Chez Nous - 01 luglio 2026, 08:00

I Marchesi della Petite Patrie

Puntata I – La Corte della Petite Patrie

«Dalle Cronache dimenticate del Ducato della Petite Patrie, manoscritto anonimo ritrovato nella Biblioteca inferiore del Palazzo dei Marchesi. L’autore, per prudenza, preferì non firmarsi: sosteneva che nel Ducato fosse più facile perdere la testa che conservare un’opinione.»

Nel Ducato della Petite Patrie, adagiato tra montagne troppo alte per essere ignorate e valli troppo strette per essere dimenticate, ogni cosa aveva un nome antico e una funzione moderna, spesso incompatibili tra loro.

Il popolo viveva di stagioni, i marchesi di riunioni.

Le stagioni cambiavano con una certa puntualità; le riunioni, invece, si moltiplicavano con la generosità delle nevi tardive.

La Corte si riuniva nel Palazzo dei Cinque Corridoi, così chiamato perché nessuno era mai del tutto sicuro di quale portasse davvero alla sala del potere. Alcuni sostenevano che il potere non fosse una stanza, ma un’eco che rimbalzava tra i corridoi stessi.

A capo del Ducato sedeva il Marchese della Rotonda, uomo di sorriso largo e promesse ancora più larghe. Non governava mai da solo: preferiva presiedere, verbo più elegante e meno impegnativo. Ogni decisione, diceva, era “in fase di maturazione”, come il vino buono o le responsabilità cattive.

Attorno a lui orbitavano altri signori.

Il Conte delle Promesse, che parlava sempre al futuro perché il presente lo trovava poco collaborativo.

Il Cavaliere dei Comunicati, che non parlava mai direttamente ma solo attraverso pergamene ufficiali, come se la realtà fosse una bozza da correggere.

Il Visconte del Rinvio, maestro assoluto dell’arte più raffinata della Corte: decidere di non decidere, ma con grande cortesia istituzionale.

E poi la Marchesa del Consenso, che aveva una virtù rara: riusciva sempre a essere d’accordo con chiunque avesse l’ultima parola.

Infine il Barone delle Nomine, che non dormiva mai profondamente, perché nei sogni gli venivano assegnati incarichi che al risveglio cercava di rendere reali.

Fuori dal Palazzo, il Ducato era un’altra storia.

Le strade conoscevano buche per nome, gli ospedali conoscevano attese per cognome, e i giovani conoscevano la geografia del partire meglio di quella del restare.

Eppure il popolo non si lamentava mai in modo eccessivamente teatrale. Aveva sviluppato una forma di rassegnazione elegante, quasi alpina, che si esprimeva con un’espressione tipica:

“Vedremo.”

Era una parola magica, “vedremo”, capace di contenere speranza e disincanto nello stesso respiro.

Quel giorno, nella Sala del Cristallo Opaco, si teneva una delle consuete assemblee straordinarie.

Straordinarie, perché avvenivano ogni settimana.

Il Marchese della Rotonda aprì i lavori con tono solenne:

“Il Ducato si trova davanti a sfide importanti.”

Nessuno ebbe il coraggio di chiedere quali, per non interrompere il ritmo istituzionale.

Il Conte delle Promesse prese la parola subito dopo:

“Abbiamo un piano.”

La frase fu accolta con un leggero brusio di ammirazione, come sempre accade quando qualcuno pronuncia la parola “piano” senza che esista ancora nulla di scritto.

Il Visconte del Rinvio intervenne con prudenza:

“Propongo di approfondire il piano prima di adottarlo o, eventualmente, di non adottarlo.”

La proposta fu giudicata equilibrata, quindi rimandata.

Il Cavaliere dei Comunicati prese appunti su una pergamena che avrebbe poi trasformato in una nota stampa, già pronta per spiegare che tutto era stato affrontato con “spirito costruttivo”.

Nel Ducato della Petite Patrie il tempo non scorreva: veniva gestito.

Ogni problema aveva una sua commissione, ogni commissione una sua sotto-commissione, e ogni sotto-commissione il diritto di esistere fino alla successiva legislatura.

Il Barone delle Nomine osservava tutto con soddisfazione silenziosa. Per lui, ogni discussione era già una pre-nomina in potenza.

La Marchesa del Consenso annuiva. Sempre. Con una precisione quasi metronomica.

E il Marchese della Rotonda concludeva:

“Non dobbiamo avere fretta. La fretta è nemica della buona amministrazione.”

Nessuno osò ricordare che alcune questioni erano rimaste “non affrettate” per decenni.

Quando la seduta terminò, i marchesi uscirono uno alla volta, come attori dopo uno spettacolo che il pubblico non aveva del tutto compreso ma applaudiva per educazione istituzionale.

Fuori, un vecchio cittadino guardò il Palazzo e disse al nipote:

“Ricordati, ragazzo: qui dentro si parla molto. Fuori si aspetta.”

Il nipote chiese:

“E cosa si aspetta?”

Il vecchio rispose senza esitazione:

“Che finisca l’attesa.”

Quella sera, nel Palazzo dei Cinque Corridoi, le luci rimasero accese più del solito.

Non perché si lavorasse.

Ma perché si rifletteva.

E nel Ducato della Petite Patrie, riflettere era da sempre considerata una forma nobile di azione.

piero.minuzzo@gmail.com