Un pittore nato in un piccolo borgo della Valle d’Aosta e arrivato fino alle corti più prestigiose dell’Europa medievale. È questa la suggestione al centro del nuovo volume “Boso di Saint-Marcel e gli affreschi del castello di Fénis”, scritto da Bruno Orlandoni e Guido Mones, che sarà presentato mercoledì 29 luglio 2026 alle ore 17.30 nel Salone Tzanté de Bouva, nell’area verde di Chez Sapin, 95 a Saint-Marcel. L’incontro vedrà il dialogo con gli autori di Sandra Barberi e Joseph-Gabriel Rivolin.
Il libro, pubblicato da LeChâteau Edizioni di Arvier, con 448 pagine e un prezzo di copertina di 60 euro, nasce da una nuova lettura delle fonti disponibili e dalla scoperta di documenti inediti che permettono di riaprire il dossier su una figura ancora poco conosciuta, ma potenzialmente centrale nella storia artistica valdostana: Boso di Saint-Marcel.
Il pittore, originario dello stesso territorio che ospita il castello di Fénis, è documentato come artista al servizio della corte sabauda tra il 1390 e il 1410. La sua vicenda professionale lo colloca in un periodo storico nel quale la Valle d’Aosta non era una realtà marginale, ma un territorio inserito nelle grandi dinamiche politiche e culturali europee, attraversato da commerci, influenze artistiche e relazioni diplomatiche.
La domanda che accompagna la ricerca degli autori è affascinante: potrebbe essere stato proprio Boso l’autore degli affreschi che ancora oggi caratterizzano il castello di Fénis? Il volume non pretende di offrire una risposta definitiva, ma propone un approccio più ampio: non tanto attribuire un nome certo alle opere, quanto ricostruire il contesto nel quale esse nacquero e collocarle all’interno di una rete europea di scambi e influenze.
La carriera di Boso conduce infatti dai villaggi alpini alle sedi del potere sabaudo, fino ai grandi centri culturali della Francia del tempo, compresa Parigi, dove operavano alcune delle più importanti botteghe artistiche europee, e le corti ducali francesi. Il percorso si intreccia anche con Avignone, città simbolo della presenza papale e uno dei principali laboratori culturali del tardo Medioevo.
Gli affreschi di Fénis diventano così una finestra sulla società del Quattrocento, non solo dal punto di vista religioso e artistico, ma anche politico e sociale. Le figure rappresentate sulle pareti del castello raccontano infatti un mondo nel quale immagini, abiti e simboli avevano un ruolo preciso: definivano gerarchie, appartenenze e prestigio.
Proprio la moda e il costume rappresentano uno degli aspetti più originali dell’indagine. Gli abiti raffigurati negli affreschi non sono semplici dettagli decorativi, ma testimonianze della cultura delle élite medievali. Colori, forme, tessuti e accessori diventano strumenti per comunicare il ruolo sociale dei personaggi e il loro legame con il potere.
La vicenda di Boso di Saint-Marcel si inserisce quindi in un periodo nel quale le corti europee utilizzavano l’arte come strumento politico. Dipingere un castello, una cappella o una sala rappresentativa significava costruire un’immagine pubblica del signore, della sua famiglia e del suo rapporto con il mondo circostante. Anche il castello di Fénis, simbolo della presenza dei Challant in Valle d’Aosta, va letto dentro questa dimensione: non solo fortificazione, ma luogo di rappresentazione del potere.
La ricerca di Orlandoni e Mones restituisce così centralità a un artista valdostano che, seppure ancora avvolto da alcune zone d’ombra, permette di guardare alla Valle d’Aosta medievale con una prospettiva diversa. La regione appare non come periferia isolata, ma come crocevia alpino capace di dialogare con i principali centri culturali e politici dell’Europa del tempo.
La storia di Boso di Saint-Marcel e degli affreschi di Fénis dimostra come il patrimonio storico possa continuare a generare nuove domande anche dopo secoli. Dietro le immagini dipinte sulle pareti di un castello non ci sono soltanto colori e figure, ma le tracce di uomini, viaggi, ambizioni e relazioni internazionali. Riscoprire queste vicende significa rafforzare la consapevolezza di una Valle d’Aosta che ha sempre avuto un ruolo più ampio di quello suggerito dalla sua dimensione geografica: una terra alpina, ma pienamente inserita nella storia europea.