Ci sono notizie che non restano solo notizie. A volte aprono cassetti della memoria, fanno scattare immagini che credevamo archiviate. Così è successo leggendo dell’iniziativa di tre donne del quartiere Tzamberlet, ad Aosta: Pamela Fini, Romaine Pernettaz e Fernanda Carere. Tre persone che hanno deciso di unire tempo, energie e volontà per creare un Comitato di Quartiere, un luogo di ascolto e di iniziativa, un piccolo laboratorio di comunità.
E, mentre scorrevano le righe dell’articolo, è tornato alla mente un altro quartiere, un’altra Aosta: San Rocco, via Brocherel, le estati che sembravano più lunghe, più rumorose, più condivise. Quando, per la festa del patrono, in via Monte Emilius si montava il ballo al palchetto e, nella piazzetta, si issava il palo della cuccagna, con i ragazzini che guardavano in su come se quel palo fosse un pezzo di cielo da conquistare.
Erano anni in cui i quartieri non erano solo luoghi: erano tribù urbane, comunità spontanee.
C’era chi organizzava, chi cucinava, chi montava, chi smontava, chi portava sedie, chi portava vino. Non si parlava di volontariato, non si parlava di civismo: si faceva, e basta. Forse eravamo più poveri, ma eravamo più ricchi di tempo, disponibilità e ascolto. E, soprattutto, c’era meno paura dell’altro, meno diffidenza, meno razzismo quotidiano che oggi sembra filtrare ovunque, come una polvere sottile.
E poi c’erano le feste grandi, quelle che coinvolgevano paesi interi.
Chi non ricorda la Festa dei Salassi? Durava diversi giorni e coinvolgeva associazioni, gruppi storici, scuole, artigiani, bande musicali, figuranti e commercianti. Era una festa che non si guardava: si viveva.
Oggi, di quelle feste "di peso", rimane soprattutto Celtica, che continua a essere un evento magnetico, coinvolgente, capace di portare gente da tutta Europa. Ma il resto si è assottigliato, compresso da regole, permessi, vincoli e burocrazie che sembrano fatte apposta per scoraggiare chi vorrebbe semplicemente creare un po’ di vita.
E allora forse è per questo che la notizia delle tre donne di Tzamberlet colpisce. Perché sembra un ritorno. Un piccolo segnale che dice: si può ancora fare. Si può ancora partire dal basso, dal quartiere, dalla via, dal condominio.
Si può ancora costruire comunità senza aspettare che qualcuno "dall’alto" decida per noi.
Forse è così che dovrebbe ripartire la politica: non dai palchi, ma dai pianerottoli. Non dai programmi, ma dalle persone. Da tre donne che decidono di unirsi per migliorare il posto in cui vivono.
E chissà: magari il loro esempio si moltiplicherà.
Magari ogni quartiere tornerà ad avere un gruppo, un comitato, una voce. Magari torneremo a montare palchi, a issare pali della cuccagna, a fare feste che non hanno bisogno di sponsor, ma solo di mani.
Magari torneremo a guardarci negli occhi e a dirci: siamo qui, insieme.
Perché, alla fine, la comunità non è un concetto: è un gesto. E qualcuno, in via Tzamberlet, ha ricominciato a farlo.