ATTUALITÀ - 23 giugno 2026, 05:33

Monumento alla mucca da mungere (e al budget pubblico che non dorme mai)

A Crest sta prendendo forma qualcosa che, detta con delicatezza alpina, somiglia più a un esperimento di marketing spinto che a un’infrastruttura coerente con la montagna

"Barbotine", la mucca realizzata dallo scultore valdostano Giangiuseppe Barmasse a Le Grand-Bornand (ph. Marcello Dondynaz)

Si parla di un parco giochi “tematico”, finanziato anche con risorse pubbliche e targato Monterosa S.p.A., con scivoli giganti a forma di mucca, Fontina e bidoni del latte. Roba da 5-8 metri d’altezza e oltre un milione di euro di investimento.

Nel frattempo, qualcuno si chiede se siamo ancora nel perimetro della legge o già dentro una versione alpina di un luna park identitario.

E infatti il punto politico-amministrativo è proprio quello: cosa c’entra tutto questo con il perimetro della L.R. 6/2018, pensata per impianti funiviari e loro sviluppo tecnico?

Per il comitato “Ripartire dalle Cime Bianche”, la risposta è semplice: nulla.

L’opera è stata già ribattezzata da più parti come “monumento alla mucca da mungere”, ma il bersaglio vero non è l’animale bovino (che in Valle d’Aosta avrebbe anche il diritto di querelare qualcuno per uso improprio dell’immagine), bensì l’uso dei fondi pubblici.

E qui entra in scena Corte dei Conti, chiamata in causa con un esposto che mette in fila un dubbio molto semplice: si può finanziare un parco giochi con norme pensate per ammodernare impianti di risalita?

Lo scultore Barmasse

Per il comitato, la risposta è ancora più secca: no.

Il presidente del comitato, Marcello Dondeynaz, non usa giri di parole particolarmente edulcorati. E nel suo commento la linea è quella del sarcasmo controllato, che in Valle d’Aosta ormai è quasi una disciplina amministrativa.

“Qui non stiamo parlando di valorizzazione della montagna, ma di una trasformazione progressiva in un parco a tema permanente, dove la tradizione diventa scenografia e la normativa un dettaglio adattabile”, ha osservato. E ancora: “Se questa è l’interpretazione della legge sulle funivie, allora siamo pronti a tutto: domani potremmo finanziare una discoteca a forma di stalla purché abbia una vista panoramica sul trasporto a fune”. E la chiosa più politica: “Il rischio non è solo economico, ma culturale: la montagna smette di essere luogo vissuto e diventa prodotto confezionato”.

Il cantiere 

Nel dibattito entra anche il confronto con modelli più strutturati, come quello di Le Grand-Bornand, dove la cultura alpina non è ridotta a gadget ma diffusa nel territorio, integrata e meno “attrazionizzata”.

Il comitato cita anche esempi locali: Soussun, Frantze, Cunéaz, Résy, Mascognaz. Villaggi che non hanno bisogno di scivoli giganti per esistere, ma di accessibilità e manutenzione.

Nel dossier presentato alla magistratura contabile, la contestazione è tecnica ma con un sottotesto politico chiarissimo: la destinazione dei fondi.

Se una legge finanzia impianti funiviari, si può arrivare fino a un parco giochi? O si sta allargando la cornice fino a farci entrare qualsiasi cosa abbia un impatto turistico?

Qui la montagna non è solo territorio: è diventata una questione di interpretazione giuridica creativa.

Alla fine resta l’immagine più potente: una mucca gigante che scivola nel lessico della politica come simbolo involontario di un dubbio più grande.

Chi sta mungendo chi?

E soprattutto: la montagna sta crescendo… o solo cambiando scenografia?

je.fe.