CRONACA - 17 giugno 2026, 08:00

Doues, il cuore delle microcomunità che tiene insieme la valle

Il Circolo Valdostano della Stampa ha trasformato un incontro conviviale in un racconto vivo di territorio: arte, frazioni, comunità e memoria collettiva. Una sessantina di partecipanti tra amministratori, artisti e cittadini hanno attraversato il paese scoprendo il ruolo centrale della microcomunità e il valore di una socialità che unisce anziani, bambini e istituzioni

A Doues,  una delle terrazze più luminose della Valpelline, il Circolo Valdostano della Stampa ha costruito qualcosa che va oltre l’evento: un piccolo viaggio dentro un’idea di comunità che resiste proprio perché è “minima” solo sulla carta, ma fortissima nella sostanza. Il paese, cioè Doues, si è mostrato nella sua forma più autentica: un grappolo di 31 frazioni, una geografia umana più che amministrativa, dove il centro non è una piazza unica ma un sistema di presidi vitali – scuola, comune, chiesa e soprattutto microcomunità.

A guidare il senso dell’iniziativa è stata ancora una volta la presidente del Circolo, Mariagrazia Vacchina, che ha dato all’incontro una lettura chiara: non turismo da cartolina, ma immersione nelle comunità reali. Il percorso ha avuto tre tappe simboliche. Il laboratorio artistico di Guido Diemoz alla Maison du Bon Megnadzo, dove il legno diventa memoria viva. Poi la chiesa parrocchiale di San Biagio e il suo punto panoramico, e infine la convivialità alla struttura di Condemine, quasi a chiudere un cerchio tra cultura e socialità.

Alla fine, il conto è semplice ma significativo: circa sessanta partecipanti, tra cui amministratori, rappresentanti istituzionali e mondo associativo. A partire dal sindaco di Doues Giorgio Abram con l’assessora alla cultura Flavia Abram, il custode Lanzette e i coscritti Vilma Abram. Presente anche il parroco Fra Marcello Lanzini, il deputato ed ex sindaco Franco Manes, oltre a Cristina De La Pierre, l’artista Guido Diemoz con l’ex sindaco Eugenio Isabel, e ancora Riccardo Jacquemod, presidente della cooperativa La Sorgente, con la segretaria generale Grazia Savoia. 

Ma il cuore dell’incontro è arrivato proprio dalle parole di Vacchina, che ha restituito il senso profondo della giornata con un tono insieme affettuoso e politico. Ha parlato di una comunità “unita anche nella nostalgia per chi non è potuto venire”, sottolineando però che “siamo sempre tutti insieme nel bene che cerchiamo di fare”. 

Poi il passaggio più netto, quasi programmatico: la microcomunità come centro del paese. “Quando un paese non rispetta gli anziani vuol dire che non è civile”, ha detto, raccontando Doues come un caso quasi esemplare dove la vita quotidiana ruota attorno alla presenza degli anziani, alla loro mobilità dentro gli spazi pubblici, alla loro integrazione piena nella vita comunitaria. 

E accanto agli anziani, i bambini della pluriclasse, che Vacchina ha definito “fiore all’occhiello”, ricordando come la convivenza tra generazioni sia il vero patrimonio del paese: le feste nella microcomunità, gli scambi quotidiani, la saggezza che passa nei gesti lenti e nella vicinanza. 

È qui che Doues smette di essere un luogo e diventa un modello implicito: anziani e bambini nello stesso spazio sociale, non separati ma intrecciati. Una rarità sempre più preziosa. 

Nel suo intervento, Vacchina ha anche richiamato un limite strutturale del territorio: la scarsità di strutture turistiche adeguate, pur in presenza di un patrimonio diffuso di case e accoglienza, sottolineando però come proprio questa essenzialità preservi l’identità del luogo. 

Il senso finale della giornata è tutto lì: la microcomunità non come servizio, ma come infrastruttura sociale e culturale. Un’idea di Valle d’Aosta che non si racconta da sola, ma che si costruisce ogni giorno nei villaggi, nelle relazioni e nei piccoli presidi che tengono insieme la vita.

E forse è questo il messaggio più forte uscito da Doues: non serve ingrandire per contare di più. A volte basta restare piccoli, ma ben connessi.

E proprio questa connessione, fatta di relazioni più che di infrastrutture, è ciò che il Circolo Valdostano della Stampa ha voluto mettere al centro dell’esperienza a Doues. Non una semplice visita, ma un attraversamento consapevole di un territorio che non si lascia ridurre a scenario, perché vive di equilibri delicati e quotidiani.

In questo senso, l’iniziativa ha avuto anche un valore quasi pedagogico: mostrare come una comunità possa reggersi su pochi pilastri ma solidi, dove la prossimità tra le persone diventa la vera forma di welfare diffuso. La microcomunità, la scuola, il municipio, la parrocchia: non come istituzioni separate, ma come un unico organismo sociale che respira insieme. 

Un'opera di Guido Diemoz

È qui che il messaggio emerso durante la giornata si fa più chiaro: la “periferia” non è marginalità, ma spesso è laboratorio di coesione. E Doues, con la sua struttura dispersa ma coesa, lo dimostra senza bisogno di retorica.

Il lavoro del Circolo, guidato da Mariagrazia Vacchina, si inserisce proprio in questa lettura: riportare il giornalismo dentro i luoghi, farlo camminare nei villaggi, farlo sedere ai tavoli delle comunità reali, accanto alle persone che quei luoghi li abitano davvero.

E così, tra un laboratorio artistico, una chiesa affacciata sulla valle e un pranzo condiviso alla struttura di Condemine, Doues ha finito per raccontare molto più di sé stessa: ha raccontato un’idea di Valle d’Aosta in cui la dimensione umana resta ancora la misura principale delle cose.

Una sessantina di persone, amministratori, rappresentanti istituzionali, mondo culturale e associativo, hanno dato corpo a questa narrazione concreta: dal sindaco di Doues Giorgio Abram, con l’assessora Flavia Abram, al parroco Fra Marcello Lanzini, fino al deputato Franco Manes, passando per artisti, operatori culturali e rappresentanti del mondo cooperativo come Riccardo Jacquemod e Grazia Savoia.

Un intreccio di presenze che non è solo protocollo, ma fotografia reale di una comunità allargata, dove istituzioni e vita quotidiana si sovrappongono senza distanze rigide.

Alla fine resta un’impressione semplice ma forte: Doues non si è mostrata, si è raccontata da sola. E lo ha fatto attraverso le sue persone, i suoi spazi e quella microcomunità che, come ha ricordato Vacchina, non è un servizio tra gli altri, ma il cuore stesso di un paese che vuole continuare a essere tale.

E forse, proprio da qui, passa la lezione più concreta dell’intera giornata: la forza di un territorio non si misura in numeri, ma nella capacità di tenere insieme le sue piccole parti. Come Doues che si prende cura delle proprie radici.

pi.mi.