ATTUALITÀ - 04 giugno 2026, 14:25

Carenza pediatri, il sistema che scricchiola: e la Valle d’Aosta non è un’isola felice

Un’analisi GIMBE fotografa una crisi strutturale: mancano quasi 500 pediatri in Italia, pensionamenti in aumento e una riforma che richiederebbe migliaia di medici in più. Il rischio è un’assistenza pediatrica sempre più fragile, anche nelle realtà più piccole come la Valle d’Aosta manca un pediatra e presto due andranno in pensione

Nino Cartabellotta presidente GImbe

Partiamo da qui: dalla Valle d’Aosta, che spesso viene raccontata come territorio “di prossimità”, dove la sanità dovrebbe essere più semplice da organizzare proprio perché i numeri sono piccoli. E invece è proprio nei territori piccoli che le fragilità si sentono prima. Quando manca un pediatra, non è una statistica: è una famiglia che deve spostarsi, è un pronto soccorso che si affolla, è un servizio che perde continuità.

Poi si allarga lo sguardo e il quadro diventa nazionale, ed è tutt’altro che rassicurante.

Secondo l’analisi della Fondazione GIMBE, il sistema dei Pediatri di Libera Scelta è già oggi sotto pressione. Mancano quasi 500 pediatri in Italia, con una concentrazione pesantissima: circa l’80% della carenza si scarica su Lombardia, Piemonte e Veneto. Regioni più grandi, certo, ma anche quelle che assorbono la maggior parte della domanda.

Il dato più inquietante però è quello prospettico: entro il 2029 andranno in pensione circa 1.550 pediatri. Un’onda lunga che rischia di arrivare senza ricambio sufficiente, mentre il sistema formativo e di reclutamento non sembra in grado di compensare.

Il risultato è una formula che diventa sempre più difficile da sostenere: il rapporto ottimale previsto è di 1 pediatra ogni 850 assistiti, ma già oggi il sistema mostra squilibri evidenti. In media ogni Pediatra di Libera Scelta segue 942 bambini, sopra il valore ottimale, anche se ancora sotto il massimale teorico di 1.000. Ma quel “sotto soglia” è più apparente che reale, perché non tiene conto di ferie, territori scoperti, difficoltà di sostituzione.

E infatti il dato sull’assistenza lo conferma: solo l’82,3% della popolazione tra 6 e 13 anni è seguita da un pediatra, appena sotto la media nazionale dell’82,9%. Tradotto: non tutti i bambini hanno un riferimento stabile, e questo significa frammentazione della presa in carico.

C’è poi il tema demografico e organizzativo, quello che la Fondazione GIMBE mette al centro dell’analisi: età media elevata dei pediatri, turn over insufficiente, ambiti territoriali carenti, e una distribuzione che non segue sempre la domanda reale. Non è solo una mancanza numerica: è un problema di sistema.

E sullo sfondo arriva la bozza di riforma del Ministero della Salute, quella che prevede l’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni. Un’idea che, sulla carta, può sembrare razionale e moderna. Ma nei numeri diventa quasi un cortocircuito: servirebbero almeno 3.500 pediatri in più per reggere il nuovo assetto senza abbassare la qualità dell’assistenza. Un fabbisogno che oggi appare semplicemente irrealistico.

Ed è qui che il discorso diventa politico, oltre che sanitario. Perché si continua a parlare di riforme come se il problema fosse solo normativo, mentre la vera emergenza è strutturale: non ci sono abbastanza medici, non ci sono abbastanza ingressi, non c’è abbastanza attrattività della professione.

E allora la domanda, anche guardando la Valle d’Aosta, è semplice e scomoda: cosa succede quando il sistema non regge più la sua promessa di universalità?

Perché la sanità territoriale non crolla all’improvviso. Si svuota piano piano. Un pediatra in meno qui, un ambito scoperto lì, una famiglia che si arrangia, una visita rinviata, un pronto soccorso che diventa ambulatorio improprio.

E alla fine, quello che resta, non è una statistica. È un sistema che funziona solo a metà.