CULTURA - 13 giugno 2026, 12:40

Giustizia e informazione, le linee guida che dividono: “Così si riduce il giornalismo a un copia e incolla”

Le nuove indicazioni del CSM sulla comunicazione degli uffici giudiziari riaprono il dibattito tra diritto alla riservatezza e diritto dei cittadini a essere informati. Il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli critica un impianto definito “anacronistico”, che rischia di comprimere il lavoro giornalistico e impoverire la qualità dell’informazione pubblica

C’è una considerazione di fondo che va messa subito sul tavolo, l’informazione giudiziaria non è un tema per addetti ai lavori, ma un pezzo essenziale del rapporto tra cittadini e giustizia. Quando si interviene su questo equilibrio, si sta inevitabilmente intervenendo anche sul diritto collettivo a capire cosa accade nelle aule giudiziarie e negli uffici che amministrano la giurisdizione.

Le nuove linee guida del CSM sulla comunicazione istituzionale degli uffici giudiziari hanno riaperto una discussione che, a giudizio di molti operatori dell’informazione, rischia di andare nella direzione opposta rispetto all’evoluzione del sistema mediatico contemporaneo.

Il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Carlo Bartoli, non usa mezzi termini nel definire l’impianto delle nuove indicazioni: «Le nuove linee guida del CSM sulla comunicazione istituzionale degli uffici giudiziari sono decisamente anacronistiche e fuori dal tempo».

Il punto critico, secondo Bartoli, è duplice. Da un lato si introducono limiti alla possibilità per i giornalisti di accedere in modo diretto e articolato alle informazioni; dall’altro si privilegia lo strumento del comunicato stampa rispetto alle conferenze stampa, che consentono invece un confronto più completo e trasparente tra chi produce l’informazione istituzionale e chi la deve raccontare.

Sempre Bartoli evidenzia un rischio concreto: «Si pongono limiti alle informazioni ai giornalisti che fanno informazione professionale, si predilige l’uso del comunicato stampa a scapito delle conferenze stampa, con il rischio di non garantire una informazione completa e adeguata su fatti di interesse pubblico».

Qui il nodo non è solo tecnico, ma culturale. In un contesto in cui la comunicazione pubblica tende sempre più a diventare filtrata, sintetizzata e unidirezionale, il giornalismo rischia di essere ridotto a una funzione passiva di rilancio. E Bartoli lo dice in modo ancora più netto quando entra nel merito della deriva del “copia e incolla”: «Il giornalismo non può essere ridotto a un mortificante “copia e incolla”».

Questa affermazione va letta non come una difesa corporativa della categoria, ma come una questione di qualità democratica dell’informazione. Se il lavoro del giornalista si riduce alla riproduzione di testi istituzionali senza possibilità di approfondimento, verifica, contestualizzazione e domanda, si perde uno dei presidi fondamentali del controllo pubblico.

Il presidente dell’Ordine chiude infatti riportando tutto al punto centrale: «Non è un problema dei giornalisti, riguarda il diritto dei cittadini a sapere quello che accade».

Ed è qui che la questione diventa davvero strutturale.

Per chi fa informazione, queste linee guida impongono una riflessione professionale seria: come garantire completezza, accuratezza e indipendenza in un sistema che tende a standardizzare e restringere le fonti dirette? Come evitare che la comunicazione giudiziaria diventi una narrazione unica, filtrata e difficilmente verificabile?

Dal punto di vista della formazione giornalistica, il rischio più evidente è quello di una progressiva perdita di competenze investigative di base: la capacità di leggere un atto, interpretare una fonte, distinguere tra comunicazione istituzionale e contenuto verificato autonomamente.

E qui una considerazione personale: l’equilibrio tra trasparenza e riservatezza è delicatissimo, ma ogni volta che si sposta troppo il baricentro verso la comunicazione controllata dall’istituzione, si indebolisce inevitabilmente la funzione di controllo del giornalismo. E quando il giornalismo perde capacità di controllo, a perderci non è la categoria, ma il cittadino che non riceve più informazioni complete, contestualizzate e verificabili.

Il punto non è semplificare o rallentare la comunicazione della giustizia. Il punto è evitare che la semplificazione diventi riduzione del pluralismo informativo.

pi.mi.