Chez Nous - 26 giugno 2026, 08:00

Attentat contre notre monument

Attentato al nostro Monumento

C’è un monumento che in Italia non si vede in marmo, né si visita con la guida turistica, eppure sta in piedi da quasi ottant’anni e tiene insieme tutto quello che siamo: la Costituzione. Un monumento politico, civile, sociale, una struttura invisibile ma più concreta di molte opere pubbliche, perché lì dentro non ci sono solo articoli e commi ma libertà, diritti, limiti al potere, equilibrio tra lo Stato e le autonomie. E come tutti i monumenti veri non crolla solo con le bombe, ma si può erodere lentamente, con piccoli colpi quotidiani, a volte anche con atti di governo che, uno dopo l’altro, sembrano più interessati a piegare che a custodire. È qui che la parola “attentato” diventa scomoda ma necessaria, non come accusa gridata ma come lente per leggere un processo più sottile.

Nella cerimonia solenne a Montecitorio per gli 80 anni della prima seduta dell’Assemblea Costituente, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha riportato il Paese davanti allo specchio della sua origine democratica, con parole che non hanno bisogno di enfasi perché già di per sé pesano come pietre istituzionali. Ha ricordato, nella sostanza del suo intervento, che la Costituzione non è un documento del passato ma un patto vivo che impegna ogni generazione, e che la sua forza sta nell’equilibrio tra i poteri, nel rispetto delle istituzioni e nella tutela dei diritti di tutti, nessuno escluso. Il messaggio è passato con chiarezza: la Costituzione non è un oggetto da adattare alla convenienza del momento politico, ma un limite e insieme una guida, e quando il Capo dello Stato insiste sul concetto di equilibrio sta dicendo una cosa semplice e insieme radicale, cioè che senza equilibrio la democrazia smette di essere tale e diventa altro.

Il punto non è un singolo governo né una singola riforma, ma la direzione complessiva che si sta prendendo quando si interviene sull’architettura dei poteri, quando si riducono spazi di controllo, quando si accentra invece di distribuire, quando si semplifica il dissenso invece di ascoltarlo. Non siamo davanti a una rottura esplicita ma a una erosione progressiva, e le erosioni sono sempre più insidiose proprio perché non fanno rumore, non hanno l’effetto scenico dello strappo ma lavorano nel tempo, fino a rendere normale ciò che prima sarebbe sembrato uno squilibrio evidente. La Costituzione, nei sistemi democratici maturi, non viene quasi mai abolita: viene reinterpretata, adattata, piegata, e il rischio è che a forza di adattamenti perda la sua ossatura originaria senza che nessuno possa dire con precisione il momento esatto in cui è accaduto.

Dentro questo quadro il tema delle autonomie diventa un punto di osservazione decisivo, perché la Valle d’Aosta rappresenta uno dei casi più particolari dell’ordinamento repubblicano, non un privilegio ma una scelta costituzionale precisa, nata per garantire equilibrio a una realtà linguistica, culturale e geografica specifica. Eppure anche qui la tensione è evidente, tra autonomie riconosciute sulla carta e margini reali che si restringono, tra competenze formalmente garantite e accentramenti che si consolidano di fatto, fino a porre una domanda politica di fondo: se l’autonomia speciale resta tale solo nella definizione giuridica ma perde progressivamente sostanza, allora non siamo davanti a una semplice evoluzione amministrativa ma a un cambio di architettura dello Stato. E questo non è un dettaglio tecnico, ma un passaggio che incide direttamente sull’idea stessa di Repubblica come sistema di equilibri e non di gerarchie.

Il punto vero, alla fine, è che l’attentato al “monumento” non avviene mai in forma esplicita. Non arriva con gesti eclatanti ma con processi lenti, non con la demolizione ma con la sottrazione di significato, non con l’abbattimento ma con la progressiva normalizzazione dello squilibrio. Il richiamo di Mattarella va letto proprio in questa chiave, come avvertimento istituzionale prima ancora che politico: la Costituzione non è una cornice neutra ma un argine, e gli argini non servono quando il fiume è tranquillo ma quando la corrente si alza. E il rischio più grande non è che il monumento crolli, ma che resti in piedi mentre tutto attorno smette di riconoscerne la funzione.

Attentato al nostro Monumento

Il existe en Italie un monument que l’on ne visite pas, qui n’est pas fait de marbre et qui ne figure sur aucun circuit touristique, et pourtant il tient debout depuis près de quatre-vingts ans et structure tout l’édifice démocratique du pays : la Constitution. Un monument politique, civique et social, invisible mais infiniment plus concret que bien des infrastructures matérielles, puisqu’il contient les libertés, les droits fondamentaux, les limites du pouvoir et cet équilibre délicat entre l’État et les autonomies. Comme tout monument authentique, il ne disparaît pas dans un effondrement spectaculaire : il s’use. Lentement. Par micro-fractures. Par décisions successives qui, mises bout à bout, déplacent subtilement sa logique interne. C’est là que le mot “attentat” devient inconfortable mais utile, non comme une charge polémique, mais comme une grille de lecture d’un phénomène d’érosion institutionnelle.

Lors de la cérémonie solennelle à Montecitorio pour les 80 ans de la première séance de l’Assemblée constituante, le Président de la République Sergio Mattarella a replacé le pays devant son acte fondateur démocratique. Sans emphase excessive, mais avec la gravité institutionnelle qui le caractérise, il a rappelé que la Constitution n’est pas un texte figé dans l’histoire, mais un pacte vivant qui engage chaque génération. Sa force, a-t-il insisté, réside dans l’équilibre des pouvoirs, dans le respect des institutions et dans la protection des droits sans exception. Le message est limpide, presque austère dans sa formulation : la Constitution n’est pas une matière malléable au gré des majorités politiques, mais une limite structurante. Et lorsque le chef de l’État insiste sur l’équilibre, il rappelle une évidence que la vie politique tend parfois à oublier : sans équilibre, la démocratie cesse d’être une architecture stable et devient un système instable.

Le problème n’est pas un gouvernement en particulier, ni une réforme isolée. Il tient à une trajectoire plus diffuse, plus difficile à nommer, qui touche à la manière dont on modifie progressivement l’architecture des pouvoirs publics. Centralisation accrue, réduction des espaces de contrôle, marginalisation des contre-pouvoirs, simplification du conflit démocratique : autant de mouvements qui ne prennent jamais la forme d’une rupture frontale, mais celle d’un glissement continu. C’est précisément ce qui les rend efficaces et difficiles à contester. Les démocraties contemporaines ne suppriment presque jamais leurs constitutions ; elles les interprètent, les adaptent, les étirent. Et c’est dans cet étirement que le risque apparaît : celui d’une perte progressive de la structure d’origine, sans moment identifiable de bascule.

Dans ce cadre, la question des autonomies territoriales devient un révélateur particulièrement sensible. La Vallée d’Aoste incarne l’un de ces dispositifs singuliers de l’ordre constitutionnel italien : non pas une exception folklorique ou un privilège historique, mais une réponse juridique et politique à une réalité linguistique, culturelle et géographique spécifique. Pourtant, même dans ce champ censé être protégé, les tensions sont visibles : entre des compétences formellement garanties et des pratiques administratives de recentralisation, entre autonomie affirmée dans les textes et marges d’action qui s’amenuisent dans les faits. À partir de là, une question s’impose sans détour : lorsqu’une autonomie spéciale ne conserve que son statut nominal mais perd progressivement sa substance réelle, s’agit-il encore d’un équilibre constitutionnel, ou d’une reconfiguration silencieuse de l’État ?

C’est peut-être là que se situe le cœur du problème. L’atteinte à ce “monument” ne prend jamais la forme d’un geste spectaculaire. Elle avance par sédimentation, par petites corrections successives, par normalisation de déséquilibres qui, pris isolément, semblent techniques ou marginaux. Mais accumulés, ils déplacent le centre de gravité du système. L’intervention de Mattarella doit être lue dans cette perspective : non comme une prise de position conjoncturelle, mais comme un rappel de structure. La Constitution n’est pas un décor institutionnel, c’est un rempart. Et un rempart ne sert pas à protéger quand tout est calme, mais quand les forces de tension augmentent. Le danger n’est pas que le monument s’effondre. Le danger est qu’il continue de tenir debout alors même que son sens, lui, s’évide.

piero.minuzzo@gmail.com