CULTURA - 27 maggio 2026, 20:30

La montagna da vivere, non da consumare: ad Aosta il confronto sul futuro delle Terre Alte

Sala piena e dibattito acceso per l’incontro promosso dal Comitato Insieme per Cime Bianche e da Mountain Wilderness Italia. Al centro della serata il futuro delle Alpi tra grandi impianti, tutela ambientale, crisi climatica e nuove forme di abitare la montagna. Annunciato anche il sostegno legale di Mountain Wilderness nella difesa del Vallone delle Cime Bianche

Cime Bianche

La montagna come bene comune oppure come spazio economico da sfruttare? È attorno a questa domanda, tanto semplice quanto divisiva, che sabato sera ad Aosta si è sviluppato il confronto pubblico “La montagna del futuro: abitare il cambiamento”, ospitato nella Sala Conferenze della BCC di via Garibaldi e promosso dal Comitato Insieme per Cime Bianche insieme al progetto “L’Ultimo Vallone Selvaggio”.

Una serata partecipata, con numerosi cittadini, ambientalisti, studiosi e appassionati delle Terre Alte, che ha riportato al centro del dibattito valdostano il tema del modello di sviluppo alpino in una fase storica segnata dai cambiamenti climatici, dalla fragilità dei territori montani e dalla crescente discussione attorno alle grandi infrastrutture turistiche.

A moderare l’incontro è stata Annamaria Gremmo, medico e storica voce della mobilitazione per la tutela del Vallone delle Cime Bianche, mentre il confronto ha visto protagonisti Luca Rota, scrittore e studioso del paesaggio alpino, e Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness Italia.

Fin dalle prime battute il dibattito ha evidenziato come il tema non riguardi esclusivamente ambiente o turismo, ma investa direttamente il futuro sociale ed economico delle comunità alpine. Sul tavolo sono tornati dossier ormai simbolici per la Valle d’Aosta, dal Vallone delle Cime Bianche alle ipotesi di nuovi collegamenti funiviari, fino alla necessità di ripensare il rapporto tra mobilità, servizi e qualità della vita nelle vallate.

Uno dei momenti più significativi della serata è stato l’annuncio ufficiale del sostegno di Mountain Wilderness Italia al Comitato “Insieme per Cime Bianche” nelle eventuali future iniziative legali a difesa del Vallone. Una decisione accolta con favore dai presenti e interpretata come un rafforzamento concreto della rete di associazioni e cittadini impegnati contro i progetti infrastrutturali considerati incompatibili con uno degli ultimi grandi ambienti alpini ancora integri.

Secondo quanto emerso nel confronto, la difesa del Vallone non rappresenta soltanto una vertenza locale, ma assume un valore simbolico più ampio: quello della scelta tra due diverse idee di montagna. Da una parte una visione centrata sull’espansione degli impianti e sulla crescita continua dell’offerta sciistica; dall’altra la ricerca di modelli più sostenibili, capaci di coniugare tutela ambientale, presenza umana e nuove economie di territorio.

Durante la serata si è discusso a lungo anche della cosiddetta monocultura dello sci. I relatori hanno evidenziato come l’economia alpina rischi oggi di diventare sempre più fragile se fondata quasi esclusivamente sugli investimenti negli impianti e sull’innevamento artificiale, in un contesto climatico che rende sempre più incerta la sostenibilità di questo modello.

La riflessione si è quindi allargata alla necessità di diversificare l’economia delle Terre Alte, investendo maggiormente nei servizi essenziali, nella mobilità sostenibile, nella cura del territorio e nelle attività che consentano alle persone di vivere la montagna tutto l’anno e non soltanto durante le stagioni turistiche.

Nel corso degli interventi è emersa più volte anche una questione culturale e linguistica: definire acqua, foreste, paesaggi e biodiversità come semplici “risorse” rischia infatti di ridurre la montagna a un oggetto economico, mentre per molti dei partecipanti questi elementi rappresentano prima di tutto beni comuni da custodire collettivamente.

Ampio spazio è stato dedicato inoltre al concetto di wilderness, intesa non come assenza dell’uomo, ma come mantenimento di spazi naturali ancora capaci di conservare equilibrio ecologico, autenticità e valore paesaggistico in un contesto alpino sempre più antropizzato.

Secondo Luca Rota, uno degli aspetti più importanti dell’incontro è stato proprio il tentativo di riportare le comunità locali al centro delle decisioni sul futuro delle montagne, evitando che le scelte vengano guidate esclusivamente da logiche economiche o da visioni di breve periodo.

L’impressione condivisa dai partecipanti è che il tema del futuro delle Alpi non possa più essere affrontato soltanto in termini di nuove opere o investimenti turistici. La vera sfida, emersa con forza dal confronto di Aosta, riguarda infatti la capacità di immaginare nuovi modi di abitare le Terre Alte, mantenendo equilibrio tra ambiente, economia e qualità della vita.

Perché la montagna del futuro — è stato ribadito più volte durante la serata — non dipenderà soltanto dagli impianti che verranno costruiti o dai finanziamenti disponibili, ma dalla capacità collettiva di scegliere che cosa debbano diventare davvero le Alpi nei prossimi decenni: territori vivi da abitare o scenari da consumare.

A margine del dibattito è emersa anche una riflessione condivisa da diversi partecipanti e cittadini presenti in sala: i progetti legati allo sviluppo sciistico e ai nuovi collegamenti funiviari stanno ormai assumendo una dimensione economica sempre più rilevante per la Valle d’Aosta. Nel confronto è stato ricordato come gli investimenti ipotizzati tra Pila e Cime Bianche arrivino a rappresentare cifre enormi, capaci di superare di molte volte il valore economico prodotto oggi dai servizi essenziali di base destinati alle comunità del territorio.

Un elemento che, secondo alcuni interventi, obbliga ad aprire una discussione più ampia sulle priorità della montagna valdostana: quali settori sostenere, quali bisogni garantire e quale equilibrio costruire tra turismo, qualità della vita e tutela ambientale.

Accanto alla dimensione economica, è però emersa con forza anche la questione ecologica. Sempre più persone contestano infatti l’idea che i territori alpini possano essere considerati compensabili o intercambiabili tra loro. La chiusura di un impianto in una vallata non equivarrebbe automaticamente alla legittimazione di nuove infrastrutture altrove, perché ogni ambiente montano possiede caratteristiche proprie, costruite nel tempo da biodiversità, habitat, equilibri climatici e paesaggi irripetibili.

Da qui la convinzione, condivisa da molti dei presenti, che la vera sfida non sia più scegliere astrattamente tra sviluppo e conservazione, ma individuare un modello capace di garantire continuità economica senza compromettere patrimoni naturali che, una volta alterati, non possono essere ricreati né sostituiti.

pi.mi.