Ad Aosta il confronto è destinato a far discutere. Perché il tema non è solo tecnico o ambientale: è culturale, politico, identitario. E soprattutto riguarda il modello di montagna che si vuole lasciare alle prossime generazioni.
Sabato 23 maggio 2026, ore 20:30, nella Sala Conferenze della BCC di via Garibaldi 3, si terrà l’incontro pubblico “La montagna del futuro. Abitare il cambiamento”. Un appuntamento che mette attorno allo stesso tavolo due visioni sempre più distanti: da una parte la spinta verso grandi infrastrutture turistiche, dall’altra l’idea di una montagna come spazio vivo, fragile, da custodire e non solo da mettere a reddito.
Al centro del dibattito ci saranno alcuni dossier simbolo: il Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi ambienti alpini ancora integri e da anni al centro di ipotesi di collegamento funiviario, e il progetto del collegamento Cogne–Pila, tornato d’attualità dopo le criticità legate agli eventi alluvionali del 2024. Sullo sfondo, anche il confronto più ampio sulle alternative di mobilità e sviluppo nelle Terre Alte, dal recupero del patrimonio esistente fino a ipotesi come il Trenino del Drinc, evocato sempre più spesso come simbolo di un’altra idea di turismo e territorio.
A confrontarsi saranno Luca Rota, scrittore e studioso dei paesaggi montani, e Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness Italia, entrambi da anni impegnati nel dibattito nazionale sulla tutela delle Alpi. A moderare l’incontro sarà Annamaria Gremmo, medico e conservazionista, da tempo in prima linea nella difesa del Vallone delle Cime Bianche e voce critica rispetto ai grandi progetti infrastrutturali in quota.
La domanda che attraversa tutta la serata è semplice solo in apparenza: ha ancora senso pensare lo sviluppo alpino come espansione continua di impianti, collegamenti e consumo di suolo? Oppure serve un cambio di paradigma radicale?
Il nodo è proprio questo. Da una parte c’è la narrazione della sicurezza, della connessione, della modernizzazione delle infrastrutture. Dall’altra cresce la consapevolezza che le Alpi stanno cambiando rapidamente: ghiacciai in regressione, fragilità idrogeologica, spopolamento delle vallate, economia turistica sempre più dipendente da investimenti costosi e climaticamente incerti.
In questo scenario, il Vallone delle Cime Bianche viene citato come caso emblematico: un’area di alto valore naturalistico, inserita nella rete europea Natura 2000, che da anni è al centro di ipotesi infrastrutturali giudicate da molti incompatibili con la sua integrità ambientale. Un conflitto che non è solo locale, ma che intercetta il tema più generale del rapporto tra conservazione e sviluppo.
Allo stesso modo, il progetto del collegamento Cogne–Pila riapre la discussione su quale tipo di mobilità sia davvero utile alle comunità alpine: grandi opere funiviarie o piuttosto il rafforzamento della viabilità esistente, dei servizi e delle infrastrutture di base?
Il rischio, secondo la visione critica che emergerà nel dibattito, è quello di continuare a inseguire un modello che appartiene al passato: grandi interventi pensati per una montagna stabile, turisticamente espandibile e climaticamente affidabile. Una montagna che oggi non esiste più.
E allora il punto diventa un altro: che cosa significa abitare la montagna nel XXI secolo? Non solo visitarla, attraversarla o sfruttarla, ma viverla tutto l’anno, con economie sostenibili, mobilità dolce, servizi essenziali e una nuova idea di equilibrio tra uomo e ambiente.
L’incontro del 23 maggio ad Aosta non promette risposte definitive. Ma promette di riaprire una domanda che spesso viene rimossa: la montagna è ancora un bene comune da custodire o è diventata soltanto un asset economico da valorizzare?
Una domanda che, inevitabilmente, riguarda tutti. Non solo chi in montagna ci vive.