Questa è di quelle iniziative che fanno bene senza bisogno di troppi giri di parole: scuola e istituzioni che si incontrano davvero, non in teoria ma fisicamente, dentro il cuore della vita democratica regionale.
Nel pomeriggio di lunedì 18 maggio, le classi quinte delle scuole primarie di Champorcher, Hône, Donnas e Vert hanno varcato la soglia del Consiglio Valle per partecipare al progetto “Portes Ouvertes”. Già il nome dice molto: porte aperte, niente barriere, niente distanza tra chi decide e chi domani sarà chiamato a vivere le conseguenze delle decisioni.
I bambini, accompagnati dagli insegnanti Sarah Glesaz, Luca Paris ed Elisa Rolland, sono stati accolti in Aula dal Vicepresidente del Consiglio Massimo Lattanzi. Ma la parte più interessante non è stata solo la visita formale o la spiegazione istituzionale — pur fondamentale — della storia e del funzionamento dell’Assemblea.
Il momento che conta davvero è stato quello in cui questi alunni si sono seduti fisicamente ai posti dei consiglieri regionali. Un gesto semplice, quasi simbolico, ma potentissimo: mettere un bambino nel luogo del decisione pubblica significa dirgli, senza retorica, “anche questo spazio ti appartiene”.
E infatti la discussione che ne è nata non era affatto banale: si è parlato della possibilità di fare lezione all’aperto. Tema apparentemente leggero, ma in realtà molto intelligente, perché tocca scuola, spazi pubblici, didattica, benessere e nuove forme di apprendimento. In altre parole: i ragazzi hanno fatto politica senza accorgersene, nel senso più alto del termine.
Ed è qui che, personalmente, sta la bontà dell’iniziativa. Non si tratta solo di “visite guidate” o di educazione civica da manuale. Qui c’è un passaggio in più: l’idea che la democrazia si impari vivendo i luoghi, non solo studiandoli. Che le istituzioni non siano un edificio distante ma uno spazio aperto, comprensibile, accessibile.
Per una realtà come la Valle d’Aosta, dove il rapporto tra cittadini e istituzioni può sembrare a volte distante o troppo tecnico, iniziative come questa sono quasi necessarie. Perché costruiscono fiducia. E la fiducia, in politica come nella società, non nasce dai discorsi ma dalle esperienze dirette.
C’è poi un altro aspetto che vale la pena sottolineare: il coinvolgimento delle scuole di territori diversi, anche piccoli e periferici come Champorcher. Questo rompe un po’ quella sensazione di centralità esclusiva dei grandi centri e dà un messaggio chiaro: tutte le comunità hanno lo stesso diritto di entrare in questi spazi.
In fondo, “Portes Ouvertes” funziona proprio perché non è un evento spettacolare, ma un gesto educativo concreto. È un investimento lento, quasi invisibile, ma con effetti che si vedranno nel tempo: ragazzi che un domani, entrando in un’aula consiliare o in un municipio, non si sentiranno estranei.
E se vogliamo dirla tutta, Piero, queste sono le iniziative che andrebbero moltiplicate senza troppe discussioni: meno distanza, più contatto. Meno ritualità, più esperienza.
Perché la democrazia, alla fine, non si insegna: si fa vedere.