Mentre mettevo la mia firma, mi sono ritrovato a pensare — non da addetto ai lavori, ma da semplice lettore — a quante volte, nell'ultimo periodo, ho aperto un giornale online e ho avuto la sensazione di essere accompagnato verso una realtà diversa da quella dei fatti.
Non è una sensazione piacevole. Soprattutto quando ci si accorge che, lentamente, si rischia quasi di abituarsi.
Permettetemi di partire da lontano. Da un ricordo di scuola.
Da ragazzo, una delle punizioni più temute non era il brutto voto in matematica o la nota sul diario. Era quella che arrivava quando venivi sorpreso a dire una bugia.
In casa, tuo padre ti guardava con una delusione silenziosa che pesava più di qualsiasi rimprovero. A scuola, la maestra ti mandava dietro la lavagna e quella camminata di pochi metri sembrava lunga un chilometro, sotto gli occhi di tutta la classe.
La bugia era considerata qualcosa di grave. Non soltanto un errore, ma una mancanza. Una scelta sbagliata. E come tale veniva trattata.
Poi siamo cresciuti. E qualcosa, lungo la strada, si è incrinato.
Oggi apro un giornale — spesso online, come accade ormai alla maggior parte dei lettori — e mi capita di trovare titoli che annunciano emergenze definitive, svolte storiche, scandali epocali. Li leggo, trattengo il respiro, clicco. E molte volte scopro che la realtà è molto più complessa, più normale o semplicemente diversa da come era stata presentata.
Non sempre si tratta di una bugia. Spesso è qualcosa di più sottile: un'esagerazione, una semplificazione, una scelta narrativa costruita per attirare attenzione. Ma il risultato può essere lo stesso: il lettore perde fiducia.
E la fiducia, per un giornale, è il bene più prezioso.
Non tutto il giornalismo, naturalmente, ha smarrito questa strada. Esistono ancora moltissimi cronisti che ogni giorno lavorano con serietà, verificano le fonti, raccontano fatti scomodi e difendono il valore della professione. Il problema è un sistema che sempre più spesso sembra premiare la velocità, il consenso immediato e la capacità di generare reazioni, più che la qualità del racconto.
In una regione piccola come la nostra, il rapporto con l'informazione locale conserva ancora una dimensione diversa.
I giornali valdostani vivono in un ecosistema particolare: il cronista lo incontri per strada, il direttore ha un volto conosciuto, il politico di cui si scrive abita spesso nel tuo stesso comune. Questa prossimità, quando viene vissuta con serietà, è un valore autentico. Crea una responsabilità che i grandi media nazionali spesso non conoscono.
Qui, se scrivi una cosa inesatta, qualcuno te lo viene a dire. Magari il giorno dopo, al mercato. E questo rapporto diretto dovrebbe essere uno stimolo continuo alla correttezza.
Anche da noi, però, qualche volta si avverte qualcosa che stona.
Il problema non è il giornale locale in quanto tale, ma un modello di informazione che si è progressivamente diffuso e che rischia di contaminare ogni livello: dal grande quotidiano nazionale al piccolo sito territoriale.
È il progressivo abbandono della notizia nella sua essenza — con la sua complessità, le sue contraddizioni, anche la sua scomodità — a favore di una narrazione che spesso incontra gli interessi di qualcuno.
Di un amministratore. Di un partito. Di un soggetto economico. Di chi finanzia una comunicazione.
Quando accade, il titolo rischia di diventare un favore. L'articolo rischia di trasformarsi in una stretta di mano.
E qui entra in gioco la politica.
La politica, non tutta e non sempre, ha però imparato da tempo una lezione: una versione della realtà costruita bene, ripetuta abbastanza volte e accompagnata da una buona comunicazione può diventare più forte della realtà stessa.
Un risultato modesto può essere presentato come una grande conquista. Un problema irrisolto può diventare un percorso avviato verso il successo. Una scelta contestata può essere raccontata soltanto attraverso gli aspetti più favorevoli.
Non serve nemmeno che quella narrazione duri a lungo. A volte basta che resista il tempo di un ciclo di notizie, di una giornata sui social, di qualche titolo ben confezionato. Poi arriverà altro a spostare l'attenzione.
E quando alcuni settori della politica e alcuni settori dell'informazione finiscono per alimentarsi reciprocamente — io ti offro visibilità, tu mi restituisci spazio e consenso — nasce un meccanismo pericoloso.
Nasce un'informazione che mantiene il linguaggio dell'informazione, ma rischia di perderne la sostanza. Non è più racconto della realtà: è rappresentazione della realtà.
Come lettore, questa differenza la percepisco. E ogni volta mi torna in mente quella camminata verso la lavagna.
Perché la domanda resta semplice: se da bambino venivo richiamato per aver ingigantito una storia per fare bella figura con i compagni, perché oggi chi manipola la percezione dei fatti — attraverso titoli costruiti per attirare clic, comunicati trasformati in articoli, dichiarazioni politiche prive di contraddittorio — spesso non solo non viene penalizzato, ma viene premiato con attenzione, consenso e influenza?
Qualcosa si è invertito. E non è una buona notizia.
Non ho soluzioni semplici da proporre, e non sarebbe onesto fingere di averle. Il tema del finanziamento pubblico all'editoria è complesso e coinvolge principi importanti: il pluralismo dell'informazione, la libertà editoriale, la sostenibilità economica delle testate. Pensare che eliminare i contributi risolverebbe automaticamente ogni problema sarebbe probabilmente un'illusione.
Ma una cosa resta fondamentale: nessun sostegno pubblico può diventare un prezzo da pagare in cambio del silenzio davanti alle notizie scomode. Un'informazione che rinuncia alla propria indipendenza, verso qualunque potere, perde la ragione stessa per cui esiste.
Enzo Biagi ricordava spesso, attraverso il suo lavoro e le sue parole, che il rapporto tra giornalista e lettore si fonda prima di tutto sulla fiducia. Una fiducia difficile da conquistare e facilissima da perdere.
È forse questa la lezione più semplice e più difficile da rispettare.
Prima di scrivere un titolo. Prima di firmare un articolo. Prima di accettare un sostegno.
Ricordarsi che il lettore non è un numero, un clic o una statistica.
È una persona che ogni giorno ci concede qualcosa di prezioso: la propria fiducia.
E forse, ogni tanto, sarebbe utile tornare idealmente dietro quella lavagna. Non per paura della punizione, ma per ricordarsi perché raccontare la verità — tutta la verità, anche quando è scomoda — resta il compito più importante di chi fa informazione.