La politica valdostana torna a muoversi sul filo sottile che separa la legittimità giuridica dalla legittimazione politica. E il reintegro di Renzo Testolin alla Presidenza della Regione, formalizzato oggi dal Consiglio Valle, rappresenta molto più di un semplice atto amministrativo: è il segnale evidente della volontà della maggioranza autonomista di resistere, prendere tempo e affidare alla giustizia d’appello il destino politico della legislatura. Una scelta che, fin dall’inizio, noi abbiamo ritenuto coerente con la linea di Testolin: presentare ricorso e continuare a governare, senza arretrare di un passo.
L’Assemblea regionale, riunita mercoledì 13 maggio 2026, ha preso atto del reintegro del consigliere Renzo Testolin nella carica di Presidente della Regione, a partire dall’8 maggio. Il ritorno pieno alle funzioni è conseguenza della notifica e del deposito del ricorso presso la Corte d’Appello di Torino contro la sentenza n. 110/2026 del Tribunale di Aosta, che aveva dichiarato la sua decadenza per superamento del limite dei mandati in Giunta.
Come previsto dalla normativa nazionale, l’appello sospende automaticamente l’efficacia esecutiva della sentenza. Con il reintegro cessano dunque gli effetti dell’ordinaria amministrazione e riprende la piena attività politica e istituzionale della Giunta e del Consiglio.
Ad aprire il dibattito è stato il Presidente del Consiglio Valle, Stefano Aggravi, che ha precisato come la presa d’atto dell’Aula non abbia valore costitutivo ma serva semplicemente a “formalizzare istituzionalmente” gli effetti giuridici dell’appello già depositato.
Da lì si è acceso un confronto durissimo.
Per la capogruppo di AVS, Chiara Minelli, quello consumato oggi in Aula è “un passaggio cinico e irresponsabile”. Minelli ha accusato la maggioranza di voler trascinare la legislatura per altri mesi pur di evitare fratture interne all’Union Valdôtaine e alla coalizione, parlando apertamente di un Presidente “dichiarato ineleggibile” che continua a governare grazie ai tempi della giustizia. La consigliera ha inoltre criticato la scelta dell’udienza fissata a settembre, sottolineando il rischio di uno slittamento ulteriore dei tempi giudiziari.
Sulla stessa linea la vicecapogruppo del PD-Federalisti Progressisti, Clotilde Forcellati, che ha definito Testolin un Presidente “sub iudice”, sostenendo che un passo indietro immediato dopo la sentenza sarebbe stato il gesto politicamente più lungimirante. Secondo Forcellati, la scelta di restare in carica sta trasformando il governo regionale in una struttura fragile e precaria, mettendo a rischio la credibilità delle istituzioni valdostane.
Molto duro anche il capogruppo di Fratelli d’Italia, Alberto Zucchi, che ha parlato di una “battaglia per restare in carica il più possibile”. Zucchi ha posto l’accento soprattutto sull’imbarazzo istituzionale derivante dal fatto che il Presidente continui a esercitare anche funzioni prefettizie pur essendo decaduto in primo grado. Secondo l’esponente di FdI, un passo di lato sarebbe stato “un gesto di rispetto verso le istituzioni e i valdostani”.
Più articolato l’intervento del capogruppo della Lega Vallée d’Aoste, Andrea Manfrin, che ha criticato soprattutto il contenuto del ricorso presentato da Testolin. Per Manfrin, dietro formule giuridiche apparentemente prudenti si nasconderebbe comunque un attacco alla costituzionalità della legge regionale sui limiti di mandato. Un elemento che, a suo giudizio, rappresenterebbe una contraddizione grave per una maggioranza che quella stessa legge l’aveva votata.
L’Aula ha poi respinto la prima risoluzione, presentata da AVS, che chiedeva le immediate dimissioni del Presidente della Regione. Il testo è stato bocciato con 20 voti contrari e 13 favorevoli.
Illustrando la proposta, ancora Chiara Minelli ha insistito sul fatto che le dimissioni sarebbero state “l’unico vero atto responsabile” verso la comunità valdostana, ribadendo la validità del principio dei limiti di mandato anche in sistemi autonomistici senza elezione diretta del Presidente.
A difendere la linea della maggioranza è intervenuto direttamente il Presidente della Regione, Renzo Testolin, che ha rivendicato la scelta del ricorso come atto di responsabilità verso la Valle d’Aosta. Testolin ha sottolineato la necessità di garantire continuità amministrativa, soprattutto in vista dell’assestamento di bilancio e delle scadenze dei prossimi mesi. “Dipende sempre dal punto di vista da cui si guardano le cose”, ha affermato, respingendo l’idea che il ricorso rappresenti un ostacolo alla governabilità.
Respinta anche la seconda risoluzione, sottoscritta da AdC, PD-FP, Lega VdA, FdI e La Renaissance, che impegnava Testolin a dimettersi nel caso in cui la Corte d’Appello dovesse sollevare la questione di legittimità costituzionale della legge regionale sui mandati.
A illustrarla è stato il capogruppo di Autonomisti di Centro, Marco Carrel, secondo cui la situazione rischia di mettere “in forte imbarazzo la Regione” e di compromettere la credibilità delle istituzioni valdostane. Carrel ha evidenziato come nel ricorso siano comunque presenti richiami che potrebbero indurre la Corte a intervenire sulla costituzionalità della norma.
Ancora una volta è stato Renzo Testolin a chiudere il confronto politico, ribadendo che la maggioranza ha ricevuto dagli elettori il mandato a governare e che eventuali decisioni future saranno assunte autonomamente, senza imposizioni da parte delle opposizioni.
Politicamente, la giornata segna una vittoria tattica della maggioranza autonomista, che riesce a compattarsi attorno al suo Presidente e a guadagnare tempo. Ma è una vittoria che non cancella l’ombra dell’incertezza. Perché se sul piano giuridico l’appello sospende gli effetti della decadenza, sul piano politico resta aperta una domanda inevitabile: può una Regione affrontare mesi decisivi con un Presidente sospeso tra due sentenze?
Colpisce inoltre un elemento politico non secondario: nessun consigliere di maggioranza è intervenuto nel dibattito. Un silenzio totale che lascia aperti tutti gli scenari interpretativi. Condivisione piena dell’operato di Testolin? Contrarietà non esplicitata per non incrinare gli equilibri interni? Oppure una prudente attesa, quasi “ponzio pilatesca”, nell’attesa di capire come si evolverà il quadro giudiziario e politico e, soprattutto, quali possibili ricadute potranno aprirsi sul piano degli assetti e delle future collocazioni?
In ogni caso, il dato politico è evidente: la maggioranza non ha sentito il bisogno di prendere parola in Aula, lasciando il peso del confronto interamente sulle spalle del Presidente e, per contro, delle opposizioni. Una scelta che può essere letta come disciplina di coalizione, ma anche come prudenza strategica o semplice sospensione del giudizio.
La maggioranza ha scelto la continuità, convinta che fermarsi avrebbe significato ammettere una sconfitta politica prima ancora che giudiziaria. Ma da oggi la legislatura entra inevitabilmente in una lunga campagna di logoramento, dove ogni atto di governo sarà accompagnato dal peso della precarietà istituzionale.