A volte la fantapolitica sembra solo un gioco, un eccesso di immaginazione, un modo per riempire romanzi che parlano di servizi segreti onnipresenti, bombe nascoste nelle metropoli, ricatti internazionali che nessuno può provare.
Poi guardi il mondo di oggi e ti accorgi che certe trame, certe atmosfere, certe ombre non sono più solo letteratura. Non perché fossero vere, ma perché descrivevano un mondo in cui un piccolo Paese poteva muoversi come una grande potenza, senza chiedere permesso, senza temere sanzioni, senza che l’Occidente trovasse il coraggio di dire basta.
E mentre scorrono le immagini di un Medio Oriente che cambia forma, mentre Israele agisce con una sicurezza che nessun altro Stato della regione possiede, mentre i confini sembrano diventare linee mobili e la diplomazia un esercizio di stile, tornano alla mente quelle vecchie narrazioni. Le operazioni oltre confine, gli attacchi chirurgici, le incursioni che diventano routine, la certezza di poter colpire e ritirarsi prima che qualcuno reagisca.
Tutto accade mentre l’Occidente guarda altrove, distratto da crisi più grandi, paralizzato da alleanze che non può mettere in discussione, convinto che la stabilità passi sempre da Tel Aviv.
Così la fantasia assomiglia alla realtà, non perché la realtà sia diventata un romanzo, ma perché il romanzo aveva intuito la logica del potere: chi si muove per primo detta le regole, chi non trova opposizione allarga il proprio spazio, chi ha un esercito moderno e un’alleanza indiscutibile può permettersi ciò che altri non oserebbero nemmeno immaginare.
E allora, per capire come siamo arrivati qui, bisogna tornare indietro, rimettere in fila gli eventi, guardare la storia senza paura di vedere ciò che c’è davvero, perché è lì che la fantasia comincia a somigliare alla realtà.
E tutto inizia negli anni Ottanta, quando By Way of Deception porta nelle librerie americane un Mossad capace di infiltrarsi ovunque, di manipolare governi, di usare il ricatto come arma geopolitica. È un libro controverso, accusato di esagerare, ma diventa un simbolo: l’idea che Israele, piccolo ma potentissimo, giochi una partita più grande della sua dimensione geografica.
È il 1990, il mondo sta cambiando, l’URSS crolla, gli Stati Uniti diventano l’unica superpotenza e Israele capisce che questo è il momento di consolidare la propria posizione. La narrativa romanzesca parla di bombe nascoste nelle città occidentali, di operazioni clandestine, di dossier segreti. La realtà parla di un Paese che ha già l’arma nucleare, anche se non lo dichiara, e di un’intelligence che opera in mezzo mondo.
Poi arriva il 1996, e mentre il Medio Oriente si riorganizza dopo la Guerra del Golfo, Israele diventa il partner più affidabile degli Stati Uniti. Non è fantasia, è geopolitica: gli USA hanno bisogno di un alleato stabile, tecnologico, militarmente avanzato. Israele lo diventa. E intanto, nei romanzi, il Mossad continua a essere rappresentato come un attore onnipresente. La narrativa e la realtà iniziano a sfiorarsi.
Poi arriva il 2001. L’11 settembre. Un trauma globale. Gli attentati, compiuti da al-Qaida — un’organizzazione responsabile di migliaia di morti e designata come terroristica da ONU, USA ed Europa — cambiano l’ordine mondiale.
Gli Stati Uniti entrano in Afghanistan, poi in Iraq. La “Guerra al Terrore” ridefinisce tutto. Israele interpreta questa fase come una conferma della propria lettura del mondo: l’Occidente è sotto attacco dall’estremismo islamico, la sicurezza israeliana coincide con la sicurezza occidentale. La cooperazione militare USA–Israele diventa più stretta che mai.
E mentre gli USA combattono due guerre, Israele si muove con margini sempre più ampi nei territori limitrofi.
Tra il 2003 e il 2010 il Medio Oriente si sgretola: Iraq destabilizzato, Siria in crisi, Libano fragile, Gaza in fiamme. Israele combatte guerre locali, ma resta l’unico Stato stabile della regione. L’Occidente è impegnato altrove, non ha tempo né forza per contestare le sue operazioni. La fantasia dei romanzi — un Israele che agisce senza opposizione — comincia a sembrare una fotografia.
Poi arrivano le Primavere arabe, il 2011, il caos. Regimi che cadono, Stati che si dissolvono, milizie che avanzano. Israele resta l’unico punto fermo.
E quando nel 2017 gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come capitale israeliana, il messaggio è chiaro: l’asse è saldo, la libertà d’azione cresce. Nel 2019 arriva il riconoscimento del Golan. Nel 2020 gli Accordi di Abramo. Israele capisce che può muoversi.
E mentre tutto questo accade, l’Occidente guarda altrove: Russia, Ucraina, Cina, Taiwan. Il Medio Oriente torna periferico. Israele no. Israele agisce. Colpisce in Siria, in Libano, a Gaza. Interviene, si ritira, torna a intervenire. Nessuno lo ferma. Nessuno può permettersi di farlo.
E in questo mondo che sembra uscito da un romanzo, arriva Jeffrey Epstein. Non come agente segreto, non come burattinaio globale, ma come simbolo di un’altra cosa: il potere che si esercita attraverso la compromissione, la rete, la vulnerabilità degli uomini che contano. Le sue connessioni con figure politiche, finanziarie, scientifiche.
Le sue frequentazioni con Ehud Barak. La storia della famiglia Maxwell. Le ipotesi — non provate — di legami con l’intelligence. Non è la prova di un complotto, è la prova che il mondo reale è più torbido di quanto ci piaccia pensare. E che certe dinamiche — ricatto, influenza, accesso — non appartengono alla fantasia, ma alla struttura stessa del potere.
Così, dal romanzo del 1990 all’11 settembre, dalle guerre americane alla frammentazione del Medio Oriente, dalla libertà d’azione israeliana fino al caso Epstein, la linea non è retta, non è semplice, non è un complotto. È una traiettoria. Una sequenza di eventi che, messi uno accanto all’altro, mostrano come la fantasia non anticipi la realtà, ma la interpreti.
E come la realtà, a volte, finisca per assomigliare terribilmente alla fantasia.