La vicenda del medico di famiglia di Nus, che cessa la propria attività lasciando numerosi assistiti senza un punto di riferimento, continua ad alimentare il dibattito pubblico. Dopo le polemiche delle ultime settimane e le prese di posizione di cittadini e amministratori locali, l’Azienda USL della Valle d’Aosta rompe il silenzio con una lunga nota nella quale respinge le accuse di inerzia e prova a riportare la discussione su un piano più ampio.
L'azienda riconosce innanzitutto che "la preoccupazione dei cittadini che si trovano senza il proprio medico di famiglia è pienamente comprensibile e merita risposte chiare", ma aggiunge che "un problema così serio non può prestarsi a semplificazioni o banalizzazioni". Secondo l'USL, attribuire la responsabilità della situazione a una presunta lentezza amministrativa significa offrire "una rappresentazione non corretta della situazione" e soprattutto rischia di "alimentare aspettative che non possono trovare riscontro nella realtà".
L'azienda va oltre e mette in guardia anche rispetto alle conseguenze del dibattito pubblico, sostenendo che rappresentare la carenza di medici come il frutto della "presunta pigrizia amministrativa dell'Azienda" rischia di "indebolire la fiducia dei cittadini nel sistema sanitario e nei professionisti che, in una situazione di grave carenza di personale, stanno garantendo l'assistenza con un impegno spesso superiore a quanto ordinariamente previsto".
Il cuore della nota è però rappresentato da un dato che fotografa la dimensione del problema: in Valle d'Aosta mancano attualmente circa 30 medici di medicina generale rispetto al fabbisogno previsto. Un numero che rende evidente come la questione non riguardi soltanto il comune di Nus, ma l'intero territorio regionale.
L'USL ricorda che i medici di famiglia sono "liberi professionisti convenzionati con il Servizio sanitario nazionale" e che il ruolo dell'azienda consiste nell'individuare le sedi vacanti, pubblicare gli incarichi e metterli a disposizione. Spetta però ai professionisti scegliere se partecipare alle procedure oppure no. In altre parole, gli incarichi esistono ma, spesso, non ci sono medici disponibili ad accettarli.
Anche il rapporto tra medici e assistiti è fissato dalla normativa nazionale. L'obiettivo previsto è di un medico ogni 1.200 assistiti, con la possibilità di arrivare fino a 1.800 soltanto con il consenso del professionista. "Queste regole non sono stabilite dall'Azienda USL e non possono essere modificate attraverso decisioni locali", sottolinea la nota, ricordando che contratto nazionale e Accordo collettivo disciplinano anche pensionamenti, compensi e modalità di cessazione dell'attività.
L'azienda insiste quindi sul fatto che "il problema non è la mancata individuazione delle necessità né la mancata disponibilità degli incarichi: il problema è la carenza di medici disponibili a ricoprirli". Una crisi che, secondo l'USL, riguarda ormai l'intero Servizio sanitario nazionale e che coinvolge anche altre figure professionali, come gli infermieri.
Per quanto riguarda il caso di Nus, viene spiegato che lo storico medico del paese lascia il servizio "nel rispetto dei termini e delle condizioni previste dal contratto nazionale". L'Ambito 4 del Distretto 1, comprendente Nus e i comuni limitrofi, era già stato dichiarato zona carente con pubblicazione sul BUR n. 25 del 24 giugno 2026. Due professionisti hanno manifestato interesse e "le rispettive procedure sono in corso", mentre, qualora non si concretizzassero gli incarichi, l'azienda assicura di essere pronta ad attivare ulteriori strumenti previsti dalla normativa.
Nel frattempo, per rispondere alle esigenze più immediate della popolazione, l'USL annuncia che conta di attivare "sin dalle prossime settimane" un servizio di prossimità attraverso l'Unità di Continuità Assistenziale (UCA), mentre le modalità operative saranno illustrate in un successivo comunicato.
La ricostruzione dell'USL appare coerente sul piano tecnico e normativo. È vero che il problema della medicina generale è nazionale e che nessuna azienda sanitaria può obbligare un professionista ad accettare un incarico. Ed è altrettanto vero che le regole fondamentali sono stabilite dallo Stato e non dalle singole Regioni.
Ma proprio qui nasce la domanda politica che la nota non affronta fino in fondo. Se la crisi è conosciuta da oltre un decennio, se il progressivo pensionamento dei medici era perfettamente prevedibile e se la perdita di attrattività della professione è denunciata da anni, perché non si è intervenuti prima con strumenti più incisivi?
La Valle d'Aosta gode di un'autonomia speciale che, pur non consentendo di modificare unilateralmente il contratto nazionale, offre margini per costruire politiche di attrazione dei professionisti, incentivi economici, servizi abitativi, sostegni logistici, valorizzazione della medicina territoriale e programmazione del ricambio generazionale. La stessa USL afferma di aver messo in campo "ogni possibile iniziativa, formale e informale, finalizzata ad attrarre medici, anche provenienti da fuori Valle d'Aosta". Tuttavia, il risultato odierno racconta che questi strumenti, almeno finora, non sono stati sufficienti.
Le responsabilità, dunque, difficilmente possono essere attribuite a un unico soggetto. Sarebbe semplicistico imputarle esclusivamente all'azienda sanitaria, che opera entro vincoli normativi precisi. Ma sarebbe altrettanto riduttivo sostenere che tutto dipenda esclusivamente dal quadro nazionale. Le scelte dei governi che negli anni hanno limitato la formazione di nuovi medici di famiglia, la programmazione del Servizio sanitario nazionale, le politiche regionali sulla medicina territoriale e la capacità di rendere attrattiva una realtà periferica come la Valle d'Aosta costituiscono tasselli della stessa vicenda.
La crisi dei medici di famiglia, infatti, non è soltanto un problema organizzativo. È il simbolo di un modello sanitario che fatica a garantire la prossimità delle cure, soprattutto nelle aree montane e nei piccoli comuni. Quando viene meno il medico di famiglia, non si perde soltanto un professionista: si indebolisce un presidio di comunità, aumenta la pressione sugli ospedali e cresce il senso di insicurezza delle persone più fragili.
Per questo la vicenda di Nus non dovrebbe trasformarsi nell'ennesimo scontro tra accuse e difese. Dovrebbe invece diventare l'occasione per aprire una riflessione seria sul futuro della sanità territoriale valdostana. Perché se è vero, come sostiene l'USL, che la crisi è strutturale, allora anche le risposte dovranno essere strutturali. E la politica, a tutti i livelli, sarà chiamata a dimostrare di aver imparato dagli errori del passato prima che altri comuni si trovino nella stessa situazione.