ATTUALITÀ ECONOMIA - 14 luglio 2026, 12:00

Razzismo di ritorno e miopia politica

La retorica della "remigrazione" e dello slogan "l'Italia agli italiani" conquista sempre più spazio nel dibattito pubblico, anche in Valle d'Aosta. Ma un Paese profondamente intrecciato con l'Africa e il Medio Oriente non può permettersi di ignorare le conseguenze economiche, energetiche e geopolitiche di una politica fondata sulla chiusura e sull'identità contrapposta

Negli ultimi anni, nel dibattito pubblico italiano, si è consolidata una retorica che fa leva su slogan semplici e identitari: "remigrazione", "l'Italia agli italiani", "prima noi".

Espressioni che, pur nella loro apparente immediatezza, nascondono una visione del mondo semplificata, impermeabile alla complessità delle relazioni internazionali e alle dinamiche economiche che sostengono il nostro Paese.

Pare che il fronte vannacciano, o più semplicemente alcune forze della destra che auspicano la remigrazione o il più banale "rimandiamoli a casa loro", stia prendendo piede anche nella nostra piccola Valle d'Aosta. Basta aprire i social, in particolare Facebook, per imbattersi in commenti di persone che applaudono all'idea di rimandare tutti nei Paesi d'origine. Provare a dialogare con loro è spesso tempo perso: infervorati dal politico di riferimento, continuano a ripetere il mantra dell'"Italia agli italiani", senza interrogarsi sulle conseguenze concrete di quella proposta.

A ripetere questi slogan sono soprattutto alcuni settori politici che, nel tentativo di intercettare un consenso rapido, fanno ricorso a narrazioni capaci di alimentare diffidenza e ostilità verso chi arriva in Italia. È una strategia comunicativa efficace sul piano emotivo, ma profondamente miope sul piano istituzionale.

La realtà, infatti, è molto diversa da quella raccontata nei comizi. L'Italia è un Paese che vive di interdipendenza: economica, energetica, commerciale e demografica. Un'interdipendenza particolarmente evidente nei rapporti con l'Africa e con il mondo arabo, aree nelle quali la presenza italiana è storica, strutturale e strategica.

Secondo i dati dell'AIRE e della Farnesina, oltre 300.000 cittadini italiani risiedono stabilmente nei Paesi africani e mediorientali. Si tratta di imprenditori, tecnici, ingegneri, operatori sanitari, professionisti della cooperazione, manager del settore energetico e delle infrastrutture. Comunità che contribuiscono allo sviluppo locale e che, allo stesso tempo, rappresentano una naturale estensione del sistema economico italiano.

Anche sul fronte delle imprese la presenza è rilevante. ENI opera in 14 Paesi africani e nell'intera area del Golfo, garantendo all'Italia una quota significativa delle forniture di gas naturale. Da Algeria, Libia ed Egitto proviene oltre il 40% del gas importato dal nostro Paese.

Aziende come Saipem, Webuild (già Salini Impregilo), Trevi e centinaia di piccole e medie imprese italiane sono impegnate nella costruzione di infrastrutture strategiche: porti, ferrovie, dighe, impianti energetici e reti idriche. Nel settore agroalimentare, numerose filiere italiane dipendono da materie prime provenienti dall'Africa, come cacao, caffè, pesce, agrumi e ortaggi. Nel comparto tessile, Tunisia, Marocco ed Egitto ospitano stabilimenti che producono per il Made in Italy. La cooperazione italiana, infine, è tra le più attive al mondo, con migliaia di progetti nei settori sanitario, agricolo ed educativo.

Questa rete di relazioni non è un dettaglio: rappresenta una componente essenziale della stabilità economica italiana. Per questo motivo, immaginare, anche solo sul piano teorico, una reciprocità delle politiche identitarie invocate da alcuni settori della politica italiana significa confrontarsi con uno scenario di estrema vulnerabilità.

Se domani i Paesi africani e arabi decidessero di adottare la stessa logica e rimandassero a casa cittadini e imprese italiane, il nostro Paese subirebbe uno shock di proporzioni enormi. L'approvvigionamento energetico verrebbe messo seriamente in discussione, con un inevitabile aumento del costo del gas e il rischio di razionamenti. L'export verso queste aree, che vale oltre 50 miliardi di euro ogni anno, subirebbe un brusco ridimensionamento, mentre centinaia di migliaia di italiani sarebbero costretti a rientrare, con effetti pesantissimi sul mercato del lavoro e sul sistema di welfare. L'Italia perderebbe inoltre una parte importante della propria influenza geopolitica nel Mediterraneo e in Africa, mentre le filiere agroalimentari e tessili, fortemente dipendenti da materie prime e lavorazioni estere, entrerebbero in difficoltà. La conseguenza più immediata sarebbe un aumento dei prezzi dei beni alimentari e dei prodotti di largo consumo, con ricadute dirette sulle famiglie e sulle imprese.

È evidente che una politica che invoca chiusure e rimpatri di massa senza considerare la dimensione internazionale dell'Italia non solo ignora la realtà, ma rischia di compromettere gravemente gli interessi nazionali. La reciprocità del razzismo non è un esercizio teorico: è un boomerang che, una volta lanciato, torna inevitabilmente indietro.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più profonda. Molti dei territori italiani che oggi sostengono con maggiore convinzione la retorica identitaria, soprattutto nel Mezzogiorno, dipendono in misura significativa dal lavoro dei migranti. Una parte consistente dell'agricoltura italiana, dalle raccolte stagionali alle filiere ortofrutticole, vive grazie alla manodopera straniera, spesso impiegata in condizioni difficili ma indispensabile alla sopravvivenza delle aziende. Senza quel contributo, intere produzioni di pomodori, agrumi, ortaggi e altri prodotti non arriverebbero nemmeno sui mercati.

Questo non significa negare i problemi reali legati ai fenomeni migratori. Un Paese ha il diritto e il dovere di governare i propri confini, stabilire regole chiare, contrastare l'immigrazione irregolare e garantire sicurezza ai propri cittadini. La politica seria non consiste nel negare le difficoltà, ma nell'affrontarle con strumenti efficaci e con una visione di lungo periodo.

La differenza tra una politica responsabile e una politica fondata sulla paura sta proprio qui: riconoscere che l'immigrazione può essere un fenomeno da governare, non un nemico da utilizzare per raccogliere consenso. Trasformare ogni migrante in un bersaglio indistinto significa confondere la gestione di un problema con la costruzione di un capro espiatorio.

E allora, quando si invoca "l'Italia agli italiani", sarebbe opportuno ricordare che una parte importante dell'Italia vive ogni giorno grazie al lavoro dei non italiani. L'economia non conosce slogan, ma numeri. Le relazioni internazionali non funzionano con i muri, ma con gli equilibri. E la realtà, quando viene ignorata troppo a lungo, prima o poi presenta il conto.

Un conto che, nel caso della reciprocità del razzismo, l'Italia difficilmente sarebbe in grado di pagare.

Vittore Lume-Rezoli