CRONACA - 22 giugno 2026, 14:02

Tzambarlet, il parco dimenticato: educazione civica a parole, degrado nei fatti

Nel zona di Tzambarlet, il polo sportivo di Aosta, un’area verde nata per essere spazio di socialità e decoro urbano viene raccontata da una cittadina come una discarica a cielo aperto. Rifiuti ovunque, pochi controlli, assenza di servizi essenziali come i bagni pubblici. Un caso emblematico che riapre il tema dell’educazione civica, della manutenzione urbana e del ruolo – spesso assente – dei controlli sul territorio

Le foto di una lettrice

C’è un momento in cui le segnalazioni dei cittadini smettono di essere “sfoghi” e diventano diagnosi. Quella arrivata da Tzambarlet, ad Aosta, è esattamente questo: una fotografia senza filtri di un’area verde che avrebbe dovuto essere un biglietto da visita della città e che invece viene descritta come un accumulo di incuria, rifiuti e abbandono.

Cartacce, bottiglie, sporcizia diffusa. Non episodi isolati, ma una presenza costante che trasforma quello che dovrebbe essere un parco frequentabile in qualcosa che somiglia più a una discarica improvvisata. E già questo basterebbe per aprire una riflessione seria.

Ma il punto non è solo il comportamento – pur grave – di chi sporca senza alcun rispetto per il bene comune. Il punto è che tutto questo avviene in uno spazio pubblico, teoricamente controllato, gestito, curato. E invece la sensazione è quella di un vuoto: pochi controlli, scarsa presenza, manutenzione intermittente.

Il paradosso è sempre lo stesso: si parla molto di educazione civica, di senso della comunità, di rispetto degli spazi pubblici. Poi però, nella pratica, i luoghi vengono lasciati a sé stessi, come se la responsabilità fosse sempre “di qualcun altro”. Di chi sporca, certo. Ma anche di chi dovrebbe prevenire, vigilare, intervenire.

E qui entra in gioco un altro tema che ad Aosta torna ciclicamente: la gestione concreta degli spazi pubblici. Perché non basta inaugurare un’area verde per poter dire che un quartiere è riqualificato. Se poi mancano elementi basilari come la presenza di cestini sufficienti, una pulizia regolare e – dettaglio tutt’altro che secondario – servizi igienici, il risultato è prevedibile.

Un parco senza toilette non è solo un disagio: è un errore di progettazione urbana. Perché esclude di fatto alcune fasce di popolazione, rende meno vivibile lo spazio e contribuisce indirettamente al degrado.

Il caso di Tzambarlet non è isolato, ma emblematico. È il modello di una certa fragilità nella gestione del decoro urbano: si realizza lo spazio, ma non lo si accompagna con una strategia continua di presidio e cura.

E allora la domanda diventa inevitabile: quanto vale davvero l’educazione civica se lo spazio pubblico non viene difeso ogni giorno? Perché il rispetto non si invoca soltanto, si rende possibile. Con controlli, presenza, manutenzione e anche sanzioni quando serve.

Altrimenti resta solo una parola buona per i convegni, ma poco utile davanti a una bottiglia lasciata sull’erba o a un sacchetto abbandonato accanto a una panchina.

Tzambarlet oggi racconta questo: non solo il fallimento di qualche cittadino maleducato, ma il corto circuito tra decoro promesso e decoro reale. E finché questo squilibrio non verrà affrontato con serietà, continueremo a stupirci delle stesse identiche scene. Che però, a questo punto, non sono più sorprese: sono abitudini.

red