ATTUALITÀ POLITICA - 22 luglio 2026, 12:01

Aosta, l'esercito in strada: quando la sicurezza diventa spettacolo

La proposta di riportare l'esercito nelle vie del centro di Aosta racconta molto più del clima politico che della sicurezza reale. Tra memoria storica e uso simbolico della forza, il rischio è trasformare la sicurezza in uno spettacolo invece che in una politica pubblica

ph. Enrico Tessari tratta da https://www.facebook.com/groups/1642627799355075/posts/4407485512869276/

C'è un'immagine che torna utile, in questi giorni, a chiunque abbia qualche anno sulle spalle e una memoria non troppo corta: quella dei militari degli Alpini che, tra gli anni Cinquanta e i primi Duemila, percorrevano a piedi le vie del centro di Aosta.

Tre alla volta camminavano, osservavano, verificavano che le divise fossero in ordine e che i commilitoni fossero rientrati in caserma. Non fermavano nessuno. Non intervenivano in una lite tra ubriachi, se non indossavano la divisa da servizio. Passavano oltre. Erano, semplicemente, una presenza.

E per oltre mezzo secolo quella presenza non ha fatto notizia, non ha sollevato polemiche e non è mai stata raccontata come una misura di sicurezza. Era normalità.

Oggi Fratelli d'Italia propone di riportare l'esercito nelle vie del centro di Aosta. E il modo in cui la proposta viene lanciata e rilanciata — con titoli che evocano l'immagine di una città "sotto assedio" — dice più della misura in sé che della temperatura del dibattito pubblico che l'accompagna.

Il punto non è se un soldato possa o meno camminare per una via del centro.

Il punto è che cosa quella presenza è chiamata a significare.

Le ronde degli Alpini di ieri erano un fatto amministrativo, quasi burocratico: un controllo interno delle forze armate su se stesse.

La proposta di oggi nasce con un'altra ambizione, dichiarata o meno: mostrare la forza dello Stato, rendere visibile una risposta a una percezione di insicurezza alimentata soprattutto sui social, dove la contrapposizione politica ha ormai sostituito, quasi ovunque, il confronto sugli ideali.

È qui che si annida la distorsione.

Non nei numeri — che pure raccontano, con tutti i limiti di ogni statistica, una città e una regione dove i reati minori non sono affatto in aumento vertiginoso — ma nella grammatica con cui una parte della politica, in particolare la destra rappresentata da Fratelli d'Italia e dai suoi alleati, ha deciso di parlare di sicurezza.

Non attraverso norme. Non attraverso decreti mirati. Non attraverso un lavoro serio sulle leggi che non funzionano.

Ma attraverso il gesto muscolare.

La divisa in strada come simbolo, prima ancora che come strumento.

A mio modesto parere, oggi ci troviamo davanti a uno Stato che ha perso parte del proprio equilibrio.

Uno Stato di diritto ha, giustamente, il monopolio della forza. Ma la forza è l'ultima delle sue prerogative, non la prima. Legare, ammanettare e arrestare sono strumenti che il Parlamento attribuisce alle forze dell'ordine entro un perimetro di garanzie precise, non gesti da esibire come dimostrazione muscolare.

Quando uno Stato comincia a preferire la reazione istintiva, quasi animalesca, al lavoro paziente — e decisamente meno fotogenico — di correggere le leggi sbagliate, è uno Stato che sta smarrendo il proprio equilibrio.

Lo smarrisce due volte: nel merito, perché confonde repressione con sicurezza; e nel metodo, perché sceglie la scorciatoia simbolica invece della riforma.

Le leggi sbagliate, in Italia, non mancano di certo. Abbiamo un patrimonio normativo enorme, stratificato e spesso contraddittorio, nettamente più vasto di quello di altri grandi Paesi europei. Eppure, ogni anno il Parlamento trova il modo di aggiungere nuove norme — penso, ad esempio, alla legislazione contro i rave — invece di mettere mano seriamente a una produzione legislativa che, proprio per la sua complessità, rende difficile applicare le regole con efficacia.

Non è una riforma della giustizia.

È continuare a mettere toppe su buchi che restano aperti, anno dopo anno.

Per questo la proposta dell'esercito in strada ad Aosta racconta più di quanto risolva.

Va letta per quello che è: non tanto una risposta a un problema di ordine pubblico circoscritto e misurabile, quanto un segnale rivolto a un elettorato che, su Facebook e Instagram, associa ormai la sicurezza non alla certezza della norma, ma alla visibilità della forza.

È una battaglia culturale prima ancora che amministrativa. Ed è proprio per questo che merita di essere raccontata con chiarezza, senza lasciarsi trascinare dai titoli a effetto né, all'opposto, minimizzando la posta in gioco.

Gli Alpini che giravano per Aosta cinquant'anni fa non avevano bisogno di annunciarsi. Erano lì, e bastava.

Forse è proprio questa la misura della distanza tra allora e oggi: non la presenza di una divisa per strada, ma il bisogno, tutto contemporaneo, di trasformare quella presenza in un manifesto politico.

Perché la sicurezza smette di essere una politica pubblica quando diventa uno spettacolo.

Vittore Lume-Rezzoli