CRONACA - 21 giugno 2026, 21:16

Quando la lingua diventa preghiera

A Courmayeur si è rinnovata la celebrazione della Messa in francese con una partecipazione crescente di fedeli. Un momento religioso che assume anche un forte significato culturale e identitario: la difesa della lingua storica valdostana passa infatti anche dalle chiese, luoghi dove tradizione, memoria e comunità continuano a incontrarsi

Le foto sono di Rosetta

In un'epoca in cui tutto sembra uniformarsi, dove le identità locali rischiano di essere schiacciate dalla globalizzazione culturale e linguistica, esistono ancora piccoli segnali che raccontano una storia diversa. Segnali che parlano di radici, di appartenenza e di una comunità che non intende rinunciare a ciò che la rende unica.

È quanto accaduto domenica 21 giugno a Courmayeur, dove il gruppo della cantoria di Saint-Martin-de-Corléans "Messa in francese" ha partecipato alla celebrazione delle ore 11 nella chiesa parrocchiale del paese ai piedi del Monte Bianco. Una funzione presieduta da don Grzegorz Piotr Mrowczynski insieme all'Abbé Ferdinand Nindorera, vice parroco di Saint-Martin-de Corlans, e caratterizzata da una triplice valenza: religiosa, comunitaria e linguistica.

Non si è trattato semplicemente di una Messa. È stato un momento nel quale la fede si è intrecciata con la cultura e con la storia della Valle d'Aosta. La celebrazione bilingue ha infatti assunto un significato particolare proprio a Courmayeur, storica parrocchia di confine, luogo dove da secoli lingue, culture e tradizioni si incontrano e dialogano.

Per il secondo anno consecutivo la partecipazione dei fedeli è stata significativa, segno evidente che questa esperienza risponde a un bisogno reale e sentito. Tra i presenti anche il Presidente del Consiglio regionale, Stefano Agravi, la cui partecipazione ha voluto testimoniare l'importanza istituzionale di un'iniziativa che va oltre il semplice aspetto religioso.

La giornata si è conclusa con un pranzo conviviale che ha riunito i componenti della cantoria insieme ai celebranti, prolungando quel clima di fraternità e di comunità che rappresenta uno degli aspetti più preziosi di queste iniziative.

Ma forse il significato più profondo di questa esperienza va cercato altrove.

Da anni si discute del progressivo arretramento della lingua francese nella società valdostana. Le statistiche mostrano una conoscenza sempre più fragile, mentre nelle nuove generazioni si affermano altre priorità linguistiche. Eppure, nonostante tutto, esistono ancora spazi nei quali il francese continua a vivere non come obbligo amministrativo o materia scolastica, ma come lingua dell'anima, della memoria e della tradizione.

La Chiesa valdostana, che per secoli ha rappresentato uno dei principali luoghi di conservazione della lingua francese e del patrimonio culturale regionale, può ancora svolgere un ruolo importante in questo percorso. Non si tratta di nostalgia o di folclore. Si tratta di riconoscere che una lingua non sopravvive soltanto nei documenti ufficiali o nelle leggi, ma soprattutto quando viene utilizzata nella vita quotidiana delle persone, nei momenti che contano, nelle emozioni condivise, nella preghiera.

In questo senso la celebrazione di Courmayeur rappresenta un segnale incoraggiante. Dimostra che esiste ancora una comunità che considera il francese parte integrante della propria identità e che desidera trasmetterlo alle generazioni future.

In fondo, questa è la vera notizia. Mentre molti parlano di tutela delle minoranze linguistiche soltanto nei convegni o nelle dichiarazioni ufficiali, a Courmayeur quella tutela ha preso forma concreta attraverso una chiesa piena, dei canti, delle preghiere e delle persone che hanno scelto di vivere la propria fede anche nella lingua dei loro padri.

La Valle d'Aosta ha costruito la propria autonomia sul riconoscimento della sua specificità linguistica e culturale. Ogni occasione che permette a questa identità di esprimersi rappresenta quindi un patrimonio collettivo da custodire.

Perché una lingua che continua a essere parlata, cantata e pregata non è una lingua che sopravvive. È una lingua che vive.

E una comunità che continua a darle voce dimostra di essere ancora capace di respirare con la propria storia.

pi.mi.