ATTUALITÀ ECONOMIA - 06 giugno 2026, 12:00

Valle d’Aosta, svegliati

Quaranta giorni di scandali, milioni di euro bruciati, una comunità che tace. Fino a quando?

Immagine generata con intelligenza artificiale

C’è qualcosa di profondamente malato nella nostra piccola regione, e non sono gli scandali in sé. È l’abitudine agli scandali. È il fatto che ormai li leggiamo a colazione, scuotiamo la testa e andiamo avanti con la nostra giornata come se nulla fosse. Come se fosse normale. Come se fosse inevitabile. E forse è proprio questo il danno più grave: non i soldi rubati, non le poltrone tenute con le unghie, ma la rassegnazione silenziosa di un’intera comunità.

In meno di quaranta giorni abbiamo assistito a uno spettacolo che avrebbe dovuto far scendere la gente in piazza. Il presidente Testolin e l’assessore si sono aggrappati alle loro poltrone con una determinazione che ha dell’incredibile, allontanando persino chi, nell’Union Valdôtaine, credeva ancora nella buona fede dei propri rappresentanti.

Poi è arrivata la storia dell’aeroporto: un progetto lievitato da 7 a 11 milioni di euro, quasi il sessanta per cento in più, senza che nessuno battesse ciglio. Poi l’ospedale, con la Corte dei Conti che indaga su spese opache in una telenovela infinita che ricorda le peggiori pagine della politica nazionale: opere che diventano grandi voragini nei conti pubblici. E poi lo scandalo del Casinò, con la sua ombra di riciclaggio e denaro sporco, una storia che trascina con sé anni di connivenze e silenzi.

Ma c’è un capitolo che più di altri racconta il fallimento strutturale di questa classe dirigente, e ha il sapore amaro di qualcosa di perduto per sempre: la ferrovia Aosta–Pré-Saint-Didier. Quella linea esiste ancora, tecnicamente. I binari ci sono, le stazioni pure. Eppure è ferma, abbandonata, ridotta a un’archeologia industriale in mezzo alle montagne.

Da anni si parla di riattivarla, di renderla un asse strategico per il turismo e per i pendolari, di alleggerire la pressione del traffico sulla statale. Da anni si organizzano convegni, si redigono studi di fattibilità, si nominano commissioni. I treni, però, non passano. I soldi per farli passare evidentemente non si trovano mai — gli stessi soldi che invece si trovano sempre, puntualmente, per far lievitare appalti e riempire consulenze.

Quella ferrovia immobile è la metafora perfetta di questa Valle: un territorio che ha tutte le risorse per andare avanti, ma è bloccato da chi dovrebbe farla correre.

Quaranta giorni. Non quarant’anni. Quaranta giorni. Ma tranquilli: sicuramente si tratterà di casi isolati. Sicuramente la prossima giunta sarà quella giusta. Sicuramente il prossimo assessore avrà a cuore il bene pubblico più della propria poltrona. Lo diciamo da trent’anni, e ogni volta ci crediamo un po’ meno, ma tant’è: l’ottimismo è una virtù.

Nel frattempo, i conti pubblici ringraziano — nel senso che piangono — e i cittadini aspettano, pazienti come santi, che qualcosa cambi dall’alto.

E gli altri? Dov’è la società civile in tutto questo? I sindacati — quelli che dovrebbero essere il baluardo dei lavoratori, la voce di chi non ha voce — sembrano colpiti da una misteriosa forma di paralisi selettiva: capaci di proclamare scioperi per contratti nazionali lontani mille chilometri, incapaci di alzare un dito davanti agli sprechi che avvengono sotto casa loro.

Le associazioni di categoria, quelle che siedono ai tavoli istituzionali e rilasciano comunicati stampa impeccabili, tacciono con una coerenza ammirevole. Forse è semplicemente che, dopo anni a nuotare in queste acque, si è imparato a non fare onde. Qualunque sia il motivo, il risultato è lo stesso: silenzio. Un silenzio che vale quanto un’approvazione.

Il cittadino, alla fine, è solo. Abbandonato a se stesso. Da una parte una politica che nel novanta per cento dei casi pensa prima a conservare il proprio potere e poi, se avanza tempo ed energia, al bene comune. Dall’altra una rete di corpi intermedi — sindacati, associazioni, ordini professionali — che dovrebbero fare da ammortizzatore, da cane da guardia, da coscienza critica, e che invece si sono trasformati in comparse silenziose di un teatro già scritto.

Il cittadino legge, si indigna per cinque minuti, e poi torna alla sua vita. Perché protestare stanca, perché non si vede a cosa serva, perché tanto è sempre così. E così, ogni giorno che passa, la distanza tra chi governa e chi è governato si allarga un po’ di più.

L’indifferenza non è neutralità. L’indifferenza è consenso. Ogni volta che leggiamo uno scandalo e lo dimentichiamo il giorno dopo, stiamo dicendo a chi ci governa che può continuare. Che il prezzo da pagare è zero.

La Valle d’Aosta non è grande: i suoi elettori si contano in poche decine di migliaia, ogni voto pesa, ogni voce conta. Eppure ci comportiamo come sudditi rassegnati di una grande nazione anonima. Non è così. Non qui. O almeno, non dovrebbe esserlo.

È tempo di smettere di consumare gli scandali come fossero gossip e trattarli per quello che sono: fallimenti collettivi pagati con soldi pubblici, con servizi peggiori, con una comunità che si svuota di fiducia.

È tempo che qualcuno — i cittadini, i consiglieri che hanno ancora una coscienza, i giornalisti, chiunque abbia a cuore questa terra — alzi la voce e pretenda risposte vere, dimissioni vere, responsabilità vere.

La nostra piccola regione merita meglio. Ma “meritare” non basta. Bisogna pretenderlo.

Vittore Lume-Rezoli