Esistono due montagne in Valle d'Aosta. La prima è quella che la politica ama fotografare. È la montagna delle inaugurazioni, dei rendering, dei tagli del nastro e delle conferenze stampa ad alta quota. È quella che compare nelle brochure patinate e nei video promozionali, dove tutto appare perfetto: funivie sempre più moderne, impianti che risalgono le pendici inseguendo i ghiacciai che arretrano sotto i colpi del cambiamento climatico, nuovi collegamenti, nuove attrazioni, nuove sfide ingegneristiche. Sembra quasi che la risposta alla crisi climatica sia conquistare altro territorio, occupare le rocce lasciate libere dal ghiaccio e continuare a salire sempre più in alto. È una montagna che produce economia e turismo, e nessuno lo mette in discussione. Il problema nasce quando questa diventa l'unica montagna che la politica riesce a vedere, quella che porta consenso, visibilità e fotografie da consegnare agli elettori.
Poi c'è un'altra montagna, molto meno appariscente, che non conosce inaugurazioni né applausi. È la montagna del sudore, quella dei campagnards, degli allevatori, degli agricoltori, delle famiglie che vivono tutto l'anno nei piccoli villaggi e nelle frazioni disseminate lungo le vallate. È la montagna di chi non può permettersi il lusso del fine settimana, perché gli animali devono essere accuditi ogni giorno, con il sole, con la pioggia, con la neve o con il gelo. È la montagna di chi sfalcia prati sempre più ripidi, ripara muretti a secco, mantiene aperti gli alpeggi, pulisce i pascoli, combatte quotidianamente contro i costi di produzione, la burocrazia, i predatori, le difficoltà di un mestiere che richiede sacrifici enormi e restituisce spesso redditi modesti. Mentre qualcuno raggiunge comodamente quota tremila seduto in una cabina panoramica, qualcun altro percorre gli stessi pendii con il fieno sulle spalle o alla guida di un trattore che fatica su prati impossibili. È questa la differenza sostanziale tra chi la montagna la consuma e chi, invece, continua ogni giorno a costruirla.
Troppo spesso ci dimentichiamo che il paesaggio valdostano non è un dono spontaneo della natura. Quella bellezza che milioni di turisti fotografano ogni anno è il risultato di secoli di lavoro umano. I prati non si falciano da soli, i pascoli non si mantengono senza l'allevamento, i sentieri non restano percorribili senza la presenza costante dell'uomo, gli alpeggi non continuano a vivere per magia. Dietro ogni scorcio che riempie gli occhi esistono mani screpolate, schiene piegate, giornate che iniziano prima dell'alba e terminano quando il sole è ormai scomparso dietro le montagne. Senza questo lavoro silenzioso il bosco riconquisterebbe rapidamente gli spazi aperti, il dissesto idrogeologico avanzerebbe, interi versanti cambierebbero volto e quella cartolina che tanto piace vendere perderebbe lentamente la propria anima.
Eppure il dibattito politico regionale sembra essersi progressivamente sbilanciato. Si trovano sempre risorse, energie e progettualità quando si parla di nuovi impianti, collegamenti funiviari o investimenti destinati al turismo in quota. Molto più difficile è vedere la stessa determinazione quando si affrontano i problemi dei piccoli comuni, dello spopolamento, della carenza di servizi, delle scuole che rischiano di chiudere, degli ambulatori che si allontanano dai cittadini, dei trasporti insufficienti o delle aziende agricole che ogni anno decidono di cessare l'attività. È una politica che finisce per privilegiare la montagna da attraversare rispetto alla montagna da abitare, dimenticando che senza residenti nessuna strategia di sviluppo potrà reggere nel lungo periodo.
È qui che emerge una contraddizione che dovrebbe interrogare profondamente chi governa questa regione. La Valle d'Aosta dispone di un'autonomia speciale nata proprio per consentire scelte diverse rispetto al resto del Paese, per adattare le politiche alle peculiarità di un territorio interamente montano e delle sue comunità. Eppure troppo spesso l'autonomia sembra ridursi alla capacità di finanziare opere importanti senza affrontare con la stessa decisione le emergenze quotidiane di chi vive nelle vallate laterali e nei piccoli comuni. Difendere la montagna non significa soltanto costruire infrastrutture moderne; significa garantire che una giovane coppia possa scegliere di restare in un villaggio senza rinunciare ai servizi essenziali, che un allevatore possa continuare il proprio lavoro con una prospettiva economica dignitosa, che una scuola di montagna non venga considerata soltanto un costo, ma un presidio di civiltà e di futuro.
Ogni casa che si chiude in un villaggio rappresenta una sconfitta per tutta la Valle d'Aosta. Ogni stalla che abbassa definitivamente la saracinesca impoverisce non soltanto il settore agricolo, ma il patrimonio culturale, ambientale e identitario della nostra regione. Se un campagnard abbandona la montagna, non perdiamo soltanto un produttore di latte o di formaggi: perdiamo un custode del territorio, una sentinella contro l'abbandono, un presidio umano capace di prevenire il degrado del paesaggio e di tramandare un sapere costruito in secoli di convivenza con un ambiente tanto magnifico quanto difficile. La montagna non si salva con gli slogan sulla sostenibilità, ma garantendo un futuro a chi quella sostenibilità la pratica ogni giorno, spesso senza ricevere il riconoscimento che meriterebbe.
La politica dovrebbe avere il coraggio di invertire la prospettiva. Dovrebbe comprendere che il futuro della Valle d'Aosta non si misura soltanto in chilometri di piste, in nuovi impianti o nel numero di passaggi registrati da una funivia. Si misura soprattutto nella capacità di mantenere vive le sue microcomunità, di impedire che i villaggi si spengano uno dopo l'altro, di sostenere concretamente chi continua ad allevare, coltivare e abitare la montagna. Perché una vetta può essere raggiunta in pochi minuti grazie alla tecnologia, ma una comunità che scompare difficilmente potrà essere ricostruita.
La vera ricchezza della Valle d'Aosta non sale ogni mattina su una funivia. Indossa gli scarponi infangati, apre la porta della stalla quando è ancora buio, conosce il nome di ogni animale, osserva il cielo per capire come cambierà il tempo e continua, ostinatamente, a fare ciò che da generazioni permette a tutti gli altri di ammirare una montagna viva. Se un giorno dovessero scomparire questi uomini e queste donne, non basterebbero nuovi impianti, nuove cabine o nuove attrazioni a restituire un'anima alle nostre vallate. Resterebbe un paesaggio magnifico, certo, ma sempre più simile a un fondale scenografico: bello da guardare, incapace di raccontare una storia. La montagna del sudore, invece, quella storia continua a scriverla ogni giorno, nel silenzio, con mani sporche di terra e di fieno. Ed è a quella montagna che la politica dovrebbe finalmente inchinarsi, prima che sia troppo tardi.
Montagne di sudore
Il existe deux montagnes en Vallée d'Aoste. La première est celle que la politique aime photographier. C'est la montagne des inaugurations, des rendus architecturaux, des coupures de ruban et des conférences de presse en altitude. C'est celle qui apparaît dans les brochures glacées et les vidéos promotionnelles, où tout semble parfait : des téléphériques toujours plus modernes, des remontées mécaniques qui grimpent les pentes à la poursuite de glaciers qui reculent sous les effets du changement climatique, de nouvelles liaisons, de nouvelles attractions, de nouveaux défis techniques. On en viendrait presque à croire que la réponse à la crise climatique consiste à conquérir de nouveaux espaces, à occuper les rochers libérés par la glace et à continuer de monter toujours plus haut. C'est une montagne qui génère de l'économie et du tourisme, et personne ne le conteste. Le problème apparaît lorsqu'elle devient la seule montagne que la politique est encore capable de voir, celle qui apporte du consensus, de la visibilité et de belles images à offrir aux électeurs.
Puis il y a une autre montagne, beaucoup moins spectaculaire, qui ne connaît ni inaugurations ni applaudissements. C'est la montagne de la sueur, celle des campagnards, des éleveurs, des agriculteurs et des familles qui vivent toute l'année dans les petits villages et les hameaux disséminés au fond des vallées. C'est la montagne de ceux qui ne peuvent s'offrir le luxe des week-ends, parce que les animaux doivent être soignés chaque jour, sous le soleil, la pluie, la neige ou le gel. C'est la montagne de ceux qui fauchent des prés toujours plus escarpés, restaurent les murets en pierre sèche, entretiennent les alpages, nettoient les pâturages et affrontent quotidiennement les coûts de production, la bureaucratie, les prédateurs et les difficultés d'un métier qui exige d'immenses sacrifices pour des revenus souvent modestes. Tandis que certains atteignent confortablement les trois mille mètres assis dans une cabine panoramique, d'autres parcourent les mêmes pentes avec une charge de foin sur les épaules ou au volant d'un tracteur peinant sur des prairies impossibles. Voilà la différence fondamentale entre ceux qui consomment la montagne et ceux qui, chaque jour, continuent à la construire.
Nous oublions trop souvent que le paysage valdôtain n'est pas un simple cadeau de la nature. Cette beauté que des millions de touristes photographient chaque année est le fruit de siècles de travail humain. Les prés ne se fauchent pas tout seuls, les pâturages ne se maintiennent pas sans l'élevage, les sentiers ne restent pas praticables sans une présence humaine constante et les alpages ne continuent pas à vivre par magie. Derrière chaque panorama qui émerveille le regard se cachent des mains crevassées, des dos courbés, des journées qui commencent avant l'aube et s'achèvent lorsque le soleil a déjà disparu derrière les sommets. Sans ce travail silencieux, la forêt reconquerrait rapidement les espaces ouverts, les risques hydrogéologiques s'aggraveraient, des versants entiers changeraient de visage et cette carte postale que l'on aime tant vendre perdrait peu à peu son âme.
Pourtant, le débat politique régional semble s'être progressivement déséquilibré. Les ressources, l'énergie et les projets ne manquent jamais lorsqu'il est question de nouvelles remontées mécaniques, de nouvelles liaisons par téléphérique ou d'investissements destinés au tourisme de haute montagne. En revanche, il est beaucoup plus difficile de constater la même détermination lorsqu'il s'agit des problèmes des petites communes, du dépeuplement, du manque de services, des écoles menacées de fermeture, des dispensaires qui s'éloignent des citoyens, de l'insuffisance des transports publics ou des exploitations agricoles qui, année après année, cessent leur activité. C'est une politique qui finit par privilégier la montagne que l'on traverse au détriment de celle que l'on habite, oubliant que sans habitants aucune stratégie de développement ne pourra résister dans la durée.
C'est ici qu'apparaît une contradiction qui devrait profondément interpeller ceux qui gouvernent cette région. La Vallée d'Aoste bénéficie d'une autonomie spéciale précisément conçue pour permettre des choix différents de ceux du reste du pays, afin d'adapter les politiques aux particularités d'un territoire entièrement montagnard et de ses communautés. Pourtant, trop souvent, cette autonomie semble se réduire à la capacité de financer de grands projets sans affronter avec la même détermination les difficultés quotidiennes de ceux qui vivent dans les vallées latérales et les petites communes. Défendre la montagne ne signifie pas seulement construire des infrastructures modernes ; cela signifie garantir qu'un jeune couple puisse choisir de rester vivre dans un village sans renoncer aux services essentiels, qu'un éleveur puisse poursuivre son activité avec une perspective économique digne et qu'une école de montagne ne soit pas considérée comme une simple charge financière, mais comme un véritable rempart de civilisation et d'avenir.
Chaque maison qui ferme dans un village représente une défaite pour toute la Vallée d'Aoste. Chaque étable qui baisse définitivement son rideau appauvrit non seulement le secteur agricole, mais aussi le patrimoine culturel, environnemental et identitaire de notre région. Lorsqu'un campagnard abandonne la montagne, nous ne perdons pas seulement un producteur de lait ou de fromage ; nous perdons un gardien du territoire, une sentinelle contre l'abandon, une présence humaine capable de prévenir la dégradation du paysage et de transmettre un savoir forgé au fil des siècles dans la cohabitation avec un environnement aussi magnifique qu'exigeant. La montagne ne se sauvera pas à coups de slogans sur la durabilité, mais en garantissant un avenir à ceux qui la pratiquent au quotidien, souvent sans recevoir la reconnaissance qu'ils méritent.
La politique devrait avoir le courage de changer de perspective. Elle devrait comprendre que l'avenir de la Vallée d'Aoste ne se mesure pas seulement en kilomètres de pistes, en nouvelles remontées mécaniques ou en nombre de passages enregistrés par un téléphérique. Il se mesure surtout à la capacité de maintenir vivantes ses microcommunautés, d'empêcher que les villages ne s'éteignent les uns après les autres et de soutenir concrètement ceux qui continuent à élever, cultiver et habiter la montagne. Car un sommet peut être atteint en quelques minutes grâce à la technologie, mais une communauté qui disparaît ne pourra que difficilement être reconstruite.
La véritable richesse de la Vallée d'Aoste ne monte pas chaque matin dans un téléphérique. Elle chausse des bottes couvertes de boue, ouvre la porte de l'étable avant même l'aube, connaît le nom de chacun de ses animaux, observe le ciel pour comprendre comment le temps évoluera et continue, avec obstination, à accomplir ce qui permet depuis des générations à tous les autres d'admirer une montagne vivante. Si un jour ces hommes et ces femmes venaient à disparaître, ni de nouvelles remontées mécaniques, ni de nouvelles cabines, ni de nouvelles attractions ne suffiraient à redonner une âme à nos vallées. Il ne resterait qu'un paysage magnifique, certes, mais de plus en plus semblable à un décor de théâtre : beau à contempler, incapable de raconter une histoire. La montagne de la sueur, elle, continue d'écrire cette histoire chaque jour, dans le silence, avec des mains couvertes de terre et de foin. C'est devant cette montagne que la politique devrait enfin s'incliner, avant qu'il ne soit trop tard.