del governo viene raccontato come una svolta storica.
Peccato che, fuori dai palazzi, gli italiani vivano in un altro Paese.
Perché la memoria degli elettori sarà anche corta, ma non è ancora completamente sparita. E allora vale la pena ricordare qualche promessa fatta con grande enfasi e finita rapidamente nel cassetto.
Partiamo dalle accise sui carburanti. La promessa era chiara e soprattutto ripetuta: ridurle, intervenire sul costo della benzina e del gasolio, alleggerire il peso che grava su chi deve utilizzare l'automobile per andare al lavoro, accompagnare i figli, fare la spesa o semplicemente vivere in un Paese nel quale i servizi pubblici non arrivano ovunque.
Poi è arrivato il governo e quella promessa si è trasformata in qualcosa di molto più prosaico: le accise non sono state cancellate e, in alcuni passaggi, sono state addirittura rimodulate. La realtà, insomma, è risultata decisamente meno spettacolare dello slogan.
Ma il capitolo delle promesse tradite non finisce qui.
C'era la grande battaglia contro la pressione fiscale. C'era la promessa di una politica capace di restituire potere d'acquisto. C'era l'impegno a sostenere famiglie e ceto medio. C'era la promessa di una rivoluzione sul fronte delle pensioni, raccontata per anni come uno dei cavalli di battaglia della destra.
Poi sono arrivati bilanci, vincoli europei, esigenze di finanza pubblica e una realtà molto meno accomodante dei comizi.
E così il cittadino scopre una verità che conosce bene chiunque abbia avuto a che fare con la politica: prima delle elezioni tutto sembra possibile; dopo le elezioni comincia la spiegazione del perché non sia più possibile fare nulla di ciò che era stato promesso.
È questo il vero miracolo italiano.
Nel frattempo il costo della vita ha continuato a mordere. I prezzi di molti beni e servizi sono cresciuti. Affitti e mutui hanno pesato sui bilanci familiari. Fare la spesa è diventato, per molte famiglie, un esercizio di equilibrio. E il problema non riguarda più soltanto chi era già in difficoltà.
La novità più inquietante è proprio questa: la fragilità economica ha cominciato a bussare alla porta del ceto medio.
Quello che per decenni ha rappresentato la spina dorsale del Paese. Quello dei lavoratori dipendenti, degli artigiani, dei piccoli imprenditori, dei professionisti, delle famiglie che magari non hanno mai chiesto nulla allo Stato e hanno sempre cercato di cavarsela da sole.
Oggi una parte di quelle famiglie scopre che basta poco per passare dalla tranquillità alla difficoltà: una rata che aumenta, un contratto che non viene rinnovato, una spesa sanitaria imprevista, un figlio da mantenere agli studi, un affitto che sale, una bolletta più pesante.
E quando una famiglia che fino a ieri viveva dignitosamente comincia a chiedere aiuto, il problema non è soltanto economico. È sociale. È politico. È una sconfitta collettiva.
Sempre più spesso il mondo della solidarietà — dalla Caritas alle associazioni locali — si trova a intercettare bisogni che un tempo appartenevano ad altre fasce della popolazione. Non significa che ogni persona che si rivolge a un ente caritativo sia stata ridotta alla povertà da una singola decisione governativa. Significa, però, che il sistema di protezione sociale è sottoposto a una pressione crescente e che una parte del ceto medio sta diventando più vulnerabile.
E allora viene da chiedersi: dov'è finita quella politica che prometteva di difendere proprio loro?
Dov'è finita la rivoluzione fiscale? Dov'è la grande riduzione delle tasse promessa agli italiani? Dov'è il recupero del potere d'acquisto? Dov'è quella certezza che veniva venduta durante la campagna elettorale?
La risposta, naturalmente, arriva sempre accompagnata da una spiegazione: la guerra, l'Europa, i mercati, l'inflazione, il debito pubblico, i governi precedenti, la situazione internazionale.
Tutto vero. Tutto comprensibile.
Ma allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di spiegare agli elettori una cosa semplicissima: le promesse elettorali non erano realizzabili.
Perché il problema non è cambiare idea davanti alla realtà. Il problema è raccontare agli italiani, prima del voto, che tutto è possibile e poi pretendere che siano loro a dimenticare.
La politica seria dovrebbe fare esattamente il contrario. Dovrebbe dire che i soldi sono pochi, che il debito pesa, che alcune scelte comportano sacrifici e che non esistono pasti gratis. Dovrebbe avere il coraggio di dire «non possiamo farlo» prima delle elezioni, non dopo.
Invece siamo tornati alla vecchia scuola del consenso: promettere oggi, governare domani e spiegare dopodomani perché quella promessa non poteva essere mantenuta.
E il cittadino? Il cittadino dovrebbe continuare a fidarsi.
Dovrebbe applaudire.
Dovrebbe votare.
E possibilmente dimenticare.
È qui che la politica scambia troppo spesso gli elettori per una massa indistinta di Pinocchi al contrario: non quelli ai quali cresce il naso quando mentono, ma quelli ai quali qualcuno continua a mettere davanti agli occhi una carota, convinto che correranno eternamente dietro alla promessa successiva.
Solo che gli italiani non sono scemi.
Possono essere pazienti. Possono essere indulgenti. Possono perfino concedere una seconda possibilità. Ma quando ogni promessa finisce sistematicamente contro il muro della realtà, prima o poi arriva il conto.
E il conto, questa volta, non è soltanto elettorale.
È sociale.
Perché un Paese nel quale una famiglia che lavora, paga le tasse e cerca semplicemente di vivere con dignità comincia a temere il futuro è un Paese che dovrebbe preoccuparsi molto più di quanto facciano pensare i comunicati trionfalistici dei ministeri.
La campagna elettorale, dunque, può ricominciare. I megafoni sono già accesi. Le promesse stanno tornando. I miracoli sono nuovamente in calendario.
Ma questa volta, prima di applaudire, sarebbe utile chiedere una cosa molto semplice: quante delle promesse precedenti sono state mantenute?
Perché raccontare favole agli elettori è facile.
Governare un Paese è un'altra cosa.
E soprattutto, dopo anni di annunci, slogan e promesse miracolose, forse sarebbe arrivato il momento di smettere di trattare gli italiani come persone con l'anello al naso.
Il naso, quello che cresce quando si raccontano troppe bugie, lasciamolo ai Pinocchietti di lungo corso.
I Pinocchietti di lungo corso
La campagne électorale permanente a repris : promesses, slogans, miracles annoncés et concours pour savoir qui osera aller le plus loin dans les promesses. Puis, lorsque vient le moment de faire les comptes, il ne reste que les annonces et les factures augmentent. L’Italie réelle, celle des familles et des classes moyennes, paie l’addition.
Les revoilà. Ponctuelles comme les impôts, les promesses électorales sont de retour sur la scène politique nationale. Peu importe qu’elles soient crédibles, réalisables ou déjà démenties par les faits : l’essentiel est de les prononcer avec un visage sérieux, un ton solennel et, si possible, devant une caméra.
C’est reparti pour une nouvelle saison des petits Pinocchio de longue date. Celle où chaque ministre devient soudain un distributeur de bonnes nouvelles, où chaque représentant de la majorité découvre qu’il a dans sa poche la solution à tous les problèmes des Italiens et où chaque mesure du gouvernement est présentée comme un tournant historique.
Dommage que, hors des palais, les Italiens vivent dans un autre pays.
Car la mémoire des électeurs a beau être courte, elle n’a pas encore complètement disparu. Il vaut donc la peine de rappeler quelques promesses faites avec grand fracas et rapidement rangées au fond d’un tiroir.
Commençons par les accises sur les carburants. La promesse était claire et surtout répétée : les réduire, intervenir sur le prix de l’essence et du gazole, alléger le poids qui pèse sur ceux qui doivent utiliser leur voiture pour aller travailler, accompagner leurs enfants, faire leurs courses ou tout simplement vivre dans un pays où les services publics ne sont pas accessibles partout.
Puis le gouvernement est arrivé et cette promesse s’est transformée en quelque chose de beaucoup plus prosaïque : les accises n’ont pas été supprimées et, à certains moments, elles ont même été réorganisées. La réalité s’est donc révélée nettement moins spectaculaire que le slogan.
Mais le chapitre des promesses non tenues ne s’arrête pas là.
Il y avait la grande bataille contre la pression fiscale. Il y avait la promesse d’une politique capable de redonner du pouvoir d’achat. Il y avait l’engagement de soutenir les familles et les classes moyennes. Il y avait la promesse d’une révolution dans le domaine des retraites, présentée pendant des années comme l’un des chevaux de bataille de la droite.
Puis sont arrivés les budgets, les contraintes européennes, les exigences des finances publiques et une réalité beaucoup moins accommodante que les meetings électoraux.
Et voilà que le citoyen découvre une vérité bien connue de tous ceux qui ont eu affaire à la politique : avant les élections, tout semble possible ; après les élections commence l’explication de pourquoi il n’est plus possible de faire ce qui avait été promis.
C’est cela, le véritable miracle italien.
Pendant ce temps, le coût de la vie a continué de peser lourdement. Le prix de nombreux biens et services a augmenté. Les loyers et les crédits immobiliers ont pesé sur les budgets familiaux. Faire ses courses est devenu, pour de nombreuses familles, un exercice d’équilibriste. Et le problème ne concerne plus uniquement ceux qui étaient déjà en difficulté.
La nouveauté la plus inquiétante est précisément celle-ci : la fragilité économique a commencé à frapper à la porte des classes moyennes.
Celles qui, pendant des décennies, ont constitué la colonne vertébrale du pays. Les salariés, les artisans, les petits entrepreneurs, les professions libérales, les familles qui n’ont peut-être jamais rien demandé à l’État et qui ont toujours essayé de s’en sortir par leurs propres moyens.
Aujourd’hui, une partie de ces familles découvre qu’il suffit de peu pour passer d’une situation confortable à la difficulté : une mensualité qui augmente, un contrat qui n’est pas renouvelé, une dépense de santé imprévue, un enfant à soutenir dans ses études, un loyer qui augmente, une facture plus lourde.
Et lorsqu’une famille qui vivait dignement jusqu’à hier commence à demander de l’aide, le problème n’est pas seulement économique. Il est social. Il est politique. C’est un échec collectif.
De plus en plus souvent, le monde de la solidarité — de la Caritas aux associations locales — se retrouve à répondre à des besoins qui, autrefois, concernaient d’autres catégories de la population. Cela ne signifie pas que toute personne qui s’adresse à une organisation caritative a été plongée dans la pauvreté par une seule décision gouvernementale. Cela signifie toutefois que le système de protection sociale est soumis à une pression croissante et qu’une partie des classes moyennes devient plus vulnérable.
Alors, il est légitime de se demander : où est passée cette politique qui promettait précisément de les défendre ?
Où est passée la révolution fiscale ? Où est la grande baisse des impôts promise aux Italiens ? Où est la récupération du pouvoir d’achat ? Où est cette certitude qui était vendue pendant la campagne électorale ?
La réponse arrive naturellement, accompagnée d’une explication : la guerre, l’Europe, les marchés, l’inflation, la dette publique, les gouvernements précédents, la situation internationale.
Tout cela est vrai. Tout cela est compréhensible.
Mais alors quelqu’un devrait avoir le courage d’expliquer aux électeurs une chose très simple : les promesses électorales n’étaient pas réalisables.
Car le problème n’est pas de changer d’avis face à la réalité. Le problème est de raconter aux Italiens, avant le vote, que tout est possible, puis de leur demander d’oublier.
La politique sérieuse devrait faire exactement le contraire. Elle devrait dire que l’argent est rare, que la dette pèse lourd, que certains choix impliquent des sacrifices et que les repas gratuits n’existent pas. Elle devrait avoir le courage de dire « nous ne pouvons pas le faire » avant les élections, et non après.
Au lieu de cela, nous sommes revenus à la vieille école du consensus : promettre aujourd’hui, gouverner demain et expliquer après-demain pourquoi cette promesse ne pouvait pas être tenue.
Et le citoyen ? Le citoyen devrait continuer à faire confiance.
Il devrait applaudir.
Il devrait voter.
Et, si possible, oublier.
C’est là que la politique prend trop souvent les électeurs pour une masse indistincte de Pinocchio à l’envers : non pas ceux dont le nez s’allonge lorsqu’ils mentent, mais ceux à qui l’on continue de présenter une carotte, convaincu qu’ils courront éternellement derrière la prochaine promesse.
Sauf que les Italiens ne sont pas idiots.
Ils peuvent être patients. Ils peuvent être indulgents. Ils peuvent même accorder une deuxième chance. Mais lorsque chaque promesse finit systématiquement contre le mur de la réalité, tôt ou tard, l’addition arrive.
Et cette fois, l’addition n’est pas seulement électorale.
Elle est sociale.
Car un pays dans lequel une famille qui travaille, paie ses impôts et cherche simplement à vivre dignement commence à avoir peur de l’avenir est un pays qui devrait s’inquiéter bien davantage que ne le laissent penser les communiqués triomphalistes des ministères.
La campagne électorale peut donc recommencer. Les mégaphones sont déjà allumés. Les promesses reviennent. Les miracles sont à nouveau au programme.
Mais cette fois, avant d’applaudir, il serait utile de poser une question très simple : combien des promesses précédentes ont réellement été tenues ?
Car raconter des histoires aux électeurs est facile.
Gouverner un pays, c’est autre chose.
Et surtout, après des années d’annonces, de slogans et de promesses miraculeuses, il serait peut-être temps de cesser de traiter les Italiens comme des gens qui portent un anneau dans le nez.
Le nez qui s’allonge lorsqu’on raconte trop de mensonges, laissons-le aux petits Pinocchio de longue date.