ATTUALITÀ - 30 giugno 2026, 12:00

La canapa valdostana e il grande imbroglio

La Valle d’Aosta conserva una tradizione secolare legata alla coltivazione e lavorazione della canapa, una filiera rurale autonoma e sostenibile che ha attraversato generazioni fino al Novecento. Il testo ricostruisce come questa cultura sia stata progressivamente cancellata non per motivi scientifici, ma attraverso dinamiche politiche e industriali internazionali che hanno portato alla criminalizzazione della Cannabis sativa

Ecomuseo (ph tratta dal sito ufficiale del turismo in Valle d'Aosta)

C’è una storia che la politica preferirebbe non rileggere, perché la smentisce. Una storia che non nasce nei palazzi, ma nelle stalle di larice, nei sentieri che salgono dal fondovalle, nelle mani delle donne che filavano la canapa mentre la neve chiudeva le valli.

È la storia della Valle d’Aosta, che per secoli ha coltivato, lavorato e trasformato la Cannabis sativa senza chiedere permesso a nessuno, finché qualcuno — lontano migliaia di chilometri — ha deciso che quella pianta doveva diventare un nemico pubblico. Non per ragioni scientifiche, ma per convenienza industriale. E qui sta il punto: la canapa valdostana non è una vittima collaterale, è la prova vivente che il proibizionismo è nato come una truffa.

Per capire la portata dell’inganno basta guardare come funzionava la filiera alpina. A Chambave, Arnad, Donnas, Issogne e Verrès la canapa cresceva dove doveva crescere: vicino all’acqua, nei terreni fertili della Dora Baltea. In autunno, le donne caricavano sulle spalle gomitoli e matasse e salivano verso Champorcher, passando dal Plan Fenêtre o dall’envers, perché lì, nella valle più meridionale, batteva il cuore del telaio valdostano. In primavera, la fibra tornava a valle trasformata in lenzuola, camicie, paramenti liturgici, pagliericci, corde, sacchi. Una filiera corta ante litteram, senza marketing, senza fondi europei, senza storytelling: solo lavoro, competenza e una cultura materiale che oggi farebbe impallidire qualsiasi assessorato all’artigianato.

La stalla era il laboratorio. L’umidità degli animali rendeva la fibra più docile, il telaio di larice scandiva le veillées invernali, i drap diventavano moneta di scambio, pegno, eredità. La canapa accompagnava la vita dalla nascita alla morte: avvolgeva i neonati, vestiva i contadini, riempiva i corredi nuziali, proteggeva il formaggio. Una pianta totale, una cultura totale. E quando la modernità ha provato a cancellarla, sono state ancora le donne a salvarla: nel 1989 la cooperativa Lou Dzeut ha rimesso in moto i telai, ridando voce a un sapere che non si era mai arreso.

Poi, all’improvviso, la canapa è diventata “pericolosa”. Non in Valle d’Aosta, ovviamente: lì nessuno aveva mai visto un contadino impazzire dopo aver filato una matassa.

La pericolosità è stata decisa negli Stati Uniti, negli uffici dove Andrew Mellon, DuPont e Hearst hanno orchestrato una campagna di disinformazione degna di un manuale di manipolazione. Harry J. Anslinger, nominato a capo del Federal Bureau of Narcotics, ha ribattezzato la canapa con un nome esotico — marijuana — per evocare paure razziali e costruire un nemico utile alle lobby del petrolio, della carta e dei farmaci sintetici.

Il Marijuana Tax Act del 1937 ha messo fine alla coltivazione negli USA, e il contagio normativo si è diffuso ovunque, Italia compresa. Tre quarti dei senatori americani che votarono la legge non sapevano nemmeno che marijuana e cannabis fossero la stessa pianta. Eppure quella ignoranza ha cancellato secoli di cultura alpina.

Ecco il paradosso: la fibra che aveva vestito generazioni di valdostani, che aveva permesso alle comunità di Champorcher di sopravvivere ai lunghi inverni, che era stata trasportata a spalla lungo i sentieri di montagna, è stata dichiarata pericolosa non per chi la usava, ma per chi la temeva. Pericolosa per il nylon, per il petrolio, per i farmaci sintetici.

Pericolosa per chi aveva interesse a sostituire una fibra naturale, resistente e sostenibile con prodotti industriali più redditizi. Non è stata la scienza a condannare la canapa: è stato il mercato.

Oggi, mentre il mondo riscopre la canapa industriale — fibra tessile, isolante edilizio, materiale automobilistico, alimento ricco di proteine, biocarburante — la politica arranca tra norme contraddittorie e diffidenze culturali che risalgono agli anni Trenta. E la Valle d’Aosta, con la sua memoria ostinata, diventa una cartina di tornasole: dimostra che il proibizionismo non è nato per proteggere la salute pubblica, ma per proteggere i profitti privati.

Entrare nell’Ecomuseo della Canapa di Champorcher, ascoltare il telaio, osservare le mani delle tessitrici che seguono i fili come facevano le loro madri e le loro nonne, non è nostalgia. È un atto politico. È la prova che la demonizzazione della canapa non è stata un errore: è stata una scelta. E quella scelta non è nata dalla saggezza, ma dalla viltà.

La canapa valdostana c’era prima dei petrolieri, prima dei magnati della carta, prima di Anslinger. Era nei campi di Chambave, nelle acque dell’Ayasse, nelle stalle di Champorcher, nei corredi delle spose, nelle camicie dei contadini, nei paramenti delle chiese alpine. E c’è ancora, nelle mani di chi ha scelto di non dimenticare.

E sì, mio caro assessore all’agricoltura, sarebbe davvero bello vederti inforcare carta e penna per scrivere al ministro che in Valle d’Aosta crediamo sia ora di smetterla di essere presi per i fondelli. Non sono dei gomitoli di canapa a drogare le persone, e sarebbe ora di aprire davvero gli occhi e tornare ad essere padroni della nostra terra, del lavoro e della libertà di scelta.

Attraverso il caso valdostano, emerge il paradosso di una pianta storicamente centrale per la vita alpina trasformata in simbolo di pericolo per interessi economici legati ai settori del petrolio, della carta e della chimica. Oggi la riscoperta della canapa industriale riapre il confronto tra memoria storica, sostenibilità e politiche agricole, mettendo in discussione le basi del proibizionismo del Novecento.

Vittore Lume-Rezoli