ATTUALITÀ POLITICA - 21 giugno 2026, 12:00

Ci accontentiamo dell’elemosina anziché rivendicare i nostri diritti

C’è una galleria chiusa. Si chiama Sorreley, si chiama Signayes, e costringerà migliaia di valdostani a deviazioni, code e tempi morti rubati alle famiglie e al lavoro. È la prova plastica di vent’anni di manutenzione rimandata, di norme di sicurezza ignorate finché la realtà non ha presentato il conto. E qual è la risposta della politica regionale, di fronte a questo fallimento collettivo? Chiedere uno sconto. Lega, Fratelli d’Italia, Renaissance: tutti con la stessa identica idea. Bussare alla porta della SAV e chiedere uno sconto sul pedaggio autostradale come parziale risarcimento del disagio.

IA

Premetto una cosa semplice: quando un partito (anche uno con cui non condivido la linea politica) fa qualcosa che aiuta i cittadini a riconoscere e ottenere un loro diritto, io lo sostengo senza esitazioni. I diritti vengono prima delle bandiere. Diciamolo con chiarezza, perché altrimenti il dato si perde nella nebbia delle dichiarazioni di rito: la SAV ha incassato 70,1 milioni di euro di pedaggi netti nel 2023 e 69,3 milioni nel 2024. Il tratto Pont-Saint-Martin–Aosta è stato costruito tra il 1967 e il 1970, con un costo che, attualizzato, si stima tra i 200 e i 300 milioni di euro complessivi. Con ricavi medi anche solo di 40 milioni l’anno, in trent’anni quell’opera ha incassato oltre 1,2 miliardi. Un’infrastruttura pagata e ripagata, e ripagata ancora, e ancora. Eppure i pedaggi non scendono. Anzi, salgono ogni anno con l’inflazione.

Ma è qui, cari politici, che nasce la mia incazzatura. Avete lasciato passare vent’anni senza fare nulla, pur sapendo benissimo come le gallerie non fossero più a norma e dovessero essere adeguate. E adesso? Adesso vi presentate dalla SAV con il cappello in mano a chiedere l’elemosina? Ma davvero? Io da voi mi sarei aspettato altro. Mi sarei aspettato che, davanti a una concessione che rende milioni all’anno e che tra sei anni dovrà essere ridiscussa perché in scadenza, voi non andaste a chiedere, ma a pretendere. Pretendere perché siete stati eletti per tutelare i nostri interessi, non per fare i questuanti. Pretendere perché chi amministra un territorio non si inginocchia: negozia, impone, difende.

E invece eccoci qui, a pagare l’ennesimo conto dell’incapacità altrui. E qui arriva il punto: mancano poco più di sei anni. Sei anni nei quali si deciderà se la Valle d’Aosta continuerà a pagare un pedaggio-canone a vita su un’infrastruttura ammortizzata da decenni oppure se, finalmente, qualcuno avrà la spina dorsale di rimettere in discussione l’intero sistema concessorio. La stessa SAV, nell’ultimo bilancio, ha proposto di allungare ulteriormente la concessione come alternativa agli aumenti tariffari bloccati. Tradotto: non abbassiamo i pedaggi su un’opera vecchia, ma ci teniamo il diritto di incassarli più a lungo. Ed è esattamente questo il momento in cui la politica dovrebbe alzare la voce. Invece chiede lo sconto.

Lo sconto è l’anestetico perfetto. Costa poco a chi lo concede — qualche punto percentuale, un gesto buono per il titolo di giornale — e fa sembrare che qualcosa si stia muovendo, senza toccare di un millimetro l’architettura della rendita. È la stessa identica logica con cui, per vent’anni, si è scelto di non affrontare la messa a norma delle gallerie: rimandare, tamponare, accontentarsi del minimo indispensabile per non far esplodere la protesta. Oggi quella logica ha chiuso Sorreley e Signayes. Domani, se non si cambia approccio, lascerà che nel 2032 le concessioni vengano rinnovate come sempre, magari agli stessi soggetti, con un nuovo piano economico-finanziario che azzera il conto e fa ripartire da zero l’orologio della rendita, esattamente come è già successo in passato.

I cittadini valdostani non hanno scelta: l’autostrada non è un capriccio, è l’unica via davvero praticabile attraverso una delle valli più strette e pericolose d’inverno d’Europa. Non possono semplicemente decidere di non prenderla. Ed è proprio per questo che chi siede in Consiglio regionale ha il dovere — non la facoltà, il dovere — di trattare la scadenza del 2032 come la partita della vita politica di questa regione, non come uno sfondo sul quale inscenare richieste di sconto buone soltanto per un comunicato stampa.

Perché diciamoci la verità fino in fondo: chi chiede l’elemosina a una multinazionale che fattura decine di milioni di euro l’anno sulla pelle dei pendolari, invece di preparare per tempo la battaglia sulle concessioni, non sta difendendo i valdostani. Sta soltanto evitando di scontentare chi, fra sei anni, dovrà rinegoziare un contratto miliardario. Sta scegliendo la poltrona, non i cittadini. E quando arriverà il 2032, se nel frattempo nessuno avrà fatto i compiti, sarà troppo tardi per chiedere uno sconto: ci sarà soltanto da firmare, ancora una volta, l’ennesimo assegno in bianco.

La dignità di un popolo si misura anche da questo: dalla capacità di pretendere ciò che gli spetta, senza accontentarsi delle briciole concesse da chi esercita un potere economico o politico. È una lezione che dovremmo ricordare più spesso, anche guardando oltre i nostri confini.

Cari valdostani, è ora di dire basta a una classe politica incollata alle poltrone e troppo spesso impegnata a tutelare se stessa più che la comunità. E mi spiace dirlo, ma sul piano della dignità politica ne sta dimostrando molta di più il popolo albanese, che almeno lotta per non svendere la propria.

Vittore Lume-Rezoli