ATTUALITÀ - 02 giugno 2026, 12:00

Chi è senza peccato scagli la prima pietra

Non sono cattolico, ma credo che questa sia una delle frasi che più di tutte dovrebbero farci riflettere prima di esternare qualunque tipo di accusa verso chiunque

In questi giorni, tantissimi politici stanno parlando dei fatti di Modena, dove Salim El Koudri, un italiano di seconda generazione, ha investito volontariamente 7 persone a Modena e ne ha accoltellata una. Un dramma che deve interrogarci sulla nostra responsabilità di uomini feriti: chi accusando, chi giustificando, chi cercando motivazioni razziali, chi psichiatriche.

In un lungo post ho letto di «una di quelle lunghe riflessioni sull’inarrestabile declino europeo». Condivido quel concetto, ma non necessariamente nel senso in cui viene inteso. Per me il declino comincia dalla memoria corta di noi occidentali, dalla nostra straordinaria capacità di indignarci per ciò che accade oggi dimenticando ciò che abbiamo fatto ieri.

Potrei iniziare ricordando che era il 1095 quando papa Urbano II, al Concilio di Clermont, pronunciò il celebre «Dio lo vuole», dando avvio alla prima crociata. Quella spedizione avrebbe dovuto riconquistare Gerusalemme e restituirla a noi europei cristiani, convinti che quel lembo di terra non potesse appartenere ad altri — per dono divino, perché noi eravamo i prescelti, i detentori della verità. Strano: gira che ti rigira, le parole sono sempre le stesse. C’è sempre qualcuno che si arroga il diritto di essere superiore agli altri.

Da allora sono passati secoli, imperi e rivoluzioni, ma la logica della crociata non è mai scomparsa: si è solo trasformata. Oggi non si brandisce più la croce, ma la stessa antica pulsione a cercare un nemico sopravvive intatta. E guardando certi commenti sulla tragedia di Modena, viene da chiedersi se davvero abbiamo imparato qualcosa dalla storia.

È giusto pretendere giustizia. È naturale provare rabbia davanti a un crimine orribile. Ma c’è una cosa che quasi mai facciamo: guardare oltre il nostro confine morale, oltre la nostra comoda innocenza.

Sia chiaro: condanno il gesto in sé, e condanno chi lo ha commesso, a prescindere da razza, religione o colore della pelle. Non cerco giustificazioni — non sono avvocato, né giurista, né psicologo. Cerco di capire. Che è cosa diversa.

Nel 2011 la NATO bombardò la Libia, e questo non fu che uno degli innumerevoli interventi che l’Occidente democratico ha compiuto contro paesi musulmani. L’elenco è lungo e lo conosciamo: Siria, Eritrea, Iraq, Iran, Afghanistan, Yemen, Somalia. Non è un’opinione: lo documentarono giornalisti internazionali, lo ammisero gli stessi comandi militari. Villaggi rasi al suolo. Famiglie cancellate. Bambini estratti vivi dalle macerie, soli, senza più nessuno.

Quei bambini oggi hanno trent’anni, quarant’anni. Sono uomini cresciuti in un mondo che noi abbiamo contribuito a frantumare — senza casa, senza Stato, senza futuro. E noi, da qui, ci stupiamo se arrivano in Europa con ferite invisibili, con un dolore che non sappiamo nemmeno immaginare.

C’è un detto: non puoi capire certe cose se non le hai vissute. Provo comunque a mettermi nei panni di chi ha perso tutto. So che non è semplice, so che i casi sono diversi tra loro. Ma di tragedie simili è piena la storia recente: basta ricordare Nizza nel 2016, Berlino con i suoi dodici morti, e tanti altri episodi che abbiamo archiviato troppo in fretta, senza la volontà di analizzare, spiegare, capire.

Siamo pronti a puntare il dito, a dire «barbaro», «criminale», «mostro». Eppure non ci chiediamo mai cosa abbiamo seminato noi, come comunità internazionale, come paesi che parlano di democrazia mentre bombardano di notte.

La domanda vera, quella più scomoda, è un’altra: siamo davvero migliori al punto da poter giudicare senza tremare?

Se un bambino italiano avesse visto la sua famiglia distrutta da un missile straniero, e vent’anni dopo fosse diventato un uomo arrabbiato, diffidente, spezzato dentro — lo chiameremmo «pericoloso»? O lo chiameremmo vittima?

Torno allora a quella frase: chi è senza peccato scagli la prima pietra.

La verità è che la pietra ce l’abbiamo già in mano. Da anni. E la lanciamo con una leggerezza inquietante, convinti di essere i buoni della storia.

Forse, prima di giudicare gli altri, dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio. E chiederci, senza ipocrisie: siamo davvero così innocenti da poter condannare senza dubitare di noi stessi?

«Mi ha colpito che Papa Leone XIV abbia ricordato che “La pace sia con voi” è il saluto che unisce cristiani, ebrei e musulmani. La domanda è: riusciremo a far tesoro di questa frase?»

Vittore Lume-Rezoli