Dunque, c’è un’indagine per riciclaggio al Casinò di Saint-Vincent. Che notizia. Che scoop. Fermate le rotative. Qualcuno, da qualche parte in questa regione, ha alzato il sopracciglio con aria scandalizzata, ha convocato consigli straordinari, ha chiesto chiarezza con la voce tremante di chi ha appena scoperto che al mare c’è l’acqua salata. Benvenuti in Valle d’Aosta, dove l’ipocrisia è una disciplina olimpica e la memoria dura quanto un bicchiere di grappa.
Parliamoci chiaro: il Casinò è una casa da gioco. Lo è sempre stato. Non è un convento francescano, non è una biblioteca comunale, non è il circolo degli scacchisti del giovedì sera. È un posto dove i soldi cambiano di mano velocemente, dove la fortuna bacia chi non se lo merita e abbandona chi ci ha puntato la pensione, dove intorno ai tavoli verdi gravitano da sempre personaggi che difficilmente finirebbero nei santini della messa domenicale. Le escort — nome elegante per non chiamare le cose con il loro nome — i prestanome, i facoltosi dall’origine dei fondi nebulosa: tutto questo non è una novità della settimana scorsa. È il paesaggio da sempre.
Vent’anni fa si parlava già di soldi riciclati nei corridoi di Saint-Vincent. Dieci anni prima ancora, probabilmente, si sussurrava la stessa cosa. Nulla di nuovo sotto il sole delle Alpi. Eppure oggi assistiamo al grande teatro dello sdegno, con consiglieri regionali che scoprono l’acqua calda e, per di più, la trovano scandalosa.
Ma c’è un’altra storia da raccontare, quella che i moralisti dell’ultima ora si guardano bene dal ricordare mentre salgono sul loro pulpito. Per decenni il Casinò è stato il grande ammortizzatore sociale di questa regione. Ci hanno lavorato i croupier con la loro eleganza da film anni Cinquanta, i baristi capaci di servire uno Spritz con la stessa disinvoltura a un pensionato di Pont-Saint-Martin e a un industriale milanese in vena di scommesse. Ci hanno lavorato camerieri, hostess, controllori, personale di sala: gente comune che si è alzata ogni mattina con dignità per guadagnarsi lo stipendio in modo onesto, in un ambiente che onesto fino in fondo non lo era. Gente che del Casinò ha fatto la propria vita, la propria carriera, il proprio orgoglio professionale, senza chiedere altro che poter fare bene il proprio mestiere.
E poi c’è l’altra categoria, quella che non amava il lavoro in sé ma amava i favori che il Casinò poteva distribuire. Perché negli ultimi quarant’anni quella struttura è stata anche il grande bancomat del clientelismo valdostano: amici, parenti, nipoti, cognati, conoscenti del conoscente del consigliere sono atterrati tra quei corridoi come per grazia ricevuta, portando in dote non competenze particolari ma la tessera giusta o il cognome opportuno. E questa, a differenza del riciclaggio, era una pratica che si consumava tranquillamente alla luce del sole, senza indignare quasi nessuno.
Quindi, cari consiglieri dallo sguardo indignato, cari cittadini che oggi scuotono la testa: avete mangiato in quel piatto per anni, chi direttamente, chi indirettamente. Il Casinò ha pagato stipendi, ha sostenuto famiglie, ha tenuto in piedi un’economia locale che senza di lui avrebbe oggi qualche ruga in più. Che, insieme a tutto questo, circolassero anche denari di provenienza discutibile è, come dire, il prezzo del biglietto di un gioco che tutti hanno accettato di giocare. Fare i verginelli adesso sa di commedia mal recitata.
L’unica cosa seria che si potrebbe fare sarebbe smettere di fingersi sorpresi e iniziare finalmente a fare le cose per bene. Ma questo richiederebbe coraggio. E il coraggio, in questa vicenda, non sembra essere la merce più abbondante.
Che la giustizia debba indagare è fuori discussione. Ed è altrettanto evidente che, se qualcuno ha sbagliato, dovrà pagare. Sarebbe persino ovvio dirlo. Ma siamo in Italia, e ormai anche le ovvietà hanno assunto il sapore incerto delle promesse.