ATTUALITÀ - 28 luglio 2026, 12:00

Nulla si distrugge, tutto si trasforma

Dalla Prima Repubblica ai partiti personali di oggi: la politica italiana sembra seguire la legge di Lavoisier. Nulla sparisce davvero: simboli, dirigenti e gruppi parlamentari cambiano forma, ma la materia politica resta la stessa. Tra trasformismi, cambi di casacca e nuove etichette, gli elettori si trovano spesso davanti a vecchie formule dentro contenitori nuovi

Lavoisier lo diceva parlando di atomi e molecole, ma se guardasse l’Italia dal cielo della chimica applicata alla politica probabilmente riderebbe di gusto: “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” è la legge più rispettata del nostro Paese, molto più della Costituzione.

Solo che qui, al posto dell’ossigeno e dell’idrogeno, a ricombinarsi sono tessere di partito, poltrone e conferenze stampa.

Cinquanta o sessanta anni fa la tavola periodica della politica italiana aveva elementi solidi e riconoscibili: la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista, i repubblicani, i liberali. Composti stabili, o almeno percepiti come tali.

Poi, negli anni Ottanta, cominciano a comparire nella provetta i primi precipitati regionalisti: Liga Veneta, Union Piemontèisa e movimenti simili. Piccole realtà capaci di erodere voti ai giganti storici, partendo dalla periferia.

Nel 1991 si fondono nella Lega Nord, un po’ come atomi instabili che si aggregano in una molecola più grande e più urticante.

Poi arriva la reazione che cambia tutto lo stato della materia: Mani Pulite, nel 1992. Non un terremoto, ma una vera e propria trasformazione di fase: da solido a gassoso.

I partiti storici, quelli con la tessera e il simbolo che gli elettori riconoscevano a occhi chiusi, si volatilizzano nel giro di pochi anni.

La DC si scioglie nel 1994, il PSI segue a ruota, mentre il PCI si era già trasformato in PDS nel 1991. Sulla carta: morte e sepoltura. Nella realtà: semplice cambio di stato.

Dove sono finiti gli atomi?

Ecco il punto, ed è qui che la chimica diventa impietosa: gli atomi non scompaiono, si ricombinano.

I dirigenti, i funzionari e i quadri intermedi della Prima Repubblica non sono stati deportati su Marte: sono confluiti in Forza Italia, nel Partito Popolare, nei Democratici di Sinistra, in Alleanza Nazionale e, da lì, attraverso successive gemmazioni, in tutto quello che è venuto dopo: PD, PdL, FI, FdI e la lunga sequenza di sigle personali che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni.

E qui i numeri, quelli veri, raccontano meglio di ogni sospetto quanto la materia politica sia fluida.

Secondo le rilevazioni di Openpolis, nella legislatura 2013-2018 si è registrato un record assoluto: tra Camera e Senato, dalle elezioni del 2013 in poi, si sono contati 518 cambi di gruppo parlamentare, per un totale di 335 parlamentari transfughi, pari al 35,26% degli eletti.

Più di un parlamentare su tre, in pratica, ha cambiato casacca almeno una volta senza passare dalle urne.

Non è stato un caso isolato. Nella legislatura successiva, quella 2018-2022, il fenomeno è proseguito: nel corso della XVIII legislatura sono stati registrati 456 cambi di gruppo parlamentare, con un’impennata particolare dopo la caduta del governo Conte II e la nascita del governo Draghi.

In pochi mesi si sono contati 267 cambi di gruppo dall’inizio della legislatura, con una media di 6,5 al mese.

Persino il Movimento 5 Stelle, nato con la promessa di rottamare proprio questo tipo di trasformismo, ne è diventato la vittima principale: oltre 90 transfughi in due anni, seguito da Forza Italia con 37 e dal Partito Democratico con 31.

Anche l’ultima legislatura, quella nata dal voto del 2022, non si è sottratta alla legge di conservazione della materia politica.

Sebbene con numeri più contenuti, i cambi di gruppo dalle elezioni a oggi sono stati 45, con un flusso che va prevalentemente dall’opposizione verso la maggioranza.

Cosa raccontano questi dati?

Che, tolti pochi personaggi davvero convinti di agire per il bene del Paese, sembra prevalere una logica molto più semplice: “penso alle mie tasche”.

La direzione del vento, insomma, resta sempre la stessa: si naviga dove conviene di più.

Gli elettori? Cavoli loro.

Ma qui viene il bello, e anche l’amaro: questi voti non arrivano da una galassia lontana.

Chi mette la croce su Fratelli d’Italia, Forza Italia, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Italia Viva o Azione è lo stesso elettorato italiano di sempre.

Gli stessi santi, poeti e navigatori che negli anni Ottanta votavano DC o PCI convinti di scegliere un mondo, e che oggi votano “il nuovo” convinti della stessa cosa.

Solo che il nuovo, spesso, è la vecchia molecola riorganizzata: stesso peso atomico, diversa etichetta sul barattolo.

C’è chi lo fa in buona fede, credendo davvero di premiare un progetto inedito.

E c’è chi, invece, la legge di Lavoisier la conosce benissimo e la usa a proprio vantaggio: cambiare simbolo costa molto meno che cambiare visione.

Nel frattempo la poltrona resta la stessa, il collegio elettorale pure e l’asino — per dirla come si dice — sa sempre dove andare a bere.

Il bello della chimica è che, in fondo, non giudica: registra soltanto le trasformazioni.

La politica italiana potrebbe imparare qualcosa da questa onestà intellettuale, ammettendo semplicemente che i “partiti nuovi” sono, nella stragrande maggioranza dei casi, riorganizzazioni di materia già esistente.

Nel frattempo agli elettori non resta che affinare lo sguardo: non chiedersi soltanto quale sia il simbolo sulla scheda, ma quale sia la formula chimica nascosta dietro.

Perché in politica, come in laboratorio, la sostanza non si distrugge mai. Cambia soltanto contenitore.

E voi, cari amici “Valdotains”, non crediate di essere immuni: i dati vi smentiscono.

(Dati sui cambi di gruppo parlamentare: elaborazioni Openpolis, legislature XVII, XVIII e XIX)

Vittore Lume-Rezoli