ATTUALITÀ - 18 giugno 2026, 12:00

Colonie: l’estate in cui eravamo tutti uguali

E la politica non aveva ancora deciso che i bambini sono un affare privato

IA

C’era un tempo in cui l’estate non era un problema da risolvere, ma un treno da prendere. Alla stazione si piangeva, sì: qualcuno per paura, qualcuno perché era mammone, qualcuno perché non aveva mai dormito fuori casa. I genitori ci salutavano con un sorriso tirato e un sospiro di sollievo: la colonia era un pezzo di welfare vero, non uno slogan.

Partivamo per Cervia, Cavi di Lavagna, Cogne, Valtournenche. Mare o montagna, non importava: importava che tutti ci andavano. Il figlio dell’operaio, quello dell’impiegato regionale, quello della famiglia che faticava ad arrivare a fine mese. Le aziende pagavano una parte, i comuni un’altra, la Regione metteva il resto. Era semplice, funzionava, e soprattutto non divideva.

Eravamo bambini senza smartphone, senza ansie da performance, senza genitori che controllavano la geolocalizzazione. Avevamo invece:

  • il bagno sorvegliato dalle assistenti,
  • le camerate rumorose,
  • le gite in montagna,
  • lettere scritte a mano,
  • la libertà di annoiarci, litigare, fare pace, crescere.

La colonia era una piccola repubblica educativa: si imparava a rifare il letto, a rispettare i turni, a convivere. Era un servizio pubblico che costruiva cittadini, non clienti.

Poi è arrivata la grande evaporazione del welfare. Non c’è stato un crollo, non un decreto, non un annuncio. È stato un lento stillicidio, una goccia dopo l’altra:

  • le colonie aziendali chiuse,
  • quelle comunali ridimensionate,
  • quelle regionali finite nel limbo delle competenze,
  • le strutture vendute o lasciate marcire,
  • i contributi tagliati “perché non ci sono risorse”,
  • i costi esplosi “perché ci sono nuove norme”.

E così, mentre la politica si riempiva la bocca di “famiglia”, “giovani”, “territorio”, le famiglie venivano lasciate sole. Oggi mandare un figlio un mese in colonia costa quanto una vacanza all’estero. Per molti è semplicemente impossibile.

La verità è che non è cambiata la società: è cambiata la politica. Ha smesso di considerare l’infanzia un bene comune e l’ha trasformata in un problema privato. Se puoi permettertelo, bene. Se no, arrangiati.

Eppure noi siamo cresciuti così, senza traumi. Siamo cresciuti:

  • senza smartphone,
  • senza psicodrammi,
  • senza genitori elicottero,
    ma con la libertà di correre, esplorare, sbagliare.

La colonia ci ha insegnato più della metà dei progetti educativi di oggi: autonomia, convivenza, rispetto, comunità.

E tutto questo non dipendeva dal reddito dei genitori. Era un diritto, non un lusso.

Vittore Lume-Rezoli