L’Europa vive da decenni come se la guerra fosse un fenomeno meteorologico: qualcosa che accade “altrove”, che si osserva da lontano e che si commenta con indignazione intermittente. Intanto, però, gli Stati Uniti bombardano l’Iran, Israele continua le sue operazioni militari in Libano, Cisgiordania e Gaza, e l’Iran — dopo le parole del premier olandese Rutte sugli aerei partiti da basi italiane — ha minacciato apertamente anche il nostro Paese. Tutto questo ci scivola addosso. Come se fossimo impermeabili. Come se la storia non avesse già dimostrato il contrario.
La domanda che dobbiamo porci è semplice: cosa accadrebbe se fossero “loro” a portare la guerra in casa nostra? Non con missili, ma con ciò che nella storia recente è stato lo strumento più efficace dei conflitti asimmetrici: terrorismo, sabotaggi, attacchi mirati alle infrastrutture civili.
Non è fantascienza. È storia europea recente: abbiamo già dimenticato il sabotaggio del Nord Stream.
Gli attentati che hanno segnato il continente — Madrid 2004, Londra 2005, Parigi 2015, Bruxelles 2016, Berlino 2016 — non sono nati dal nulla. Sono stati la risposta violenta, criminale e ingiustificabile (e va ribadito: parliamo di organizzazioni responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e di migliaia di vittime innocenti) a tre fattori principali:
• Interventismo occidentale nei Paesi arabi e musulmani: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. Ogni volta che Europa o USA hanno aperto un fronte, gruppi jihadisti hanno usato la narrativa della “difesa contro l’invasore” per reclutare e radicalizzare.
• Fallimento dell’integrazione nelle periferie urbane europee: quartieri lasciati al degrado, assenza di prospettive, marginalizzazione sociale. Un terreno fertile per la radicalizzazione.
• Effetto boomerang delle alleanze geopolitiche: molti gruppi estremisti sono nati o si sono rafforzati in contesti in cui l’Occidente ha giocato partite sporche, dall’Afghanistan degli anni ’80 alla Libia post-Gheddafi.
La storia insegna una regola semplice: se partecipi a un conflitto, prima o poi il conflitto ti raggiunge. E noi, piccola regione dentro uno Stato schierato apertamente, non siamo fuori da questa dinamica.
Oggi l’Italia partecipa — direttamente o indirettamente — a operazioni militari che riguardano Iran, Iraq, Siria e Libano. Le basi italiane ospitano velivoli americani. Le nostre navi pattugliano aree di tensione. Le nostre alleanze ci trascinano in dinamiche che non controlliamo.
Eppure continuiamo a comportarci come se fossimo neutrali, innocenti, invisibili.
Non lo siamo. La guerra la stiamo già pagando: basta guardare i prezzi.
Gli effetti economici della tensione con l’Iran sono già visibili: energia, trasporti, materie prime, filiere industriali. Ogni volta che un drone colpisce un deposito in Medio Oriente, il giorno dopo il prezzo del gas sale. Ogni volta che una petroliera viene sequestrata nello Stretto di Hormuz, il costo del carburante aumenta.
La guerra non è lontana. È nel carrello della spesa.
La domanda è scomoda ma inevitabile: se l’Iran, o gruppi alleati, colpissero l’Europa con sabotaggi o attacchi terroristici, come li definiremmo?
• Atti di legittima difesa, come spesso si tende a giustificare le operazioni militari israeliane?
• Oppure atti vergognosi di terrorismo?
La verità è che non si può stare con chi aggredisce e pensare di restarne fuori indenni.
Non si possono sostenere bombardamenti “chirurgici” e poi stupirsi se qualcuno colpisce infrastrutture sensibili.
Non si può partecipare a una guerra e pretendere che la guerra non riguardi chi la sostiene.
L’Europa vive dentro una bolla di sicurezza che non esiste più. Le minacce non arrivano solo con gli eserciti, ma con reti informali, cellule dormienti, attacchi cyber e sabotaggi industriali.
E quando un ministro israeliano dice che “forse l’America ha bisogno di un nuovo 11 settembre”, non è solo una provocazione: è un promemoria brutale di cosa succede quando la guerra la alimenti.
La domanda non è se la guerra arriverà in casa nostra. La domanda è quando smetteremo di fingere che non sia già qui.
Se ci illudiamo che le montagne attorno a noi ci rendano invulnerabili, stiamo sottovalutando la realtà. Pensare che una regione come la Valle d’Aosta sia automaticamente al riparo da scenari globali è un’illusione pericolosa.
E mentre anche da noi c’è chi soffia sul fuoco del razzismo, guardiamo la guerra in televisione con la speranza che qualcuno non decida che, prima o poi, dobbiamo pagare anche noi il prezzo delle scelte collettive.