ATTUALITÀ - 04 giugno 2026, 12:00

Ma la scuola, quella fatta di regole, esiste ancora?

Quando il problema della violenza a scuola viene scaricato sugli insegnanti come se fossero loro la causa di tutto, qualcuno dovrebbe finalmente trovare il coraggio di dirlo: la radice del disastro si chiama famiglia

La CISL Scuola VDA denuncia per l’ennesima volta aggressioni e minacce ai docenti. Giusto, sacrosanto. Ma se continuiamo a girare intorno al punto, fingendo che la scuola sia un pronto soccorso educativo, non ne usciamo.

Quando sentivo dire che, in certi casi, la scuola non rispondeva in modo adeguato a situazioni anche gravi, pensavo fosse una di quelle cose che si raccontano in famiglia, dove le posizioni possono essere poco obiettive. Un conto è sentirne parlare, un altro è decidere di vederci chiaro davvero.

Così ho fatto quello che chiunque farebbe se vuole capire senza pregiudizi: sono andato a guardare da vicino. Non certo dentro le classi — quello non spetta a me — ma davanti alle scuole, per osservare con i miei occhi, senza filtri, cosa succede davvero all’ingresso e all’uscita. Perché, come si dice, toccare con mano cambia tutto. Ascoltare mamme, papà e insegnanti cambia notevolmente la prospettiva e ti pone davanti a uno scenario spesso molto diverso da quello che immaginavi.

Il problema è semplice: troppi genitori non educano i propri figli e nessuno glielo dice perché è più comodo far finta di niente.

La scena la conoscono tutti: suona il campanello, il bambino esce, lancia la cartella ai piedi della madre e si mette a devastare l’aiuola come se fosse un diritto costituzionale. La madre — tacco dodici o ciabatte, dipende dall’ora — lo rincorre e gli sussurra con voce da scimmia urlatrice: «Attento, tesoro, ti potresti far male».

Risposta del piccolo principe: «Non rompere, mamma».

Fine.

Nessuna reazione, nessun limite, nessuna educazione. Chi è cresciuto qualche decennio fa sa bene che una risposta del genere avrebbe avuto conseguenze immediate e memorabili.

Io, se avessi osato, oggi scriverei con un dito solo: come dice un comico, mi avrebbero spezzato le manine.

Oggi, invece, tutto viene giustificato con frasi da manuale del genitore complice: «È pieno di vitalità», «Vuole la sua indipendenza».

E così, se il figlio prende un brutto voto, non si richiama lui: si attacca il professore.

Se l’insegnante rispetta il programma, parte la petizione dei genitori: «Li fa lavorare troppo».

Poi ci stupiamo se questi bambini cresciuti senza regole diventano i bulli di quinta, i violenti delle medie, quelli che alzano le mani — o peggio — contro i docenti.

Ma davvero qualcuno si sorprende? Il percorso è lineare e parte da casa.

La scuola deve insegnare storia, matematica, italiano, geografia, scienze. Deve formare menti, non riparare i buchi educativi lasciati da chi ha messo al mondo un figlio e poi ha delegato tutto al mondo esterno.

Il rispetto, il limite, la responsabilità: queste cose si insegnano in famiglia, non in aula.

Un insegnante che convoca i genitori e non riceve risposta non sta chiedendo un favore: sta esercitando un diritto.

E ha tutto il diritto di chiedere che un alunno violento o cronicamente maleducato venga allontanato, per proteggere gli altri trenta bambini che vogliono imparare e che nessuno difende.

Non è più accettabile che la scuola valdostana — come quella italiana — sia ostaggio della filosofia del “minimo disturbo”.

Le direzioni scolastiche e l’Assessorato all’Istruzione hanno strumenti e hanno il dovere di usarli: tolleranza zero per chi alza le mani su un docente; sospensioni immediate per il bullismo reiterato; convocazioni obbligatorie dei genitori, con conseguenze reali se non si presentano.

Non sono i bulli a dettare le regole.

Non sono i genitori assenti o aggressivi a stabilire i programmi.

E non è l’insegnante che deve scusarsi per aver fatto il proprio lavoro.

Forse è arrivato il momento di introdurre corsi obbligatori di educazione civica — non per gli studenti, questa volta. Per i loro genitori.

Vittore Lume-Rezoli