ATTUALITÀ POLITICA - 19 giugno 2026, 12:00

Correva l'anno del Signore 2024

Un’analisi critica della chiusura del raccordo A5-SS27 e delle gallerie di Sorreley e Signayes, alla luce della normativa europea sulla sicurezza dei tunnel del 2004. Il testo denuncia vent’anni di mancata programmazione da parte delle istituzioni e della concessionaria, evidenziando come l’assenza di interventi tempestivi abbia trasformato un problema prevedibile in una crisi infrastrutturale con gravi ripercussioni su traffico, economia e cittadini. Una riflessione severa sulla responsabilità politica e sulla gestione delle infrastrutture pubbliche in Valle d’Aosta

L’Europa, ancora scossa dal ricordo del rogo del Monte Bianco del 1999 — 39 morti carbonizzati in un tunnel — decideva di mettere mano alla sicurezza delle gallerie stradali di tutto il continente.

Nasceva così la Direttiva 2004/54/CE, recepita in Italia due anni dopo con il Decreto Legislativo n. 264 del 2006. Un testo chiaro, inequivocabile: tutte le gallerie della rete stradale transeuropea con lunghezza superiore ai 500 metri dovevano essere adeguate. Ventilazione, illuminazione, vie di fuga, sistemi antincendio, comunicazioni di emergenza. Standard minimi. Non optional, non consigli: obblighi di legge.

Alcuni di voi, cari lettori, in quell’anno non erano ancora nati. Eppure la legge era già lì, scritta nero su bianco, che aspettava qualcuno disposto a leggerla.

Le gallerie Côte de Sorreley e Signayes — quasi sette chilometri complessivi, cuore del raccordo A5-SS27 del Gran San Bernardo, arteria strategica per la Valle d’Aosta e porta sulla Svizzera — rientravano perfettamente nel campo d’applicazione di quella norma. Lo sapeva SAV, la società concessionaria. Lo sapevano i tecnici. Lo sapevano, o avrebbero dovuto sapere, i rappresentanti politici seduti nei consigli di amministrazione e nelle aule del Consiglio regionale.

Sono passati vent’anni.

Il risultato? Dal 15 giugno 2026 il raccordo è chiuso. Chiuso per almeno dodici mesi, forse fino a giugno 2027. Quaranta milioni di euro di lavori, cantiere h24 sette giorni su sette, e migliaia di valdostani che ogni mattina si ritrovano incolonnati alla rotonda dell’Ospedale, a fare i conti con tempi di percorrenza dilatati e il traffico pesante che attraversa via Roma come se Aosta fosse una bretella autostradale.

Fermatevi un momento in quella coda. Tirate fuori il telefono. Aprite la calcolatrice.

Vent’anni fa, se qualcuno avesse preso quella circolare e avesse cominciato a programmare gli interventi con metodo e anticipo, oggi staremmo parlando di qualche settimana di disagio all’anno — diciotto giorni di chiusura programmata per stagione, cantieri mirati, disagi limitati e prevedibili — invece di un anno intero di paralisi. Un semplice calcolo matematico. La matematica, a differenza della politica, non mente.

Ma così non è andata. E allora ci si trova a scoprire il problema il 14 aprile 2026, come ha ammesso lo stesso presidente Renzo Testolin in risposta a un’interrogazione del consigliere Marco Carrel. Il 14 aprile. Con i lavori fissati per l’11 giugno. Meno di due mesi per gestire una crisi infrastrutturale che covava da vent’anni.

Quello che è seguito è stato, per usare una parola gentile, uno spettacolo penoso: un teatrino degno della peggior politica. Il Consiglio regionale convocato d’urgenza. Le sedute secretate tra politica e SAV. Le soluzioni “fantasiose” messe sul tavolo. La risoluzione approvata con 31 voti a favore per chiedere la “sospensione immediata” dei lavori — lavori che SAV e un perito terzo indipendente avevano già dichiarato non procrastinabili.

L’assemblea straordinaria dei soci. Il risultato finale? Una riduzione del 25% sui tempi. Briciole.

Nel frattempo, i politici che oggi strillano allo scandalo sono gli stessi che per anni hanno seduto in commissioni, approvato bilanci, firmato atti. La domanda che la gente in coda si pone — e che nessun comunicato stampa riesce a soffocare — è semplice: dov’erano?

Le gallerie di Sorreley e Signayes non sono una tragedia imprevedibile. Sono il risultato prevedibile, inevitabile, quasi geometrico di vent’anni di gestione del problema con la filosofia del “se ne occuperà qualcun altro”.

La norma europea esiste dal 2004. Il decreto italiano dal 2006. I tunnel erano lì, nel mezzo della Valle, a fare il loro lavoro ogni giorno sotto gli occhi di tutti.

Ciò che manca non è mai stata la legge. È mancata la volontà politica e gestionale di affrontare per tempo, con intelligenza e programmazione, quello che tutti sapevano sarebbe prima o poi diventato urgente. E quando le cose urgenti non vengono affrontate, diventano emergenze. E le emergenze costano. Costano in denaro — 40 milioni di euro — in tempo — un anno di chiusura — e in fiducia. Quella dei cittadini verso chi li governa.

La prossima volta che siete in coda alla rotonda dell’Ospedale, guardate l’orologio. Quel tempo perso ha un nome: si chiama classe dirigente che non ha fatto il suo lavoro.

Il calcolo è presto fatto: vent’anni di normativa ignorata equivalgono a un anno di caos. Non è fatalità. È una scelta.

Vittore Lume-Rezoli