ATTUALITÀ ECONOMIA - 25 maggio 2026, 12:11

Più occupati uguale a più poveri

Il pezzo smonta in modo critico il paradosso statistico del calo della disoccupazione in Italia, mostrando come la definizione di “occupato” includa spesso lavori precari, frammentati o insufficienti a garantire una vita dignitosa. Mentre i dati ufficiali migliorano, cresce la povertà lavorativa, alimentata da salari stagnanti, precarietà e riduzione dell’accesso ai servizi. Il risultato è un Paese in cui si può essere occupati ma comunque poveri, indebitati e privi di prospettive, evidenziando uno scollamento tra indicatori economici e condizioni reali di vita

Il problema non è la disoccupazione. È il salario (IA)

C’era una volta una frase semplice, quasi affettuosa: “Fortunato te che hai un lavoro.” Era il 1980, forse il 1990. Bastava un contratto, una busta paga, un orario. Fine della storia.

Poi siamo passati alla versione aggiornata: “Beato te che hai un lavoro che ti permette di vivere.” Perché, nel frattempo, il lavoro non era più una garanzia, ma un equilibrio precario tra affitto, bollette e un carrello della spesa che sembrava uscito da un film horror.

E oggi? Oggi siamo arrivati alla fase finale, quella distopica: “Hai un lavoro… con cui non campi.”

Eppure — miracolo statistico — la disoccupazione scende. Scende sempre. Scende comunque. Scende anche quando tutto il resto sale: i prezzi, gli sfratti, le rinunce mediche, i poveri assoluti.

Sembra quasi che l’ISTAT abbia trovato la formula dell’eterna giovinezza: basta cambiare la definizione, stringere o allargare un parametro, e puff… il Paese migliora.

Il trucco c’è, e si vede

Perché se lavori 2 ore il lunedì e 3 il venerdì, sei “occupato”. Se fai un part-time involontario da 400 euro, sei “occupato”. Se sei in un’azienda che ti chiama quando si ricorda, sei “occupato”. Se sei in malattia da mesi ma rientri in una delle categorie previste, sei “occupato”.

Nel 2025 (nuova definizione UE 2019/1700, in vigore dal 2021), in Italia è considerato occupato chi:

  • ha svolto almeno un’ora di lavoro nella settimana di riferimento;
  • ha svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nell’impresa familiare;
  • è assente da meno di 3 mesi;
  • se assente da più di 3 mesi, è comunque considerato occupato solo in casi specifici: maternità, malattia, part-time verticale, formazione pagata, congedo parentale retribuito, stagionali impegnati in attività di mantenimento.

E allora la disoccupazione scende. Certo che scende. È come pesarsi senza togliere le scarpe: non dimagrisci, ma ti senti meglio.

Quando i dati sorridono, ma le persone no

Oppure qualcosa di più diretto:

“Il problema non è la disoccupazione. È il salario.”

Il problema è che mentre la disoccupazione scende, la povertà sale. Sale perché il lavoro non basta più. Sale perché gli stipendi sono fermi da vent’anni. Sale perché la sanità pubblica è diventata una lotteria e chi non può permettersi il privato… aspetta. Aspetta mesi. Aspetta anni. Aspetta che la statistica lo consideri “in carico”.

Il paradosso perfetto: abbiamo creato un Paese dove puoi essere:

  • occupato ma povero,
  • occupato ma indebitato,
  • occupato ma senza cure,
  • occupato ma senza futuro.

E tutto questo mentre i grafici mostrano frecce verdi, percentuali rassicuranti, curve che sembrano sorrisi.

Perché se rientri nella statistica degli “aventi un lavoro”, ma non rientri nella categoria degli “aventi una vita dignitosa”, allora forse la domanda non è più economica. È antropologica. È politica. È morale.

A questo punto l’amara considerazione è inevitabile: l’equazione “più occupati = più poveri” te la spiega benissimo Mario.

“Se hai un operaio che guadagna 2.000 euro al mese e tre disoccupati, hai un occupato e tre poveri.
Ma se prendi quell’operaio, lo licenzi e lo riassumi a 2 ore al giorno, e assumi anche gli altri tre sempre a 2 ore al giorno, a 500 euro al mese per tutti e quattro… alla fine ti ritrovi con zero disoccupazione e quattro poveri.”

Ecco come si può “creare occupazione” senza creare reddito: basta spezzettare il lavoro finché non resta più nulla da vivere.

Vittore Lume-Rezoli